Black Mirror e gli interrogativi etici

Black Mirror è una serie tv che ha fatto molto scalpore. Quando vidi le prime due stagioni, e nessuno ne aveva mai sentito parlare, da buona amante delle produzioni britanniche particolari, ne andai subito pazza. Poi si è sparsa la voce dell’esistenza di una serie antologica capace di rivoltarti l’anima e tenerti sveglio la notte, senza mai sconfinare nell’horror vero e proprio, e Black Mirror è diventata la serie di culto che conosciamo. Il genere è quello fantascientifico, o ancor più precisamente distopico, e le riflessioni che scaturiscono dalle singole puntate riguardano sempre lo stretto legame dell’essere umano con le tecnologie e le conseguenze, spesso drammatiche e terrificanti, che possono derivarne.

Ultimamente si è sentito molto parlare della quarta stagione di Black Mirror. Come già era accaduto per la terza, che ha segnato il cambio di produzione, affidata ora alla grande azienda statunitense Netflix, anche questa stagione ha lasciato la maggior parte dei fan della serie parzialmente delusa, per non avervi ritrovato quel senso di devastazione, smarrimento e totale assenza di speranza che la caratterizzava in precedenza. In pratica nessuno ha da ridire sulla qualità altissima di questo prodotto, ma il pubblico, quasi unanime, ha gridato il suo disappunto per il cambiamento di tono, per la generale edulcorazione delle vicende narrate.

Ma non voglio soffermarmi su un dettaglio tanto evidente quanto irrilevante, quale è secondo me il cambiamento di Black Mirror. Nonostante la scontata influenza di mamma Netflix e di papà U.S.A., la scrittura della serie continua ad essere nelle mani di Charlie Brooker, ottimo sceneggiatore e profondo conoscitore del mondo dei mass media e di videogiochi. Quello che mi è sempre piaciuto di questa serie tv, e che continua a piacermi, è la capacità di portarmi all’interno delle storie che racconta e di suscitare degli interrogativi etici che non riguardano solo un ipotetico futuro, ma la vita che stiamo già vivendo e vedendo evolversi intorno a noi.

Quanto spazio ha la tecnologia nelle nostre vite? Quanto influisce sul nostro modo di pensare e di agire? Come sta cambiando la realtà attraverso l’uso che facciamo del web e dei social in particolare? A quali nuovi livelli di schiavitù stiamo andando incontro?

E anche la quarta stagione di Black Mirror offre buoni spunti di riflessione su questo tema.

Utilizzerei mai la realtà virtuale per prendermi una rivalsa su tutto ciò che non va nella mia vita? Per vendicarmi di qualcuno che non mi va a genio o che mi ha fatto soffrire? (USS Callister)

Imporrei il mio totale controllo su qualcuno che amo, con la convinzione di poterlo così proteggere? (Arkangel)

Accetterei che la privacy di tutti fosse costantemente violata, affinché la giustizia potesse punire incontestabilmente i colpevoli? (Crocodile)

Quanto vorrei che la tecnologia si spingesse oltre nel migliorare le nostre vite? Scegliendo i nostri partner (Hang the DJ), facendo tutto il “lavoro sporco”, trovando un espediente che ci permettesse di vivere per sempre (Black Museum)?

La maggior parte di questi quesiti etici (se non addirittura tutti) non riguarda un futuro immaginario, fantasioso e lontano da noi. Riguarda il nostro presente.

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Nessun dove

Neil Gaiman è stata per me una bellissima scoperta. Una scoperta graduale e non un colpo di fulmine. Sono passata dal Gaiman “autore di Coraline” (che non ho letto), alla raccolta di racconti Cose fragili, che mi ha suscitato un pallido interesse, poi all’entusiasmante avventura con Terry Pratchett (Buona apocalisse a tutti!)), fino ad approdare al misterioso Oceano in fondo al sentiero. Eccomi infine giunta a Nessun dove, che mi ha conquistata fin dalle prime pagine.

Richard Mayhew è “uno di noi”, un ragazzo che si trasferisce a Londra per iniziare la sua vita da adulto, si trova un lavoro decente, una bella fidanzata, e la sua esistenza trascorre tranquilla, senza scossoni, e sembra che tutto vada bene così com’è. Ma poi Richard incontra Porta, un’esile ragazza ferita riversa su un marciapiede, e non può fare a meno di aiutarla. Non può fare a meno di accoglierla nella sua casa e, man mano, dentro se stesso. Perché Porta diventa il tramite per un’altra realtà: la Londra di Sotto. Questa realtà parallela, invisibile alle persone “normali”, è fatta di cunicoli, oscurità, personaggi bizzarri. Qui le paure sono palpabili e le prove da superare possono trasformare un semplice ragazzo di provincia, in un eroe, o quantomeno, in un uomo.

Gaiman ha creato una storia perfetta, che può piacere ai più giovani e contemporaneamente agli adulti. A meno che questi si sentano troppo adulti per leggere di persone che parlano coi ratti, di qualcuno che tiene la sua vita in una scatoletta d’argento, di angeli che offrono un vino che fa ubriacare con un sorso, e di cattivi che sembrano la versione terrificante del gatto e la volpe.

Il racconto segue con precisione lo schema delle fiabe, così come è stato studiato e analizzato dal linguista ed antropologo Vladimir Propp. Di questo infatti si tratta: di una fiaba, ambientata in una città moderna e con personaggi che possiamo facilmente riconoscere. E come ogni buona fiaba è principalmente un racconto di formazione, che ci svela un cambiamento interiore attraverso l’azione.

Un’avventura che riusciamo a vedere quasi fosse realmente davanti ai nostri occhi, che viviamo assieme al protagonista, che ci farà sorridere – e sognare – davanti a una porta chiusa.

 

I preferiti della fine del 2017

Prima di tutto il mio nuovo buon proposito per l’anno nuovo. Visto che ogni anno mi ripropongo di mettermi in forma, cioè in una forma decente per le mie potenzialità, e finisco sempre per avere una routine di allenamento che difficilmente si può definire tale, per quest’anno l’obiettivo è: sopravvivere.

Ed ora passiamo ai consueti argomenti di questo blog, con l’elenco dei migliori film e documentari, le migliori serie tv e il libro migliore dell’ultimo periodo di questo turbolento e curiosamente proficuo 2017.

Film:

To the Bone – Fino all’osso. La storia di una ragazza che lotta contro l’anoressia e di altre persone che, come lei e assieme a lei, cercano quotidianamente di affrontare i loro demoni interiori e di riaccendere la scintilla della voglia di  vivere. Un film intenso, e a mio parere onesto, che trasmette una buona dose di speranza.

La mafia uccide solo d’estate. Cosa nostra, i suoi crimini e gli interventi di contrasto alla mafia da parte di giudici e magistrati esemplari, visti attraverso il racconto di un palermitano doc, Pif, che li filtra attraverso il suo sguardo ironico e calorosamente umano.

The Book of Henry. Racconta la storia di un ragazzino dalle mente brillante che, consapevole delle violenze subite da una sua compagna di classe nonché vicina di casa, decide di escogitare un piano per salvarla. Il destino si metterà brutalmente contro di lui, ma questo non gli impedirà di lasciare un segno indelebile nella vita degli altri.

Dickens, l’uomo che inventò il Natale. Siamo nel 1843, Charles Dickens, scrittore di successo, è in crisi per il fallimento delle sue ultime pubblicazioni. Una nuova storia bussa all’improvviso alla sua porta e si insinua nel suo animo tormentato da celati ricordi d’infanzia, una storia sul Natale e su un uomo di nome Scrooge.

Coco. L’ultimo capolavoro della Disney Pixar. Il protagonista è Miguel, un ragazzino messicano con il sogno di diventare musicista. Nella sua famiglia però la musica è stata bandita da tempo e il piccolo dovrà ribellarsi per raggiungere il suo obiettivo, dovrà compiere una vera e propria odissea e coinvolgere persino i suoi cari estinti, per coronare il sogno e non perdere la sua famiglia.

Documentari:

Jim & Andy, The Great Beyond. Il documentario mostra i dietro le quinte dell’interpretazione intensa e totalizzante che l’attore Jim Carrey diede del personaggio controverso Andy Kaufman, nel film Man on the Moon.

Joan Didion, The Center Will Not Hold. Una icona della letteratura americana dagli anni ’60, antesignana del giornalismo narrativo, racconta dei suoi alti e bassi nella carriera e nella vita personale.

Minimalism, A Documentary About the Important Things. È un concetto molto semplice quello che due giovani americani, in questo documentario, cercano di trasmettere a più persone possibili: quanto si possa vivere meglio possedendo meno.

Raiders! The Story of the Greatest Fan Film Ever Made. Documentario per veri nerd d’annata, Raiders è la storia di un piccolo gruppo di amici che è riuscito – con molte difficoltà – a realizzare un’impresa epica: rigirare dall’inizio alla fine il film Indiana Jones – I predatori dell’Arca perduta.

Serie tv:

Crazy Ex-Girlfriend. Una serie che mi ha fatto impazzire, in senso positivo eh. Se anche a voi piacciono quelle serie tv che raccontano in modo divertente qualcosa che, a ben guardare, tanto divertente non è, e quelle canzoni che sembrano serie ma hanno testi sarcastici ed esilaranti, allora dovete vederla.

Dark. Serie “culto” del dicembre 2017, è stata anche per me una delle serie tv più coinvolgenti, non solo di quest’anno appena passato, ma degli ultimi anni. Un thriller drammatico, con protagonisti ragazzi e adulti, e arricchito da un elemento fantascientifico: consigliato agli amanti della suspense e dei ragionamenti ingarbugliati.

Libro:

Nessun dove. Romanzo di cui scriverò probabilmente una recensione, del mio nuovo amore letterario Neil Gaiman.

Conoscete qualcuno di questi titoli e cosa ne pensate? E quali sono le vostre cose preferite del 2017? Auguro a tutti i blogger e ai lettori un 2018 pieno di nuove scoperte e tanta buona energia!

 

A Nerdish Christmas Carol – Il mio Canto di Natale

A volte penso che non sarebbe male essere come Scrooge, uno stronzo tirchio pieno di soldi che, una volta rinsavito e in seguito a uno slancio di incredibile generosità, si ritrova circondato dall’affetto di un nipote fino al giorno prima trattato a pesci in faccia e di un impiegato – e famiglia – trattato in modo anche peggiore. Siano benedette le seconde possibilità, e le terze, e le quarte, che tanto non si smette mai di sbagliare (e di imparare).

Io stessa, la notte della Vigilia di Natale, ho ricevuto la visita di tre fantasmi. Ma, non essendo semplicemente una stronza cinica tirchia piena di soldi, ciò che mi hanno mostrato ha qualche sottile differenza con le visioni del vecchio Scrooge, e la lezione, ugualmente importante, è forse un po’ più difficile da imparare.

Michael JacksonIl fantasma del Natale passato era una figura luminosa, vestita elegantemente di bianco. Una chioma corvina incorniciava il suo viso pallido e il suo sguardo esprimeva molta dolcezza, ma anche altrettanta malinconia. Quando mi ha parlato, dicendomi “you are not alone”, non ho avuto più alcun dubbio: si trattava di Michael Jackson. Mi ha catapultato negli anni ’80, quando passavo il Natale dai miei nonni, assieme agli zii e alle cugine, e a un gatto cicciotto e pelosone che non riuscivo mai ad accarezzare. Con gli occhi da adulta ho visto delle cose che da piccola non avrei mai potuto capire, e credo che il bello di quei tempi sia proprio questo, essere avvolti dalla magia e credere che tutto sia possibile, che l’amore sia la normalità e che le famiglie debbano restare sempre unite, qualsiasi cosa accada. Il mio distacco dalla realtà si manifestava già in quegli anni. Mentre giocavo e cantavo con mia sorella e le mie cugine “we are the world, we are the children”, non pensavo che sarei realmente diventata una adulta, che avrei dovuto anch’io dare il mio contributo alla società. Pensavo ad un mondo invisibile, alle avventure che avremmo potuto vivere e alla musica, che rendeva sempre tutto più bello.

d932e231d92179fab92bbccc38b04041-christmas-gift-exchange-games-robin-williamsSulle note di Santa Claus is coming to town, il fantasma di Michael Jackson è scomparso e al suo posto, poco dopo, è apparso un uomo vestito da Babbo Natale: il fantasma del Natale presente. Mi sorrideva, ma i suoi occhi avevano un velo di tristezza. Nonostante il suo viso fosse in parte nascosto dal cappello e dalla folta barba bianca, ho impiegato un solo istante per riconoscerlo: era Robin Williams. Dopo averlo abbracciato forte per diversi secondi, piangendo come una scema, è iniziato il nostro viaggio, attraverso le case delle persone che occupavano i miei pensieri quella notte della Vigilia. Con ben poco stupore ho potuto vedere che pochissime di quelle persone mi hanno dedicato un pensiero a loro volta, un pensiero fugace e luminoso, come una stella cadente.

Allora forse sono anch’io come Scrooge – ho pensato – e c’è qualcuno che mi vuole bene NONOSTANTE tutto, nonostante i miei momenti da asociale, quelle volte in cui prendo tutto troppo sul serio, e tutte quelle occasioni in cui non riesco ad esprimere me stessa come vorrei e a trovare un canale di comunicazione autentico. “Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse restare soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo.” Robin ha detto questa frase mentre eravamo in visita nella mia stessa casa, osservando me e i miei familiari più stretti festeggiare la Vigilia di quest’anno. Capisco cosa volesse dire, ma non provavo esattamente la stessa cosa in quel momento, anzi. È stato proprio allora che ho sentito quanto sia fortunata a poter essere me stessa con la mia famiglia e con le persone che mi sono in qualche modo vicine, persone diverse da me e imperfette come me, che decidono, per qualche motivo, di non spezzare il filo che ci unisce.

p16naujavee8q1pu51q2279e8o80_47298Mentre ero intenta in questi ragionamenti e osservavo me stessa trascorrere i primi momenti del giorno di Natale in compagnia di Neil Gaiman e dei personaggi di Nessun Dove, il fantasma di Robin Williams era sparito. A quel punto sapevo cosa aspettarmi: la visita della Morte, il fantasma del Natale futuro, che senza proferire parola mi avrebbe mostrato la mia fine, sofferente e solitaria. Non è andata proprio così. Al mio fianco ho trovato un uomo anziano, vestito con un abito scuro di altri tempi. Aveva pochi capelli bianchi, indossava degli occhiali da vista tondeggianti e portava con sé una piccola pipa in legno. “Chi sei, Sherlock Holmes?”, gli ho domandato stupita. Lui mi ha risposto con un’altra domanda: “Pensi avrebbe senso ricevere la visita del fantasma di un personaggio di fantasia?” “Beh – gli ho detto – avrebbe più o meno lo stesso senso di ricevere la visita di qualsiasi fantasma!” Dopo aver annuito e avermi rivolto un sorriso furbetto, l’uomo si è presentato: “sono Carl Gustav Jung”.

Ciò che mi ha mostrato è il futuro che potrebbe essere. Un Natale nel quale mi entusiasmo ancora per le lucine colorate, in cui cucino per qualcuno, mi ritrovo a giocare con il figlio di un’amica, e a sorseggiare infusi aromatici con i miei cari, ridendo per tutte quelle volte che ci siamo disperati inutilmente. “Comincia sempre da te – mi ha detto Jung prima di volatilizzarsi nel nulla – in tutte le cose e soprattutto con l’amore. Amore è portare e sopportare se stessi. La cosa comincia così. Si tratta veramente di te; tu non hai ancora finito di ardere, devono arrivarti ancora altri fuochi finché tu non abbia accettato la tua solitudine e imparato ad amare.” Dell’ultimo fantasma, infine, non c’era più traccia e la mattina di Natale era ormai arrivata: una nuova giornata di sole, in cui ogni cosa poteva ancora succedere.

Anime e core #4 Christmas Edition

Esistono molte serie animate giapponesi che contengono episodi natalizi, e anche qualche lungometraggio dedicato quasi interamente al Natale, ma pochi sono belli come Tokyo Godfathers. L’autore di questo anime è Satoshi Kon, disegnatore, sceneggiatore e regista purtroppo prematuramente scomparso nel 2010. Le sue opere sono conosciute per essere travolgenti, vive, e leggibili su diversi livelli di interpretazione. Perfect Blue, Millennium Actress, Paprika e anche la serie Paranoia Agent, sviluppano intrecci dal forte impatto psicologico e criticano una società che spesso appare senza speranza, destinata a soccombere sotto il peso del consumismo e minacciata da un’alienazione tecnologica.

Tokyo Godfathers non ci mostra una realtà troppo diversa, edulcorata perché immersa nello spirito natalizio, ma, seppur in un contesto travagliato e pieno di punti d’ombra, lascia aperto uno spiraglio per l’amore, per un senso di familiarità che vada anche oltre i legami di sangue, e per l’illusione che può trasformarsi in speranza di poter, ogni tanto, assistere a un piccolo miracolo.

Si raccontano le storie di tre senzatetto che uniscono le loro solitudini: Hana, un travestito che ha abbandonato il suo lavoro; Gin, un alcolizzato ex giocatore d’azzardo che ha perso la sua famiglia; Miyuki, un’adolescente scappata di casa dopo un violento scontro con suo padre. Questa insolita famiglia, nella notte della vigilia di Natale, trova tra l’immondizia una neonata abbandonata. Gin e Miyuki vorrebbero portarla subito alla polizia, ma Hana, che ha sempre desiderato essere madre, li convince a tenerla almeno per un giorno. Da qui la storia si sviluppa con il ritmo di una comedy brillante, tra l’investigazione per la ricerca dei genitori della piccola, la scoperta delle drammatiche verità sui protagonisti, e un viaggio on the road tra le catapecchie e le luci sfavillanti di Tokyo.

Un film che ci parla di violenza e di disperazione, ma anche di amicizia e di perdono, che ci mostra un sorriso sdentato e ci dice che, in un modo o nell’altro, siamo tutti connessi.

Su sensibilità e tolleranza

Tutti noi a modo nostro siamo sensibili; la sensibilità, nelle sue diverse gradazioni, fa parte dell’essere umano con un cervello non danneggiato. Se sbaglio, correggetemi. Molti pensano di essere estremamente sensibili (e probabilmente buoni) se si commuovono di fronte a uno spot pubblicitario, o ascoltando una canzone, ma non hanno la minima sensibilità per ciò che è diverso da loro, ciò che non capiscono in modo automatico e naturale. Anche Hitler si commuoveva ogni tanto, anche Hitler è stato bambino, e gli sarà capitato da grande di guardare una trottola e sentire una piccola lacrima scendere sulla sua guancia. Ma questo, come sappiamo, non lo rendeva una persona empatica e di buon cuore.

Siamo ingannati anche dal concetto di tolleranza, pensiamo che essere tolleranti verso chi è diverso da noi in determinati contesti ci renda persone buone, intelligenti o addirittura sagge. Ma la gente ha perlopiù bisogno di etichette. Avete notato? Riesce ad essere veramente tollerante solo verso una categoria ben definita, conoscibile e comprensibile. Ciò che pratichiamo, di solito, è una tolleranza selettiva. Non parlo solo della signora che accetta gli immigrati africani ma vorrebbe vedere bruciare tutti i rom, o del signore che tollera le lesbiche ma non gli uomini gay. C’è chi è attivo nel dare sostegno “ai poveri”, dà loro da mangiare e abbigliamento e qualsiasi cosa possa essere utile, ma poi si scansa e accelera il passo se una persona vestita male gli si avvicina per strada. C’è chi aiuta volentieri “i malati”, poi deride il parente che sta male ma non ha una diagnosi e finisce per diventare lo zio strambo. Insomma, se non riusciamo a mettere un’etichetta, la nostra tolleranza, così come la nostra sensibilità, vengono soppiantate dalla diffidenza e, spesso, dal rifiuto.

Non ce l’ho con nessuno in particolare, faccio una semplice riflessione sul genere umano. Va tanto di moda ergersi a paladini di qualcosa o di qualche specifica categoria di persone, e si continua a perdere di vista la necessità di trovare un piano comune con gli altri – sì, persino quelli con un’etichetta sbiadita – in cui poter comunicare senza la presunzione di essere “dalla parte giusta della barricata”.

The Christmas Cookie Book Tag

Buongiorno lettrice/lettore! Oggi do ufficialmente il benvenuto al mese di dicembre, alla stagione del respiro con nuvoletta di vapore, dei calzettoni e dei berretti di lana, e delle prorompenti festività natalizie. Lo faccio con un tag trovato per caso, creato dalla ragazza del canale youtube Share, Inspire, Journey, Dream: The Christmas Cookie Book Tag. Sono 10 domande che riguardano i libri, i biscotti e il Natale, alcune delle cose terrestri che preferisco.

Ecco le domande, che ho tradotto alla meglio dall’inglese, con le mie relative risposte.

1) Biscotti con gocce di cioccolato, ci confortano in tutte le stagioniIl libro preferito di sempre. 

La storia infinita, di Michael Ende. 

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2) Biscotti secchi con anice e mandorle, duri da mordere, ma ne vale la penaUn libro difficile da leggere all’inizio, ma che alla fine ti ha dato molta soddisfazione.

1984, di George Orwell. L’ho letto in lingua originale, ma non è stata tanto questa la difficoltà, quanto i contenuti. Nonostante la crudezza, è uno dei miei preferiti.

3) Biscotti glassati, di forme e dimensioni diverseConsiglia un libro “diverso”.

Invisible Monsters, di Chuck Palahniuk. Sono particolari sia la struttura, che la trama, che i personaggi.

4) Biscotti al burro di arachidi, che da sfavoriti diventano i preferiti delle festeUn personaggio che, anche se lentamente, hai imparato ad amare.

Direi in generale i personaggi dei romanzi di Haruki Murakami e in particolare il protagonista di Dance Dance Dance.

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5) Biscotti alla cannella, che solo a nominarli ci fanno sorridereUn libro che ti ha fatto ridere/sorridere.

Buona apocalisse a tutti! di Terry Pratchett e Neil Gaiman.

6) Biscotti con frutta candita, i biscotti che non dovrebbero esistereUn libro di cui potevi fare a meno.

Ricordo di aver rivenduto uno o due libri di Fabio Volo.

7) La casa di pan di zenzero, più di un biscotto, un capolavoroIl libro scritto meglio o con il mondo inventato migliore.

Non saprei sceglierne uno, ne nomino tre letti quest’anno: Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie; Harry Potter e la pietra filosofale di J.K. Rowling; qualsiasi racconto di Stephen King.

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8) Biscotti fatti apposta per Babbo NataleUn libro (o più di uno) che conti di leggere durante le vacanze.

La lista delle letture in sospeso è lunga, ma credo che opterò per Nessun dove, di Neil Gaiman.

9) Scambio di biscottiI tuoi biscotti preferiti per le feste (possibilmente con la ricetta).

Biscotti al cacao con cuore morbido di cioccolato fondente.

10) Un bicchiere di latte per mandare giù tuttoLa tua bevanda “natalizia” preferita.

Cappuccino con latte d’avena, zenzero e cannella.

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Questa era l’ultima. Spero di averti dato qualche spunto di lettura… tra un biscotto e l’altro. E se ti va, rispondi anche tu!

Film strani (preferiti del mese)

Fantasticherie di un passeggiatore solitario

È un film italiano, diretto da Paolo Gaudio, uscito nelle sale nel novembre del 2015 e vincitore di vari premi internazionali. Lo studente Teo scopre per caso il manoscritto incompiuto dello scrittore Jean Jacques Renou, Fantasticherie di un passeggiatore solitario, che racconta di un bambino sperduto nel bosco e delle sue avventure avvolte di magia e di mistero. Teo ne diventa così ossessionato da credere che le fantasticherie contenute nel libro siano reali e tentare di portare a termine il viaggio incompiuto. Il film, caratterizzato da ambientazioni temporali e spaziali diverse ed elementi fantastici o semplicemente bizzarri, unisce le riprese dal vivo all’animazione “a passo uno; ha il sapore di un esperimento, ma di uno davvero ben riuscito, come un collage che si compone per raccontare una storia.

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The One I Love

È un film del 2014 del regista statunitense Charlie McDowell, che ha più recentemente diretto The Discovery (La scoperta). Entrambe le pellicole sono di un genere che potremmo accostare a Black Mirror, perché unisce al racconto di vite normali, forse solo normalmente tormentate, elementi soprannaturali, fantascientifici, misteriosi. In The One I Love, Sophie e Ethan sono una giovane coppia di coniugi in crisi, che tenta di riaggiustare le cose con l’aiuto di un terapista. Consigliati da quest’ultimo, i due si recano in un cottage fuori città che ha la fama di aver riportato l’armonia in numerose coppie, e qui, nella casa degli ospiti, li attende una sorpresa inspiegabile e sconvolgente. Un film che, sebbene mantenga i toni della commedia drammatica, riesce ad essere subdolamente terrificante.

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Handsome Devil

Questo film irlandese del 2016 non è poi tanto strano, ma rientra tra i miei preferiti. Racconta la storia di Ned , un adolescente sensibile e “diverso” dagli altri suoi coetanei, che viene costretto dal padre a stare in un collegio dove il rugby sembra essere l’unica cosa che conti davvero. Il ragazzo passa le sue giornate da solo ad ascoltare musica, e cerca come può di resistere alle continue prese in giro dei compagni, che si impuntano sulla sua incerta identità sessuale. La sua vita è un inferno di solitudine e scherno, fino a quando arrivano nell’istituto un nuovo insegnante di letteratura pronto a spronare i suoi allievi (interpretato da Andrew Scott, il Moriarty di Sherlock), e un nuovo studente che dimostra interesse nel creare un’amicizia con lui. Un bel film non pesante, ma emotivamente pieno, sull’importanza di esprimere se stessi con coraggio.

Horror, politica e lotta tra i sessi

La settima stagione di American Horror Story (la serie antologica dedicata all’orrore in tutte le sue manifestazioni) si è conclusa. Cult, ovvero Setta, si è rivelata sin da subito differente rispetto alle altre stagioni, per la mancanza di elementi paranormali; per quanto mi riguarda, questo dettaglio è stato fondamentale per renderla la più terrificante. Il mio livello di inquietudine e di interesse è variato molto nel corso delle 11 puntate, con alcuni picchi di angoscia nella prima metà e una curiosità incostante sulle svolte continue della trama.

Credo che proprio l’eccesso di colpi di scena (più o meno prevedibili) possa considerarsi uno dei difetti di questa stagione. Ciò che – se ben dosato – rende una narrazione più interessante, se arriva ad essere fuori controllo, rasenta il ridicolo. È l’effetto “Silenzio dei prosciutti, direbbe Federica Frezza. Almeno a me è sembrato che fosse così, ma non mi stupirei se anche questo elemento fosse stato sapientemente calcolato dagli autori della serie, che in effetti con AHS vogliono omaggiare il genere horror, un genere che ha sempre fatto dei colpi di scena la sua forza.

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Il finale di Cult ha lasciato molti spettatori a bocca aperta, confusi, o addirittura estasiati. Io non sono tra questi. Forse perché l’esposizione continua alla violenza tende ad anestetizzare, o perché nello stesso periodo della visione ho iniziato lo studio dell’antropologia e questo ha predisposto la mia mente a un certo tipo di ragionamento: relativista e distaccato.

Sta di fatto che ciò che ho apprezzato maggiormente dell’intera stagione – oltre all’usuale spettacolare messa in scena – è stata la trattazione del tema del potere e delle sue terrificanti sfaccettature. Mi ha fatto riflettere e ha lasciato il segno, non solo con le sue immagini potenti e provocatorie, ma anche con la forza e l’iconicità di molte battute.

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Il potere politico, che mira a controllare le masse sfruttando la paura e la frustrazione delle persone.

Kai: Credimi, Bevery Hope. Se rendi tutti abbastanza spaventati, saranno loro stessi a incendiare il mondo per noi.

Il potere mediatico, che controlla le masse tramite la manipolazione della realtà.

Sally: Nessuno crederà a questa roba!
Kai: Certo che ci crederanno – è su Facebook.

Il potere sessuale e quello carismatico, che esercita controllo sull’altro approfittando delle sue debolezze e dei vuoti dell’anima.

Meadow: Quando Kai mi guardava era meglio dello Xanax, era meglio del sesso. Mi faceva sentire speciale, come se fossimo le uniche due persone al mondo.

Il potere maschile e quello femminile, impegnati in una lotta costante e meschina per il dominio sull’altro.

Kai: Non sei un’eroina. Sei un simbolo, che io ho creato! Rappresenti la speranza che le donne un giorno vincano una discussione con i loro mariti; che non vengano fischiate quando camminano per strada; che i loro capi non parlino più delle loro tette; che guadagnino gli stessi soldi degli uomini; che possano vincere. Quando ti ucciderò, vedranno che non c’è speranza; le donne non possono comandare, non possono vincere; saranno sempre superate in astuzia e forza. Devono capire che quello che possono e dovrebbero fare è stare zitte, stare al loro posto, e prepararmi un dannato sandwich.

Ally: Non è triste che una donna forte spaventi le persone più dei clown?

E poi: Ti sbagliavi. In questo mondo c’è qualcosa di più pericoloso di un uomo umiliato… Una donna crudele.