Chi ha paura del nulla? Autumn Mood

Eccomi qui per una nuova visione globale (nerdamente parlando) sul mese ancora in corso.

L’inizio dell’autunno è stato inaugurato con una lettura da cui non sapevo cosa aspettarmi, perché non mi fido mai troppo dei “casi editoriali”, e ne sono stata travolta. Si tratta di Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman. Una storia – e un personaggio – che si svela a poco a poco, lasciando emergere anche gli aspetti più oscuri e dolorosi dell’esperienza, senza mai perdere quella sorta di leggerezza che somiglia all’ironia, che solo chiunque abbia sofferto intensamente può sviluppare. Una giovane donna che ha perso il contatto con la realtà e con gli altri, sopravvive come un fantasma, tra lavoro in ufficio, weekend alcolici e fantasie adolescenziali, reimpara a stare al mondo aprendosi un poco alla volta alla gentilezza, alla condivisione, e guardando con coraggio il buco nero lasciato dal passato.

Nello stesso periodo, più o meno, ho visto la quinta stagione di Bojack Horseman, per me la migliore serie animata dopo Futurama. Il cavallo più depresso, tossicodipendente, egocentrico e problematico di Hollywood, continua a non deludermi con le sue cadute di stile e le sue calate agli inferi, che lo portano a riflettere sul suo modo di essere e su possibili via d’uscita.

La lettura successiva è stata I ragazzi di Anansi, di Neil Gaiman. Un fantasy vagamente anomalo, che però si potrebbe riassumere così: la storia di un ragazzo che scopre qualcosa di inaspettato su di sé e la sua famiglia, e questa conoscenza dà uno scossone fortissimo alla sua miserabile vita (vi ricorda qualcosa?). Ciò che scopre Ciccio Charlie – soprannome affibiatogli dal padre burlone – è che suo padre non era, appunto, semplicemente un burlone imbarazzante, ma anche una divinità potente e provocatoria, il dio-ragno Anansi. Un “viaggio dell’eroe” originale, che mi ha lasciato il sorriso sulle labbra più di una volta, molte immagini vivide di animali spaventosi, uomini ancor più terrificanti, eroi improvvisati e l’eco di una canzone da cercare dentro noi stessi, perché è la canzone della nostra vera essenza.

E poi ho guardato Maniac. La aspettavo da tempo e temevo un po’ che mi avrebbe deluso, ma così non è stato. Ho amato tutto di questa serie, anche se mi rendo conto degli elementi che possono aver fatto storcere il naso a qualcuno. Due persone profondamente sole, spezzate e sofferenti, decidono di partecipare ad una sperimentazione farmaceutica per la cura di traumi psicologici, in una realtà retro futuristica nella quale i rapporti tra le persone appaiono gravemente compromessi. La sperimentazione ci fa compiere un viaggio all’interno delle menti dei due protagonisti, attraverso realtà alternative ricche di simbolismo e richiami alla cultura popolare, così come la serie nel suo complesso. Le tre fasi, scandite dalle tre pillole A, B e C, sono le tappe di una terapia che mira ad affrontare i traumi vissuti, svelare i punti ciechi (ciò che è nascosto, represso) per riuscire finalmente ad andare avanti con la propria vita. Il mix di generi e la contemporanea presenza del dramma della fragilità umana e della commedia dell’assurdo, sono tra le caratteristiche più discusse e da me più apprezzate. Ma al di là delle scenografie e dei costumi iconici, ci sono frasi che mi rimbombano dentro e un desiderio di connessione che muove i personaggi verso l’epilogo, che mi ha commosso e scosso forse più del dovuto, come tutte le cose che temo di non riuscire più a provare.

Ecco che torno sempre sullo stesso punto, come un disco rotto; come una bambina mi rifugio nella fantasia per sfuggire al nulla, e guardo film come Summer of ’84 o Ant-Man, sognando misteri e avventure. Quando torno alla realtà e al presente, nulla funziona, perché sono io a non funzionare. Sperimentare e poi tornare al punto di partenza, questo è il mio inferno personale. Mentre nel mondo ci si dimentica delle lezioni del passato e si acuiscono discriminazioni e “ismi” di ogni sorta, io non imparo abbastanza dai miei errori, e continuo ad essere me nella versione danneggiata, non illuminata, insana (qui il tono si fa più tragico), alla ricerca di una connessione che non so trovare/creare, con la paura di essere già un tutt’uno con il nulla.

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Il salmone del dubbio e altre impressioni di settembre

Di solito mi vergogno di essere un’adulta tanto confusa, imperfetta, incompiuta. Allo stesso tempo non mi piace nascondere le mie debolezze, i miei limiti, per cercare di apparire una persona migliore. È quello che si fa, lo so, per sopravvivere, ma credo di aver sviluppato una certa intolleranza a questo atteggiamento, con tanto di sfoghi cutanei. Questa doppia sensazione non mi abbandona mai e mi rende selettiva nelle confessioni e rivelazioni che faccio persino a me stessa. La consapevolezza resta però un traguardo, che sia condivisa o meno, la capacità (e il coraggio) di guardarsi dentro e vedere quello che effettivamente c’è e quello che non c’è, quello che c’era e ha subito un processo di erosione. L’accettazione è un passo successivo in cui ancora non ho avuto successo.

In queste settimane ho letto Il salmone del dubbio, il libro di Douglas Adams che comprende per due terzi articoli e altri scritti saggistici, e per un terzo l’inizio di quello che forse sarebbe stato il volume numero tre dell’investigatore olistico Dirk Gently, oppure il numero sei della Guida galattica per gli autostoppisti. Tutto ciò che riesco a dire su questo libro è esclusivamente personale. È stato come conoscere più a fondo uno dei miei autori preferiti e salutarlo per un’ultima volta (anche se non si saluta mai uno scrittore un’ultima volta). È stato un po’ doloroso capire quante cose avrebbe potuto raccontarci ancora, quanto era lì pronto per essere vissuto e svelato e resterà invece un mistero. Il Dirk Gently che si trova nella corrente del salmone del dubbio è un individuo che comincia a indagare su se stesso, prende appunti quando qualcuno gli fa notare qualcosa di sé di cui non era consapevole, si lancia, con il suo inconfondibile stile, in una ricerca senza senso, pronto ad accogliere qualsiasi cosa verrà. Con questa lettura mi è stato ancora più chiaro perché amo Mr Adams: per il suo umorismo tutt’altro che fine a se stesso, e per il suo animo fanciullesco e avventuroso, che richiama il mio al gioco e alla sfida di un salto nel buio.

In queste settimane ho anche ripreso a pieno ritmo la visione di film e, soprattutto, serie tv, perché se c’è una cosa che faccio con regolarità è distrarmi dalla realtà. L’elemento davvero rilevante è che la maggior parte delle cose che guardo non è di genere fantastico, quindi non mi permette di evadere dal mondo così come lo conosciamo (con poche, peculiari, eccezioni – come Doctor Who, American Horror Story, o Castle Rock, che però ha sortito l’unico effetto di risvegliare in me la voglia di leggere Stephen King). Sono ormai consapevole di essere dipendente da un certo tipo di film e serie tv che soddisfino il mio bisogno di emozioni e di identificazione: Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, Demolition, Search Party, Atypical, Shameless, Kidding, sono solo alcuni titoli per tracciare un identikit dell’unico tipo di droga che il mio corpo sembra richiedere. Un messaggio reiterato di ricostruzione, di rivalsa, della necessità di liberarsi del vecchio per fare spazio al nuovo.

È stato un anno bello ricco di prove e consapevolezze, ed ora mi sento come se volessi iniziare qualcosa di nuovo ma ricadessi sempre nei vecchi meccanismi, che mi rendono un marchingegno inceppato. Ci sono diverse cose che sono capace di fare: prendere una buona abitudine e portarla avanti (non l’esercizio fisico, però); rinunciare a un cibo poco sano senza particolari rimpianti; studiare con regolarità per un test; provare esperienze/ambienti nuovi nonostante l’ansia sociale; mettere ordine tra le cose. Dovrei aggiungere che sono piuttosto brava a fare liste e schemi, ma non altrettanto brava a costruire cose (mobili o relazioni). L’attanagliante dubbio è che sia molto più importante quest’ultima cosa di tutto il resto.

Mi ripeto spesso che se riuscissi ad aiutare me stessa allora riuscirei finalmente ad aiutare gli altri, ma non mi sento mai abbastanza sicura, metto sempre in dubbio ogni cosa, atteggiamento totalmente fuori moda. Però ci sarà qualcuno, lì fuori, che si senta smarrito, insicuro, demotivato, non allineato alla società? Magari apprezzerà di non essere solo. Se poi fosse pure giovane, sappia che c’è qualcuno che sta peggio di lui e si senta rinvigorito da questo: hai tutto il tempo per capire cosa fare della tua vita, per stravolgerla magari, cambiare te stesso e punto di vista. A meno che non passi il tuo tempo a guardare serie tv e a vivere quelle vite, quelle emozioni, disabituandoti a guardare qualcuno negli occhi e a tutti i tempi morti che di norma in un film o in una serie verrebbero tagliati. Allora saresti fottuto, perché il tempo scorre veloce, velocissimo.

Ma niente panico, come la vecchia saggia megera di un libro di Douglas Adams, ti dico: puoi prendere esempio da me, se farai l’opposto di ciò che faccio io, andrà tutto bene.

Questa volta non ho un titolo

Quando sai benissimo che qualcosa deve cambiare, che solo tu puoi farlo

e l’unica sensazione che provi è quella di essere al buio e camminare sul posto

muovendo braccia e gambe nel tentativo di fare un passo

che non fai mai.

Vedi le schiene delle altre persone e ti chiedi “come sarebbe se”

e poi, improvvisamente, capisci che il destino esiste, nonostante tu non ci creda.

Non un destino solitario, ma malinconico sì

di una vita in punta di piedi, per non arrecare disturbo

un disturbo ulteriore.

E vado a capo come se fossi una poesia

ma poesia non sono.

Lascio lo spazio a chi sa prenderselo

mentre continuo ad avvolgermi come ho sempre fatto

per occupare meno spazio

per stare nascosta in un luogo angusto

come un rimpianto, come una promessa non mantenuta.

Devo ancora imparare a danzare

ancora e ancora.

***

Cari lettori e care lettrici, questo blog non sarà più come è stato finora. Niente più articoli a cadenza settimanale, il mercoledì. Niente più resoconti della mia vita da quasi-nerd davanti ad uno schermo. Spero di non trovare più il tempo di scrivere, troppo presa dalla vita vera, anzi, in tutta onestà, spero di trovare un modo di vivere che mi dia nuovamente voglia di scrivere, davvero. L’idea è quella di conservare questo luogo per le cose buone che può portare – come la condivisione – e tornarci ogni tanto, con qualche pensiero o racconto o chissà. Era nato come una ricerca, e la ricerca continua. Buone letture a tutti!

10 passi con Kafka sulla spiaggia

Mito di Edipo Il protagonista del romanzo di Haruki Murakami, Tamura Kafka, ha su di sé il peso di una profezia: ucciderà suo padre e giacerà con sua madre. È il mito greco di Edipo, raccontato da Sofocle nell‘Edipo re, tragedia a cui Murakami non aveva neanche pensato quando cominciò a scrivere Kafka sulla spiaggia. Ma i miti – come dice lo scrittore – parlano di storie antiche quanto e più dell’uomo, fanno parte del dna umano ed emergono con forza, coscientemente o meno.

Onirico Come quasi ogni romanzo di Murakami, anche questo racchiude in sé una buona dose di surrealismo e scene oniriche. Un uomo che parla con i gatti, pesci che piovono dal cielo, il fantasma di una ragazza che fa visita al protagonista durante la notte… Per l’autore non si tratta di fantasie: “For me the dreamlike is very real (per me l’onorico è molto reale)”. Il tempo si contrae e si dilata, le esperienze, tanto quanto gli oggetti, sono metafore delle nostre coscienze, la realtà è un enigma che ognuno ha il potere di risolvere a modo suo.

Oriente e Occidente Tutti i libri di Murakami mescolano cultura giapponese e cultura occidentale. Anche Kafka sulla spiaggia contiene località e luoghi del Giappone, come Takamatsu e i suoi santuari, concetti come quello di karma, cibi e oggetti della tradizione nipponica, come gli udon (tagliolini in brodo) e i futon (insieme di materasso e trapunta disposto sul pavimento), e riferimenti alla letteratura tradizionale, per esempio agli haiku (brevi poesie composte secondo precise regole). Ma allo stesso tempo trabocca di elementi della cultura pop occidentale, sui quali non manca di insistere con dovizia di particolari (mi riferisco alla moda e alla musica, ma anche a Johnny Walker e al Kentucky Fried Chicken).

Kafka, Franz Il nome dello scrittore praghese è presente in diversi modi nel romanzo: nel titolo, per cominciare, che è lo stesso di un quadro appeso nella biblioteca Komura, dove il protagonista abiterà per un po’, nonché quello di una canzone, ricca di simbolismo, oscura e affascinante, proprio come la prosa dell’autore ottocentesco. Kafka è il nome che Tamura decide di darsi quando scappa di casa, il suo alter ego si chiama Corvo e kafka (kavka) in ceco indica proprio un tipo di corvo.

Personaggi fuori dalla massa I personaggi creati da Murakami sono sempre persone piuttosto isolate, entrano in contatto con gli altri sottovoce, a poco a poco, lasciando una scia di sé come spiriti evanescenti. Sono lontani dalla massa e a volte non per loro scelta, come nel caso del secondo protagonista – Nakata – che in seguito ad un incidente in tempo di guerra ha dimenticato ogni cosa, persino come leggere e scrivere. Perché dare così tanto spazio a un outsider, è stato chiesto all’autore. “Perché Nakata mi piace. Penso che un autore debba avere un personaggio da amare incondizionatamente”.

Gatti Questi animali compaiono spesso nelle opere dello scrittore giapponese e in Kafka sulla spiaggia hanno un ruolo di particolare rilievo. Sono gatti parlanti (o almeno qualcuno riesce a comprende il loro linguaggio), a volte indifferenti, altre amichevoli, a volte folli, altre decisamente saggi. Murakami non ha mai nascosto il suo amore per loro.

Musica Un’altra sconfinata passione dello scrittore è la musica, in particolare quella classica, jazz e rock. In questo romanzo vengono citati numerosi artisti internazionali e alcune delle loro opere, che a volte fanno da semplice accompagnamento agli eventi, altre invece sono più protagoniste, nel trasmettere emozioni inaspettate e suscitare riflessioni sull’esistenza. Alcuni titoli: Kid A dei Radiohead, Il trio dell’arciduca di Beethoven, My Favorite Things di John Coltrane, The White Album dei Beatles, Dock of the Bay di Otis Redding, il Primo concerto per violoncello di Haydn, la Sonata in re maggiore di Schubert.

Anguille Tra i vari cibi che compaiono nel libro, le anguille sono di certo le più elogiate: piatto preferito di Nakata e dello stesso Murakami.

Pietra La cosiddetta “pietra dell’entrata” è un elemento misterioso e fondamentale della storia: la chiave di volta tra il mondo comune e un mondo altro, dove il tempo con ha alcuna importanza. Sulla copertina dell’edizione giapponese del libro compare una pietra decorata a simboleggiare la magica pietra dell’entrata. Nella realtà si tratta di un fermacarte che si trova sulla scrivania di Murakami.

Crescita Kafka sulla spiaggia è la storia di un ragazzo di quindici anni e del suo passaggio, travagliato e sofferto, dalla fanciullezza alla maturità. Non un Peter Pan che ha paura di crescere, ma un giovane uomo che vuole trovare la sua strada, affrontare il suo destino per conoscere la persona che potrebbe essere, per aprirsi a un nuovo mondo, quello dell’età adulta.
Ma non ho ancora capito che cosa significa vivere – dico. – Guarda il quadro – dice lui. – Ascolta il rumore del vento… Ne sei capace.

 

Le estati del mio passato (tag)

Dopo aver letto i post di Roberto di OpinioniWeb-XYZ e Redbavon mi sono convinta a fare anch’io un salto nel passato e raccontare qualcosa delle mie estati di quando ero bambina/ragazzina. Questo tag è particolarmente interessante perché ci permette di ricordare cose che non ci sono più, che rappresentano un’epoca e anche un momento della vita fondamentale, che ci rende spesso nostalgici (parlo di noi “over 30/on the road to 40”, ma ovviamente anche i più giovani sono invitati a partecipare!).

Luogo

Il luogo che più di ogni altro rappresenta la mia estate passata è la casa a Flumini di Quartu, nella quale io e la mia famiglia passavamo quasi tutte le vacanze, fino a quando non è stata venduta. Allora giocavo spesso in giardino o nei dintorni, dove c’erano poche case e un bel po’ di campagna. Spesso andavamo in una spiaggia in una località vicina chiamata Sant’Andrea, mentre per alcuni anni ci spostammo in un’altra zona, Marina Residence, un piccolo agglomerato di villette vicinissime al mare. Capitava abbastanza spesso di fare dei viaggi, a Roma in particolare, dove abitava una zia di mio padre, e anche in altre città della penisola. Ho dei bellissimi ricordi della costiera romagnola, di Desenzano e del Lago di Garda e di Gardaland, il parco di divertimenti.

Giochi (in cortile – in spiaggia – da tavolo – videogame – giocattolo)

La maggior parte dei giochi si svolgevano in giardino e la regola principale era improvvisare. Spesso inventavo storie o situazioni, sia da sola che con mia sorella maggiore, e a volte con le cugine del cuore o qualche bambino del vicinato. Mi divertivo a cucinare strani piatti a base di terra e piante, esplorare la campagna vicina in cerca di tracce misteriose, fingere di essere in un college assieme ad attori famosi, creare canzoni… C’erano anche cose più comuni come la bici e l’altalena e il gommone riempito d’acqua da usare come piscina. In spiaggia non ricordo giochi particolari, ci si divertiva davvero con poco: qualche scultura (stramba) con la sabbia, il materassino che diventava una zattera in mare, bocce e racchettoni quando mi sentivo atletica. A casa mi piaceva sia leggere che disegnare, nel loggiato si giocava a carte, perlopiù pinella, scopa e rubamazzetto, e al mitico biliardino (al quale quando ho l’occasione gioco ancora). Ho trascorso l’infanzia e anche l’adolescenza lontana dai videogames, anche se ho qualche vago ricordo di PacMan e di Street Fighter giocati in una sala giochi del Poetto chiamata Cavalluccio Marino. Solo più avanti ho conosciuto Monkey Island e ho scoperto la mia passione per le avventure grafiche!

Cibo

Non sono mai stata una gran mangiona, tantomeno da bambina e in estate, ma i gelati li mangiavo anch’io. Ne ricordo alcuni in ordine sparso: la coppetta panna e cioccolato, il ghiacciolo all’arancia, quello al limone con la stecca di liquirizia, il Fior di fragola, il croccante all’amarena, la Coppa del nonno, il Cucciolone e il Cooky Snack, la Bomboniera e la Pantera Rosa. Ho poi un ricordo sfumato di un gelato che riproduceva la faccia di un clown con una gomma tonda e rossa a fare da naso, ma non riesco a trovare né il nome né un’immagine… Se qualcuno se lo ricorda mi illumini, per favore!

Fumetto

Non sono mai stata una lettrice di fumetti, senza una particolare ragione. Quando ero piccola, e soprattutto d’estate, non leggevo molto. Ricordo però che spesso sfogliavo Il Corriere dei piccoli, che conteneva tra le altre cose le storie della Pimpa e del Signor Bonaventura.

Libro

Ci sono diversi libri nella mia infanzia e pre-adolescenza ai quali sono affezionata, ma non saprei dire quali abbia letto nel periodo estivo. Cito quelli che ricordo meglio: la serie sulle Storie del bosco, Il libro segreto degli gnomi, la serie della DeAgostini Alla scoperta dell’universo con i Bobobobs, Il tesoro di Masquerade, Il mistero di Dark Crystal, La storia Infinita, Un buco nel tempo e Capelli viola, della collana Junior della Mondadori. Ah e poi, last but not least, la serie di libri interattivi con protagonista Indiana Jones, che io amavo!

TV

La tv ci faceva compagnia soprattutto a pranzo e a cena. Tra i programmi che ricordo ci sono quelli musicali, per esempio Superclassifica Show con la bellissima sigla del Supertelegattone, e Giochi senza frontiere, che credo mi costringessero a guardare! Seguivo molti cartoni animati durante l’anno, ma ce sono un paio che più collego all’estate: Bum Bum il cagnolino (simpatico e carino, che cerca la sua mamma…) e Holly e Benji, con gli sterminati campi da calcio e le lunghe riflessioni prima di tirare in rete. Le serie tv seguite e che ricordo con probabilmente eccessivo affetto sono: La signora in giallo, Visitors, I racconti di Zio Tibia e Saranno famosi. Avevo una cotta per Danny Amatullo!

Film

Non dico non si vedessero film in estate, ma non ho memoria di un film che abbia visto e amato proprio in questa stagione. Cito comunque alcuni titoli significativi legati in qualche modo al periodo estivo e al mio passato: I Goonies, E.T. l’extraterrestre, Stand by me, Dirty Dancing e Miracolo sull’ottava strada.

Canzone

Vamos a la playa dei Righeira è stato sicuramente uno dei miei primi tormentoni estivi, poi ci sono state le canzoni dei New Kids on the Block, imparate mio malgrato a causa di una sorella – fan – sfegatata, e ovviamente le sigle dei cartoni animati (L’isola della piccola Flo, Sara Lovely Sara e È quasi magia Johnny, tra tutte). Ma le migliori canzoni restano quelle inventate con la mia sorellona!

Life

La categoria “vita mondana” non sarà molto ricca, perché già ho raccontato gran parte di quello che io e la mia famiglia facevamo durante le estati degli anni ’80 e dei primi anni ’90. I viaggi, il mare, i gelati, i giochi in giardino. Per un po’ ci sono stati anche un cane e due gatti, i vicini che avevano i conigli, e altri amici che avevano persino i maiali. Le notti passavano tra una cena all’aperto, una storia raccontata e un manto di stelle da osservare sul tetto, se si aveva il coraggio di salire. Poi tanti sogni ad occhi aperti di una vita diversa, di luoghi lontani, di suoni, sapori e visioni nuove…

Vi lascio con una foto di un’estate passata, di cui non ricordo né l’anno né il luogo, ma solo che era un momento felice. Vi invito a partecipare al tag, magari con un commento, se vi fa piacere e vi auguro un buon Ferragosto!

Libri di una notte di mezza estate

Quali libri della mia lista di letture estive ho letto davvero, finora? Si è inserito qualche titolo inaspettato nella lista? Sono indietro rispetto al tempo a disposizione? Spoiler: ovviamente sì.

Ho già celebrato Gli umani (di Matt Haig) con un post dedicato, qui mi limito a consigliarne la lettura a chiunque. Piacerà di certo ai romantici, ma sarà certamente utile ai cinici.

A scanner darklyUn oscuro scrutare (di Philip K. Dick) nella sua versione “graphic novel” non mi ha convinto affatto. Avevo grosse aspettative, ma il testo mi ha deluso sotto vari punti di vista, a tratti l’ho trovato ridicolo. Credo proprio che questo prodotto sia stata una pura e semplice operazione commerciale e che non aggiunga niente, anzi non renda giustizia, al film di Richard Linklater, ispirato al romanzo di Dick. In un futuro non molto lontano, una nuova droga si sta diffondendo, la sostanza M o sostanza Morte. Bob e i suoi amici sono dipendenti dalla nuova droga e passano le giornate tra paranoia e discorsi poco sensati. Bob è anche un agente della narcotici sotto copertura, ma la sua dipendenza è reale, e gli emisferi del suo cervello si stanno separando irrimediabilmente. Sono ancora curiosa di leggere l’opera originale, ma sono ancora più curiosa riguardo La svastica sul sole, altro romanzo dello stesso autore, aggiunto alla lista dopo la visione della serie L’uomo nell’alto castello.

La lettura successiva è stata Yeats è morto!, romanzo nato dalla collaborazione di quindici autori e autrici irlandesi e ambientato nell’isola del trifoglio. Un uomo, da molti considerato pazzo, viene ucciso perché si dice che possieda qualcosa di molto prezioso, qualcosa che diverse persone vorrebbero. Il mistero è fitto ma sarà svelato completamente. Il bello di questa storia è ciò che gira tutt’intorno al mistero: i personaggi, con caratterizzazioni quasi caricaturali, l’azione, che unisce pericolo e frivola ironia. Il libro in generale è un buon thriller e lo stile, seppur altalenante, com’è naturale che fosse data la moltitudine degli autori, riesce a mantenersi abbastanza omogeneo, non creando troppa confusione tra un capitolo e l’altro. È anche coinvolgente e divertente, a modo suo, ma penso potrebbe deludere i lettori più navigati del genere. Io, che sono una novellina del thriller, l’ho trovato piacevole. Ecco, non memorabile.

Ora sto terminando di leggere Kafka sulla spiaggia (di Haruki Murakami) e mi sento coinvolta e affascinata, ma – come mi accade sempre con questo autore – anche frastornata e dubbiosa riguardo la conclusione che mi attende dietro l’angolo. Uno stimolo, questo, per riflettere sull’importanza del “viaggio” aldilà della meta. Sulla mensola, nel frattempo, mi attende una nuova, inaspettata lettura: La vita accanto, di Mariapia Veladiano, che mi ha attratto empaticamente per la sua protagonista. In arrivo, infine, e quindi possibili prossime letture, altri due “fuori lista”: Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman, e il saggio Ragioni per continuare a vivere di Matt Haig. E così il cerchio si chiude. Voi cosa state leggendo? Avete letto qualcuno dei libri che ho citato?

(Non solo) Cose giapponesi

In un periodo in cui sto cercando di approfondire la mia conoscenza sul Giappone attraverso lo studio della lingua, sono stata attirata più del solito da prodotti visivi giapponesi o incentrati su questa affascinante e complessa cultura. Sul sentiero di scoperta mi sono imbattuta anche in film e documentari di altri paesi orientali, altrettanto interessanti, e in show di dubbio gusto di cui non ho completato la visione, ma che mi riservo il diritto di rivalutare.

Per prima cosa ho visto Una lettera per Momo, film di animazione. Racconta la storia di una ragazzina che affronta la morte improvvisa del padre, portandosi dentro un gran senso di colpa per le ultime parole rancorose che gli aveva rivolto quando era ancora in vita. Di lui le rimane solo il ricordo e una lettera con queste parole: Cara Momo. La piccola non riesce a non pensare a ciò che il padre avrebbe voluto dirle, e solo l’incontro con dei demoni strani e pasticcioni riuscirà a dare una svolta alla sua malinconica routine.

La serie anime che ho scelto di vedere per intero (11 episodi) è The Great Passage. La storia raccontata, seppur molto semplice, racchiude diversi elementi-chiave della cultura giapponese. Majime Mitsuya è un ragazzo introverso e impacciato, che inizialmente lavora come rappresentante di una casa editrice. Viene poi “scoperto” dal reparto dizionari della stessa c.e. che decide di reclutarlo per la compilazione di un nuovo dizionario. La passione per le parole è la forza che porta avanti questo lavoro, che viene vissuto come una vera e propria missione: nell’oceano di parole dal quale siamo circondati e che a volte ci sommerge, i dizionari sono fari che ci permettono di trovare i modi per comunicare.

Il documentario WaShoku: Beyond Sushi parla della cultura alimentare giapponese. Vengono mostrati i principali alimenti e le bevende commercializzati in Giappone, questo tramite le interviste a diversi chef o ad altri lavoratori nel campo della ristorazione e del commmercio alimentare. È interessante e sorprendente anche qui vedere la dedizione con cui questi lavori vengono portati avanti, una dedizione che a volte somiglia a un’ossessione, ma che è di certo d’ispirazione per chiunque cerchi di realizzare un sogno.

Qualche riserva l’ho avuta su un film taiwanese dalle premesse molto promettenti, A Fish Out of Water: la storia di un bambino che sembra ricordare la sua vita passata e della sua “nuova” famiglia che deve affrontare la cosa. Ben più di qualche riserva, invece, per le serie tv Who Killed Daigoro Tokuyama?, Massage Detective Joe, Tokyo Girl e Fukuyadou HonpoA Kyoto Love Story, nonostante a queste ultime sento potrei dare una seconda chance.

Infine, non posso non citare il documentario Tashi and the Monk, sul monaco buddista che gestisce una casa di accoglienza per bimbi bisognosi in una regione dell’India al confine con la Cina. Un documentario commovente, semplice eppure di grande impatto che tutti dovrebbero vedere.

Le migliori serie del periodo – Welcome to the 60s

Avviso subito che il titolo è ingannevole. Le serie tv consigliate in questo articolo non sono uscite in questo periodo, non sono nemmeno del 2018. Si tratta di The Man in the High Castle, iniziata nel 2015 e giunta alla seconda stagione (è da poco uscito il trailer della terza), e di The Marvelous Mrs. Maisel, la cui prima stagione è stata trasmessa nel 2017 (ma è stata tradotta nella nostra lingua quest’anno).

Entrambe prodotte da Amazon Studios, queste serie di altissima qualità sono emerse prepotentemente dall’offerta di prodotti visivi di Prime Video, riuscendo a tenermi incollata allo schermo del mio tablet nei caldi pomeriggi di luglio. Due serie tv molto diverse tra loro con una cosa in comune: una fantastica (ri)costruzione degli anni ’60.

The Marvelous Mrs. Maisel (La fantastica signora Maisel) è ambientata precisamente nel 1958. Ci troviamo a New York, dove Miriam Maisel, detta Midge, giovane casalinga ebrea, vive con suo marito Joel. I due appaiono felici: lui di giorno lavora in un ufficio e di sera cerca di sfondare come comico in un club, lei si prende cura di lui (un po’ meno dei loro figli) e gli offre puntuali feedback sulle sue battute. Una sera, in seguito ad un’esibizione fallimentare di Joel, che lo sconvolge, l’uomo le rivela di avere un’amante e la lascia. A Midge sembra cadere il mondo addosso: si ubriaca e, in preda a un misto di rancore e disperazione, improvvisa uno show sul palco del club, in puro stile standup comedy. E da quel momento niente sarà più uguale a prima.

The Man in the High Castle (L’uomo nell’alto castello), ispirato al romanzo ucronico di Philip K. Dick La svastica sul sole, è ambientato in un ipotetico passato, il 1962, nel quale le potenze dell’asse hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale. Gli ex Stati Uniti sono stati spartiti tra i vincitori e divisi in Stiati Giapponesi del Pacifico ad ovest e il Grande Reich Nazista ad est, con una zona neutrale, gli Stati delle Montagne Rocciose, a fare da spartiacque. Juliana Crain è una giovane donna che vive a San Francisco, assieme al fidanzato Frank. La sua sorellastra Trudy, membro della resistenza, le consegna la bobina di una pellicola dal titolo “La cavalletta non si alzerà più”, che mostra gli alleati sconfiggere Germania e Giappone. Trudy viene uccisa dalla polizia giapponese e Juliana, dopo aver scoperto che era diretta a Canon City, nella zona neutrale, decide di partire per fare luce su tutta la faccenda.

Sono molto curiosa di vedere come le storie continueranno e ho persino aggiunto il libro di Dick alla lista delle prossime letture. Qualcuno le sta seguendo? Cosa ne pensate?

Movie Club – Alla ricerca della felicità

Di solito quando si pensa alla ricerca della felicità rappresentata nel cinema, la mente va al film con Will Smith: un ottimo film, che mostra come la felicità sia qualcosa per cui lottare, qualcosa che dipende da noi, dal nostro impegno. Il protagonista parte quasi da zero e arriva col tempo e molta forza di volontà ad ottenere risultati prima impensabili. Eppure non è detto che chi ha di più – un buon lavoro, una compagna, una famiglia affettuosa – sia felice. I film che ho scelto, pochi di una lunga lista, mostrano proprio come l’uomo medio (ma ovviamente vale anche per la donna) si senta spesso insoddisfatto e abbia il bisogno di ritrovare se stesso per scoprire la strada della felicità. Si tratta di film poco noti, scorrevoli e positivi (il terzo è un po’ particolare). Chi li ha visti?

Hector e la ricerca della felicità

Questo film, multi-produzione britannica, canadese, tedesca e sudafricana, è l’adattamento del romanzo francese Il viaggio di Hector o la ricerca della felicità. Racconta la storia di un giovane psichiatra che si sente intrappolato in una routine insapore, si definisce “un impostore” perché dà consigli ai suoi pazienti su come vivere, quando lui stesso non sa come farlo pienamente. Allora decide, in un istante di rottura e imprevedibile coraggio, di gettarsi a capofitto nella ricerca della vera felicità: con uno zaino in spalla, una destinazione remota e un taccuino su cui prendere appunti, inizia il suo viaggio avventuroso per scoprire il mondo e, sopratutto, se stesso.

Con una semplice registrazione è possibile vederlo su Rai Play.

La formula della felicità

Questa commedia americana potrebbe far storcere il naso a molte persone. Racconta la storia di Douglas Varney, un farmacista che tradisce la moglie con una affascinante cliente e ritrova con lei i piaceri del sesso e degli eccessi, compreso l’uso di farmaci per sballarsi. Il punto però non è questo, secondo me: Doug è essenzialmente un uomo represso, che per anni si è fatto mettere i piedi in testa da suocero, moglie e figlio appena adolescente, rendendo se stesso una pallida fotocopia del sé più autentico. Gli eccessi sono solo un rito di passaggio per ritrovare quel sé, per lanciarsi oltre la sua zona di confort e rischiare anche di perdere tutto, pur di riassaporare la vita, aldilà delle apparenze e delle sue regole.

Potete vedere una clip in italiano su YouTube.

L’arte della felicità

Questo lungometraggio animato è nato dalla collaborazione di un nutrito gruppo di autori e disegnatori italiani. Racconta la storia di Sergio che lavora come tassista a Napoli ed è evidentemente arrabbiato con la vita. Sul suo taxi Sergio attraversa la città, una Napoli che appare sempre più degradata, come a fare da specchio all’interiorità del protagonista. Conversa con i clienti che si alternano durante la giornata o si limita ad ascoltarli, e man mano, da elementi apparentemente estranei, emergono i ricordi del suo passato, della famiglia, del fratello, col quale tanti anni prima componeva musica, e si rianimano sensazioni che sembravano perdute. Un racconto poetico e vivido – e poco noto – della felicità del qui e ora.

Anche questo lo trovate su Rai Play.