Horror, politica e lotta tra i sessi

La settima stagione di American Horror Story (la serie antologica dedicata all’orrore in tutte le sue manifestazioni) si è conclusa. Cult, ovvero Setta, si è rivelata sin da subito differente rispetto alle altre stagioni, per la mancanza di elementi paranormali; per quanto mi riguarda, questo dettaglio è stato fondamentale per renderla la più terrificante. Il mio livello di inquietudine e di interesse è variato molto nel corso delle 11 puntate, con alcuni picchi di angoscia nella prima metà e una curiosità incostante sulle svolte continue della trama.

Credo che proprio l’eccesso di colpi di scena (più o meno prevedibili) possa considerarsi uno dei difetti di questa stagione. Ciò che – se ben dosato – rende una narrazione più interessante, se arriva ad essere fuori controllo, rasenta il ridicolo. È l’effetto “Silenzio dei prosciutti, direbbe Federica Frezza. Almeno a me è sembrato che fosse così, ma non mi stupirei se anche questo elemento fosse stato sapientemente calcolato dagli autori della serie, che in effetti con AHS vogliono omaggiare il genere horror, un genere che ha sempre fatto dei colpi di scena la sua forza.

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Il finale di Cult ha lasciato molti spettatori a bocca aperta, confusi, o addirittura estasiati. Io non sono tra questi. Forse perché l’esposizione continua alla violenza tende ad anestetizzare, o perché nello stesso periodo della visione ho iniziato lo studio dell’antropologia e questo ha predisposto la mia mente a un certo tipo di ragionamento: relativista e distaccato.

Sta di fatto che ciò che ho apprezzato maggiormente dell’intera stagione – oltre all’usuale spettacolare messa in scena – è stata la trattazione del tema del potere e delle sue terrificanti sfaccettature. Mi ha fatto riflettere e ha lasciato il segno, non solo con le sue immagini potenti e provocatorie, ma anche con la forza e l’iconicità di molte battute.

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Il potere politico, che mira a controllare le masse sfruttando la paura e la frustrazione delle persone.

Kai: Credimi, Bevery Hope. Se rendi tutti abbastanza spaventati, saranno loro stessi a incendiare il mondo per noi.

Il potere mediatico, che controlla le masse tramite la manipolazione della realtà.

Sally: Nessuno crederà a questa roba!
Kai: Certo che ci crederanno – è su Facebook.

Il potere sessuale e quello carismatico, che esercita controllo sull’altro approfittando delle sue debolezze e dei vuoti dell’anima.

Meadow: Quando Kai mi guardava era meglio dello Xanax, era meglio del sesso. Mi faceva sentire speciale, come se fossimo le uniche due persone al mondo.

Il potere maschile e quello femminile, impegnati in una lotta costante e meschina per il dominio sull’altro.

Kai: Non sei un’eroina. Sei un simbolo, che io ho creato! Rappresenti la speranza che le donne un giorno vincano una discussione con i loro mariti; che non vengano fischiate quando camminano per strada; che i loro capi non parlino più delle loro tette; che guadagnino gli stessi soldi degli uomini; che possano vincere. Quando ti ucciderò, vedranno che non c’è speranza; le donne non possono comandare, non possono vincere; saranno sempre superate in astuzia e forza. Devono capire che quello che possono e dovrebbero fare è stare zitte, stare al loro posto, e prepararmi un dannato sandwich.

Ally: Non è triste che una donna forte spaventi le persone più dei clown?

E poi: Ti sbagliavi. In questo mondo c’è qualcosa di più pericoloso di un uomo umiliato… Una donna crudele.

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Mindhunter: viaggio nella mente dei serial killer

Mindhunter è una nuova serie televisiva statunitense, di genere thriller drammatico, diretta da David Fincher, regista di Seven, Fight Club, Zodiac e Gone Girl.  Racconta gli albori degli studi sugli assassini seriali e la loro “profilazione“, ovvero la definizione del profilo criminale.

La serie è basata sul libro Mindhunter: la storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto più di vent’anni fa da John E. Douglas e Mark Olshaker. John Douglas è stato un agente speciale dell’FBI ed è tuttora un autore di saggi sulla criminologia.

Iniziò la sua carriera nell’FBI nel 1970, prima come cecchino poi come negoziatore per gli ostaggi. Nel 1977 fu trasferito nell’Unità di scienze comportamentali, e da questo momento cominciò ad insegnare le tecniche di negoziazione e la criminologia agli agenti dell’FBI e a quelli di polizia in tutti gli Stati Uniti. Fu lui a creare e dirigere il Programma di Profilazione Criminale, un programma che si arricchì negli anni con le numerose interviste ad assassini seriali e perpetuatori di crimini particolarmente violenti; per citarne alcuni: David Berkovitz, Edmund Kemper, Charles Manson.

Lo studio, realizzato anche attraverso nuove ed efficaci tecniche di interrogatorio, riguardava la psicologia dei criminali più pericolosi, i retroscena dei loro crimini, i loro trascorsi familiari, il loro modus operandi. Questo ha permesso non solo di catalogare le diverse tipologie di assassino e di comprenderne meglio le scelte e le modalità di azione, ma ha portato l’investigazione ad un livello più profondo, assicurando un numero crescente di criminali alla giustizia. È nato proprio in quei primi anni di ricerca il termine serial killer, forse ad opera dello stesso Douglas, o più probabilmente coniato da un suo più anziano collega di nome Robert Ressler.

John Douglas sembra aver dedicato tutta la sua vita allo studio della mente criminale, e non molto tempo fa, nel suo libro The Forgotten Killer, si è espresso a favore dell’innocenza di Amanda Knox. Aldilà della verità dietro ogni singolo caso, credo ci sia ancora tutta una dimensione da scoprire all’interno della mente umana e che valga la pena continuare ad indagare.

My Nerd Upside Down

Stranger Things è la serie tv ambientata negli anni ’80 che ha avuto più successo in questi ultimi anni, una serie che unisce ad una ricostruzione perfetta dell’epoca e del suo immaginario popolare più nerd, una storia ricca di mistero, paranormale, esperimenti scientifici e personaggi iconici e divertenti.

La seconda stagione, rilasciata da Netflix il 27 ottobre, era molto attesa anche da me, che non vedevo l’ora di immergermi di nuovo nel mio personale “UpsideDown” (SottoSopra). Non starò qui a raccontare le evoluzioni della storia, né a scrivere una normale recensione, ripercorrerò solo alcuni punti di questa nuova stagione che sono stati per me dei veri e propri portali dimensional-temporali. Mi hanno riportato alla mia infanzia, quando, guardando quei film fantastici per la prima volta, una parte di me credeva che tutto fosse possibile.

Se avete guardato la prima stagione, sapete che Will, anche dopo essere stato salvato, ha mantenuto una speciale connessione con il SottoSopra. Le sue visioni preoccupano i suoi familiari, che decidono di monitorare il suo stato fisico e psicologico con l’aiuto di un nuovo medico del laboratorio di ricerca.

Quando Will disegna un’immensa rete di ramificazioni con cui la madre tappezza tutta la casa, Bob – interpretato da Sean Astin, Mikey del film I Goonies – chiede se si tratti di una mappa che porta al tesoro dei pirati.

Quando lo sceriffo Hopper viene tratto in salvo dai tunnel sotterranei, prima di tornare in superficie non può fare a meno di recuperare il cappello che gli era caduto.

Dopo che uno dei ragazzini, Dustin, ha trovato uno strano animaletto e lo ha adottato, questo inizia una graduale e inquietante metamorfosi (Gremlins!), che spinge Dustin ad escogitare un piano per intrappolarlo: un percorso fatto con il cibo.

La creatura non è l’unica della sua specie, ha tanti fratellini che, dopo aver accerchiato Steve in stile Velociraptor, si dirigono al laboratorio. Qui Bob cercherà sia di essere un eroe sia di sfuggire all’appetito delle creature, ma sarà messo in serio pericolo dal rumore di un oggetto che cade inavvertitamente.

Un uomo d’altri tempi

Oggi mi ritrovo a pensare ad un incontro avvenuto due anni fa, che già allora giudicai alquanto singolare, ma che ora, alla luce di una nuova scoperta, acquista un significato ben più profondo.

L’incontro avvenne una sera di fine ottobre, mentre aspettavo l’autobus per tornare a casa, in una via abbastanza trafficata, ma dove non passa quasi mai nessuno a piedi. Avevo da poco subìto una delicata operazione agli occhi, e mi sentivo particolarmente insicura, oltre che dolorante per le ferite non ancora rimarginate.

Mi trovavo sovrappensiero, quando si avvicinò a me un giovane dall’aspetto bizzarro: era vestito con un completo scuro elegantissimo, con tanto di camicia bianca e cravattino dello stesso colore. Aveva una leggera stempiatura e, in compenso, una barba nera e foltissima, più lunga ai lati. Il tutto gli conferiva un aspetto maturo e d’altri tempi, ma non credo avesse superato di molto i trent’anni.

Persino il suo modo di parlare era bizzarro: per dirne una, si rivolse a me dandomi del “voi”, e già questo mi fece pensare ad uno scherzo. I suoi modi però erano così gentili, e il suo sguardo così serio, che io non me la sentii di negargli una risposta, né tanto meno di ridicolizzarlo con qualche commento sulla sua stranezza.

Mi chiese semplicemente di indicargli la strada per il mare.
Le mie indicazioni furono piuttosto semplici, dato che non ci trovavamo molto distanti dal porto, e lui ringraziò subito, ma rimase per alcuni istanti perso nei suoi pensieri, osservando un punto lontano.

Ciò che mi disse dopo, sarebbe difficile da dimenticare.
“Me ne andai da questa terra molto tempo fa, ma continuo a tornarci, mio malgrado. Pare che una forza divina mi trascini qui, per mostrarmi quanto le cose siano cambiate, e allo stesso tempo, in fondo, non siano cambiate affatto.”

Nonostante avessi difficoltà a sollevare lo sguardo, per via dei danni causati dalla recente operazione, osservai ugualmente i suoi occhi, che mi sembrarono lucidi e sinceri. “Siamo diversi – aggiunse – ma voi capite, in qualche modo, di cosa io stia parlando. E credo persino che avreste apprezzato me e le mie scoperte. Lo vedo dai vostri occhi, pieni di dolore, e speranza.”

Non capii affatto quello che mi disse, sentii solo che stava soffrendo e che aveva bisogno del conforto del mare. Mi rivolse un lieve sorriso e infine se ne andò, nella direzione che io gli avevo precedentemente indicato.

Solo oggi, dopo due anni da quell’incontro, ho rivisto per puro caso il volto dell’uomo elegante e triste che desiderava vedere il mare. L’ho visto in un libro che contiene antichi articoli di giornale della mia città, in una foto in bianco e nero che correda un articolo datato 1898.

Si tratta del “Pietrificatore”, uno scienziato – si potrebbe dire incompreso – inventore di una straordinaria tecnica per la conservazione dei cadaveri. Non fu ben accolto dai suoi concittadini, né preso in degna considerazione dalla comunità scientifica del tempo, e la sua formula, che ridava consistenza e colore ai corpi privi di vita, rimase per sempre un mistero.

Io non ho mai creduto ai fantasmi, e non so se l’uomo che incontrai quella sera di ottobre fosse realmente lo scienziato incompreso. Ma non dimenticherò mai i suoi occhi.

Racconti del terrore – tra fantasia e realtà

asdJohn William Polidori nacque a Londra nel 1795. Era un giovane brillante, infatti si laureò in medicina a soli 19 anni. In seguito divenne medico personale del poeta George Byron e lo accompagnò nei suoi viaggi attraverso l’Europa. Era con lui, e con la coppia Mary e Percy Shelley (non ancora sposata) e la sorellastra di lei, quando rimasti bloccati da una tempesta nella Villa Deodati presso il lago di Ginevra, decisero di passare il tempo scrivendo storie di fantasmi. È noto che da questo “gioco” nacque Frankenstein, ed ebbe vita anche Il Vampiro, scritto da Polidori ma erroneamente attribuito per lungo tempo a Lord Byron. Fu proprio a lui che il giovane medico si ispirò per creare quello che è considerato il prototipo del vampiro moderno, ovvero la creatura demoniaca ma allo stesso tempo elegante e affascinante che tutti conosciamo. Terminato il lavoro al fianco del poeta, non è chiaro quali furono le vicissitudini che portarono nel 1821 John Polidori, ancora giovanissimo, a togliersi la vita.

jb_nation_poe_1_mEdgar Allan Poe, considerato l’inventore del genere letterario “del terrore”, nacque a Boston, Stati Uniti, nel 1809. La sua vita fu affascinante e tormentata almeno quanto le sue opere. Rimase orfano a 2 anni e fu allevato dallo zio. Studiò per diversi anni in Inghilterra, in seguito, tornato in Virginia, fu espulso dall’università per la sua condotta dissoluta. Nonostante iniziò a scrivere molto presto, per lui fu difficile mantenersi con il solo lavoro di scrittore, per questo si dedicò per un periodo alla carriera militare, e poi fece ricorso spesso a prestiti e altre forme di assistenza. Nel 1835 sposò la cugina tredicenne Virginia, che più tardi si ammalò di tubercolosi e infine morì, lasciando un profondo segno nell’animo di Poe. Fu soprattutto da quel momento che lo scrittore si abbandonò all’uso di alcool e droghe, ma è proprio in questi stessi anni che nacquero i racconti del terrore che lo hanno reso famoso. La trilogia Eleonora, Ligeia e Morella rappresenta pienamente e in modo poetico quel sentimento di angosciosa sofferenza per la perdita di una persona amata. E.A. Poe morì diversi anni (e racconti) dopo, nel 1849 a Baltimora, in circostanze misteriose.

220px-william_hope_hodgsonWilliam Hope Hodgson nacque nell’Essex, in Inghilterra, nel 1877. A soli 14 anni si imbarcò, iniziando una faticosa carriera che lo tenne in mare per otto anni. In seguito si trasferì in Francia, dove prese l’avvio la sua produzione letteraria, influenzata dalla passata vita in mare e orientata profondamente al soprannaturale. Le sue opere, e in particolare il romanzo breve La casa sull’abisso, ispirò H.P. Lovecraft nella creazione del suo ciclo di Cthulhu. Durante la Prima Guerra Mondiale Hodgson decise di arruolarsi nell’esercito britannico, e infine morì, nel 1918, durante un bombardamento.

200px-howard_phillips_lovecraftHoward Phillips Lovecraft nacque nel 1890 a Providence, Rhode Island. La sua vita non fu affatto fortunata; cresciuto da una madre iperprotettiva (in seguito alla morte prematura del padre), ebbe spesso episodi di esaurimento nervoso che non gli permisero una crescita “normale” e soddisfacente. Solo dopo la morte di lei, Lovecraft si sposò e andò a vivere a New York, ma questa situazione non durò a lungo. Nonostante il talento dello scrittore fu ben presto riconosciuto, non riuscì mai a vivere dignitosamente solo del suo lavoro creativo, e fu costretto per tutta la sua vita a correggere opere altrui. Il matrimonio fallì e Lovecraft, tornato nella città natale, sfogò tutta la sua frustrazione nella scrittura, componendo la maggior parte dei suoi racconti più impegnativi e conosciuti, a partire da Il richiamo di Cthulhu, Il caso di Charles Dexter Ward, Il colore venuto dallo spazio, e la Storia del Necronomicon. La scrittura non gli rese la vita più facile e purtroppo nel 1937, all’età di 46 anni, morì a causa di un tumore all’intestino, ma da quel momento H.P. Lovecraft divenne un mito immortale della letteratura del terrore.

Nuovo Liebster Award

Il Liebster Award è un premio assegnato ai blogger dai blogger, un modo piacevole per conoscere nuovi blog e contemporaneamente gli autori che si celano dietro di essi. Sono molto contenta di essere stata nominata ancora e ringrazio per questo Fairylove, di Un libro per la testa.

Rispondo subito alle sue domande.

La vostra vacanza ideale. Mare, Montagna o altro? Un viaggio on the road, alla scoperta di città e luoghi inesplorati.

Il vostro romanzo preferito, quello del cuore? La storia infinita, di Michael Ende, che ho letto a 11 anni assieme a mia sorella.

Un romanzo che detestate? Non ce n’è uno, ma direi i romanzi rosa in generale.

Dolce o Salato? Ogni gusto ha il suo perché, ma non mi piacciono gli eccessi.

Potete entrare nel mondo di uno dei vostri libri preferiti. Quale scegliete? Gran Burrone (Terra di Mezzo).

Pausa relax, cosa preferite tra Caffè o Tè? Tè e infusi di tutti i tipi.

Che animale vi caratterizza? Il porcospino.

Un viaggio che volete assolutamente fare almeno una volta nella vita? In Giappone.

Il lavoro dei vostri sogni? Superstar e benefattrice (se posso sognare, perché non farlo in grande?)

Stagione preferita? L’autunno.

Cosa collezionate? Brutte figure!

Poi, ecco 11 cose random su di me:

  1. porto spesso le scarpe da ginnastica, nonostante sia la persona meno sportiva che conosca
  2. sono nata nel 1980
  3. ho una predilezione per il colore verde
  4. non ho ancora assaggiato la torta sacher
  5. ho scritto un libro che probabilmente non sarà mai pubblicato
  6. mi piace lo zenzero, ma non quello marinato della cucina giapponese
  7. faccio parte della congrega dei Corvonero
  8. amo l’Irlanda
  9. il mio Doctor preferito è il decimo
  10. invidio chi ha talento nel disegno
  11. avrei voluto un fratello

And the winners are

Take a book and drink a coffee with me

Il buon vecchio libro

Misunderstood Philosopher’s Library

NerdSaraiTu

La campana di vetro

Ho visto un film

CandidaNoise

The Anglophile Corner

Radical Ging

Fior7ella

Burabacio

Questi sono gli 11 blog scelti per il Liebster Award October 2017 Edition! Se qualcuno di voi nominati volesse continuare la tradizionale staffetta di questo premio, ricordi di citare il blog nominatore, rispondere alle 11 domande (che non ho ancora fatto), scrivere 11 cose di sé, premiare altri 11 blog e infine porre 11 nuove domande.

Le mie domande per voi sono:

  1. Avete un profumo/odore preferito?
  2. Un gioco della vostra infanzia.
  3. Qual è il senso della vita?
  4. Supereroe o anti-eroe?
  5. Romanticismo è…
  6. La vostra ultima invenzione.
  7. Quale romanzo secondo voi ha il finale sbagliato?
  8. Qual è l’ultimo film che avete visto al cinema?
  9. È sempre meglio la sincerità?
  10. Tè con Oscar Wilde o drink con Charles Bukowski?
  11. Com’è nato il nome del vostro blog?

British is my cup of tea

Benvenuta/o in quella che potrebbe diventare una vera e propria rubrica, ovvero il mio angolo delle meraviglie provenienti dal Regno Britannico. Qui si parla sempre principalmente di libri, film e serie tv, e così sarà anche questa volta.

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La mia ultima lettura è L’oceano in fondo al sentiero, dell’autore originario di Portchester, Neil Gaiman. La storia inizia con un uomo sulla quarantina che fa ritorno nel suo paese natale per un funerale e che, giunto presso la fattoria delle sue vecchie vicine, le donne Hempstock, si sofferma a ricordare il passato. Dai ricordi dell’uomo emergerà una realtà incredibile e oscura, abitata da entità antiche e fameliche, e da una ragazzina di undici anni (ma chissà da quanto tempo), che affermava che lo stagno in fondo al sentiero fosse un oceano.

Questa lettura, ancor prima di colpirmi per i suoi elementi fantastici – che vengono presentati in modo ineluttabile, come è giusto che sia, attraverso gli occhi di un bambino – mi ha catturato nel suo essere evocativa di quelli che sono stati anche i luoghi della mia infanzia. No, non sono vissuta nelle campagne inglesi degli anni ’60, ma anche nella Sardegna meridionale degli anni ’80, ho avuto la mia buone dose di stradine terrose, bocche di leone e luoghi ameni in cui immaginare l’esistenza delle fate.

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Mi è capitato, leggendo questo libro, di figurarmi la sua trasposizione cinematografica. E subito mi è venuto in mente Terry Gilliam, che sì è un regista americano, ma che ha rinunciato alla cittadinanza statunitense per quella britannica. Di recente ho guardato il suo Tideland – Il mondo capovolto. Si tratta di un film orribile e bellissimo, che ha ricevuto critiche molto contrastanti, su una ragazzina che, dopo la morte dei genitori tossicodipendenti, rimane sola in una catapecchia sperduta in una campagna sconfinata, e si rifugia nel suo mondo immaginario, tanto inquietante quanto la stessa realtà che la circonda. Se conoscete l’estetica dei film di Gilliam, dopo aver letto il romanzo di Gaiman, capirete perché ho immaginato facilmente una sua versione de L’oceano in fondo al sentiero.

In seguito a queste letture/visioni, proprio qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessante articolo di Luca Divelti, Il Monty Python’s Flying Circus, sullo show dei miei amati Monty Python, sulla collaborazione con l’allora animatore Terry Gilliam, sulla loro comicità irriverente, che ha avuto una così forte influenza sulla cultura britannica e non solo.

 

 

Suggestioni di inizio autunno

L’autunno è iniziato e io non potrei esserne più entusiasta. Quest’anno ho abbandonato la giacchetta nera in simil-pelle in fase di decomposizione e ho ripescato dall’armadio una bellissima giacca arancione, che mi accompagnerà nella mia nuova vita da studentessa pendolare e super-motivata (non si smette mai d’imparare, si sa). Orange is the new black, e autunno is the new capodanno, e io son piena di buoni propositi.

Come ha detto qualcuno, torna legale il tè caldo e la cioccolata fondente, e già questo mi rende molto felice. Aggiungo una manciata di noccioline e mandorle e un bicchiere di latte di avena (magari caldo, con un po’ di cacao), e posso ritenermi soddisfatta.

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Ancora fa troppo caldo per la copertina, quindi devo ripiegare su qualcos’altro per “proteggermi” dall’inquietudine durante la visione di America Horror Story – Cult. Ok, chiudere gli occhi ogni tanto può andare. Ho scoperto che l’unica cosa che mi fa realmente paura è la realtà: razzismo, omofobia, violenza bruta e… politica, per cui questa stagione per me è la più terrificante di tutte. Ammetto che Evan Peters è un buon incentivo per proseguire nella visione.

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Anche Jake Gyllenhaal e James McAvoy sono un perfetto incentivo per la visione di film come Enemy e Filth, altrettanto inquietanti e sconcertanti, che hanno aperto la mia personale stagione autunnale cinematografica. Se Jake aveva iniziato la sua carriera con un’opera cupa e psicologica come Donnie Darko, lo stesso non si può dire per James, che per tanto tempo – almeno nel mio immaginario – è rimasto il fauno tenerello di Narnia. Dopo Split, Trance e, appunto, Filth, non sarà mai più lo stesso.

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Di atmosfere completamente diverse Adult Life Skills, forse il film preferito del periodo, un comedy-drama britannico con protagonista Jodie Witthaker (il prossimo Dottore di Doctor Who, che ha fatto tanto scalpore nei mesi passati). È la storia di una giovane donna che vive in un capanno di proprietà della madre, e ha uno stile di vita giudicato da tutti infantile ed immaturo. Dietro l’apparente ribellione a qualsiasi responsabilità però si nasconde una motivazione emotiva profonda, una sofferenza da affrontare per poter risorgere dalle proprie ceneri e spiccare il volo.

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Altra storia di maturazione è poi quella scoperta in Dimentica il mio nome, libro-fumetto del celebre italiano Zerocalcare. Un autore che avevo già apprezzato con Kobane Calling, e che dopo questa lettura mi ha confermato la sua capacità di unire leggerezza e riflessività, in più mi ha fatto scoprire altre sue doti come l’autocritica e una immaginazione degna di un vero artista. A proposito di fumetti, non vedo l’ora di leggere l’ultimo numero di Rat-Man, che conclude la saga dello strambo supereroe nato dall’ingegno di Leo Ortolani. Una fine che non è proprio un’uscita di scena, dato che Rat-Man comparirà ancora in un altro albo (C’è Spazio per Tutti) e chissà poi dove. Perché si sa ormai – e in certi casi, per fortuna – che crossover e reboot are the new the end.

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Good Omens – Buona Apocalisse a tutti!

L’Apocalisse si avvicina, pare che la fine del mondo avverrà sabato prossimo. Questa è una brutta notizia, non tanto per gli umani che ne sono perlopiù all’oscuro, ma per l’angelo Azraphel e il demone Crowley, che vivono sulla Terra da tanti, troppi anni ormai e hanno imparato ad apprezzare le piccole gioie della vita, e non vorrebbero proprio rinunciarvi.

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I due, malcelatamente amici di vecchia data, decidono allora di trovare l’Anticristo, ancora ragazzino, e indirizzarlo sulla retta via. Il problema è che, undici anni prima, la suora che doveva affidare il figlio di Satana a una coppia di diplomatici americani, ha compiuto un errore, e il bimbo si è ritrovato in un’amorevole famiglia britannica. Si chiama Adam Young e vive a Lower Tadfield, una idillica cittadina dell’Oxfordshire.

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Mentre Adam inizia a sperimentare, giocando con i suoi amici, gli effetti dei suoi straordinari poteri, i Quattro Motociclisti dell’ApocalisseGuerra, Carestia, Inquinamento e Morte – si riuniscono e sono pronti a scatenare l’Inferno. Tutto sta avvenendo in linea con Le Belle e accurate profezie di Agnes Nutter, libro scritto da una strega del 1700 e che ora è nelle mani di una sua discendente, Anatema Device, che cerca di decifrarle. Nel frattempo, anche gli ultimi cacciatori di streghe, il sergente Shadwell e Newton Pulsifer, intuiscono che sta succedendo qualcosa di strano e cominciano ad indagare…

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Buona Apocalisse a tutti! (titolo originale: Good Omens, “Buoni presagi”) è un romanzo del 1990 scritto da Terry Pratchett e Neil Gaiman. Ho scoperto che ci sono persone a cui questi autori non piacciono, a cui non piace neppure Douglas Adams, l’umorismo inglese e l’umorismo letterario in generale. Be’, non si può discutere sui gusti. A me tutte queste cose piacciono moltissimo, e per questo ne parlo. Spero che qualcuno che ancora non conosce questo libro ne sia incuriosito e lo legga… Io dirò solo un’altra cosa: pochi libri mi hanno fatta sentire immersa completamente nell’avventura, legata irrimediabilmente ai suoi personaggi, curiosa di conoscere i loro movimenti, anche una volta che il libro è stato chiuso. Ecco, questo è uno di quei libri.