Come un cavallo ti spiega l’autosabotaggio

BoJack Horseman è una serie animata statunitense arrivata ormai alla sua quarta stagione. L’ho conosciuta l’anno scorso, quando Netflix Italia me la suggerì ed io avevo appena iniziato a vedere Boris ed ero in vena di qualcosa di particolarmente ironico. Quello che ho trovato è stato qualcosa di diverso. Si potrebbe pensare che una serie in cui la maggior parte dei personaggi sono animali antropomorfi sia una serie assurda e con una demenzialità fine a se stessa, ma non è questo il caso. BoJack Horseman è una serie con un umorismo pungente che a volte ferisce, e con risvolti tutt’altro che frivoli.

Il protagonista è un cavallo, un ex-star della tv che vive la sua crisi di mezza età, tra la nostalgia delle passate glorie e i tentativi disperati di riempire vuoti creatisi ben prima della perduta fama. Infatti, lo si scopre man mano, BoJack è cresciuto in un clima familiare distruttivo, che lo condiziona persino adesso che è un adulto fatto e finito. È come se tutto quello che fa lo facesse per confermare una convinzione da sempre annidata nella propria mente: io non valgo niente.

E spinto da questo mantra continua a bere fino a perdere i sensi, a trattare male le persone, pentirsi e poi ricominciare d’accapo, cercare occasioni di riscatto per poi autosabotarsi irrimediabilmente.

Questo lo si vede qua e là nelle puntate che durano circa 20 minuti e che sono arricchite di personaggi secondari variegati, di situazioni al limite del paradossale, di un’ironia che si può godere a più livelli. Se non ci si ferma alle apparenze insomma, si apprezza una storia profonda, con i suoi momenti di commozione e di riflessione, e sorprendentemente e dolorosamente realistica. Il bello poi è vedere il protagonista che, seppur a fatica, evolve nel corso della quattro stagioni.

In un’epoca in cui tante, troppe persone ancora sono convinte che la depressione, l’autolesionismo e le altre patologie psicologiche non siano “vere” malattie (“Ma com’è possibile che si sia tolto la vita? Aveva tutto! Non poteva semplicemente prendersi una vacanza?!) una serie come questa non solo non è affatto banale, ma è persino utile.

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Il club degli imperatori

Il club degli imperatori è un film del 2001. Quando lo vidi la prima volta avevo iniziato da poco l’università e, anche se lo apprezzai, non raggiunse dentro di me quell’ammirazione e quel coinvolgimento che ho sempre provato per L’attimo fuggente. Lo ricordavo perciò un bel film sull’insegnamento, ma senza troppo slancio.

Rivederlo qualche giorno fa mi ha permesso non solo di rinfrescarmi la memoria sulla trama, ma anche di cogliere degli aspetti che mi erano sfuggiti o ai quali non avevo dato la giusta importanza in passato, e perciò di rivalutarlo.

Il contesto – proprio come quello de L’attimo fuggente –  è molto diverso da quello attuale e italiano: ci troviamo in un importante college americano, frequentato da ragazzi che fanno parte delle famiglie più facoltose del Paese, con poche occasioni di svago e regole moderatamente severe.

Il protagonista è il professore William Hundert. Lui, a differenza di Keating, è un insegnante all’antica, ma non per questo meno appassionato al sapere e meno attento verso i suoi studenti. Quello che emerge sin da subito è la sua forte volontà di trasmettere ai ragazzi non solo l’amore per la conoscenza, ma anche e soprattutto l’importanza di quei valori che rendono grande un uomo: onestà, lealtà, onore e coraggio.

La volontà dell’insegnante si scontra con una realtà amara – che nel film rappresenta un’eccezione alla regola – ovvero un ragazzo che sceglie la scorciatoia dell’inganno per ottenere il successo.

Si sviluppa così un racconto sincero e commovente di un uomo che è stato un insegnante per tutta la vita, un uomo che, seppure ha commesso degli errori – perché umano – non ha mai smesso di credere nei suoi allievi e nel messaggio che voleva trasmettergli. Perché ogni ragazzo ha delle potenzialità, e sarà solo attraverso determinate scelte che potrà o meno diventare una persona migliore.

Fate in modo di potervi specchiare – in uno specchio o negli occhi di qualcun’altro – e vedere una persona giusta. Ben pochi di noi finiranno nei libri di storia, ma i valori che portiamo dentro, e che onoriamo durante la nostra vita, avranno un impatto sul mondo che ci circonda, che va aldilà del nostro breve passaggio su questa terra.

Questo, in poche parole, è il messaggio del prof. Hundert e del film, un messaggio di cui si sente un estremo bisogno, oggi che questi ideali appaiono così tanto fuori moda.

La bottiglia magica

La bottiglia magica è un libro edito nel 2016, scritto da Stefano Benni e illustrato da Luca Ralli e Tambe. Io sono sempre ben disposta verso i lavori di Benni, perché è uno dei miei autori preferiti, anche se i miei giudizi non sono sempre e indifferentemente positivi. Alcune sue opere (come Cari mostri) non mi hanno entusiasmato e potrei dire siano state deludenti. In questo periodo sono particolarmente ispirata dalle graphic novel e La bottiglia magica si può collocare facilmente in questo genere, dato che i disegni vanno di pari passo con il racconto e contribuiscono a far andare avanti e arricchire la storia. Questo è un elemento che ho apprezzato e ci tengo a sottolinearlo perché non sia mai che ci si convinca che i libri illustrati siano “solo per bambini”. Ci sono state un paio di cose che non mi hanno soddisfatta (la risoluzione frettolosa e semplicistica di alcune situazioni, e l’insistenza quasi ossessiva dello scrittore per certe tematiche), ma nel complesso ho apprezzato il racconto di formazione, e la lettura, anche se breve, è stata coinvolgente e divertente.

COSA MI È PIACIUTO: 1. che si usi il fantastico come trasfigurazione della realtà per metterne in luce gli aspetti grotteschi, come nei migliori romanzi di Benni e come nei migliori romanzi in generale;

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2. che sia pieno di riferimenti letterari (Alice nel paese delle meraviglie, Pinocchio, e anche Moby Dick, Biancaneve e i sette nani, Il corvo…);

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3. che ci sia il Duca Bianco, ovvero David Bowie, come rappresentante della buona vecchia musica e dell’arte autentica;

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4. che si ritrovi il solito umorismo benniano, spesso mirato a ridicolizzare le maggiori tendenze del nostro tempo (es. Justin Biberon, Monsterchef);

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5. le illustrazioni.

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BONUS. Mi piacciono anche i tanti omaggi che Benni fa alla mia terra, la Sardegna. Particolarmente apprezzata qui è la dea Hic Nusa… probabile che sia stata d’ispirazione. Allora direi di rileggere il libro sorseggiando una bottiglia di birra, meglio se in compagnia, e scaturirà la magia!

Preferiti del mese – quelle facce da dramma

(Anche) questo mese – cinematograficamente e serialmente parlando – le mie visioni preferite sono accomunate da una particolarità specifica dei protagonisti: la faccia da dramma. La faccia da dramma è quella tipica faccia che anche se messa all’interno di una commedia porta inevitabilmente la trama ad una piega, o ad una sfumatura, drammatica. A volte, la faccia da dramma è drammatica a tal punto che fa un po’ ridere. E all’improvviso realizzi quanto ironica sia la vita e quanto noi tutti siamo piccoli esseri sotto l’immensa volta celeste. Ecco, sì, questo è il potere delle facce da dramma.

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Atypical è una nuova serie prodotta da Netflix che in 8 episodi presenta la vita di Sam, un adolescente affetto da una certa forma di autismo. Sulla serie si è abbastanza discusso e, da quanto ho letto, ha ricevuto persino le critiche di un attore realmente autistico per la leggerezza con la quale vengono affrontate le problematiche del protagonista. A mio parere leggerezza non è sinonimo di superficialità ed è proprio questo che ho apprezzato della serie, anche se non bisogna dimenticare che esistono condizioni ben più gravi di quelle di Sam, che credo sarebbe più difficile “alleggerire”(ma non impossibile). Personalmente mi piace quando i personaggi di una serie sono così ben caratterizzati e hanno tante sfumature come nella realtà, tanto da non essere mai esclusivamente positivi o negativi. L’attore che interpreta Sam, Keir Gilchrist, è perfetto per la parte, come anche il resto del cast.

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Lo chiamavano Jeeg Robot è un film italiano del 2015, con protagonista Claudio Santamaria, che è appena diventato uno dei miei film preferiti. È la storia di Enzo, un ragazzo romano che sopravvive compiendo piccoli crimini e che si è isolato dal mondo, soprattutto emotivamente. Un giorno, in fuga dopo un furto, si getta nel Tevere e viene a contatto con una sostanza radioattiva che, come nei migliori fumetti di supereroi, anziché ucciderlo gli conferisce una forza sovrumana. Da qui il percorso dell'”eroe che non vuole esserlo” ha inizio e sarà complicato e drammatico. Il film, di altissima qualità sotto molti aspetti, unisce appunto il dramma all’azione e al fantastico, utilizzando diversi stereotipi del genere supereroistico senza risultare mai pesante o scontato.

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Paul Dano è un attore statunitense che si è fatto particolarmente notare per la sua interpretazione dell’adolescente problematico in Little Miss Sunshine. La sua carriera sta procedendo a gonfie vele, tra film indipendenti e grosse produzioni, e i suoi ruoli, vari e spesso complessi, si collocano sempre su quella linea sottile che separa la consuetudine dalla stranezza. Io non potrei non amarlo e ho recuperato gran parte della sua filmografia. Ci sono i film più malinconici e sentimentali: Gigantic, The Good Heart, Being Flynn; quelli più cinematografici e d’effetto: Looper, Prisoners, 12 anni schiavo; e i miei preferiti, un po’ strani e emozionanti: Motel Woodstock, Ruby Sparks, Swiss Army Man, Okja. Ne ho ancora alcuni da recuperare e il prossimo sarà Love & Mercy, in cui Paul Dano interpreta Brian Wilson, il tormentato leader dei Beach Boys.

Scarpette da ballo – racconto bianco e nero

Eva era dietro le quinte del teatro, le scarpette da ballo in mano, lo sguardo perso nel vuoto.
Tutto era iniziato mesi prima, quando, per gioco, aveva deciso di lasciarsi ipnotizzare. L’ipnotista era arrivato nel suo paese portando con sé un grande carisma e una buona dose di fascino. Eva si lasciò conquistare senza fatica.
Era alta e snella, ma certo non si poteva definire bella, aveva la pelle come la neve e i capelli corvini, il collo lungo e le gambe ossute e muscolose.

Durante la seduta di ipnosi avrebbe scoperto qualcosa sulle sue vite passate, inoltre l’ipnotista la lusingava con galanti complimenti e vaghe promesse di futuri incontri. Era incuriosita, anche se non credeva fermamente che l’ipnosi funzionasse, né che ci fossero delle vite passate da conoscere. Ma si dovette ricredere.
Dopo la seduta si rivide nella registrazione e si sentì parlare con una voce diversa. “Sono Niki Krasnova e faccio la ballerina”, aveva detto.

Questa informazione ebbe un impatto sulla sua vita molto più forte di quanto avrebbe potuto immaginare. Da quel momento, quell’identità prima sconosciuta e il ballo divennero le sue ossessioni.
Si documentò sulla provenienza di Niki Krasnova e andò a visitare la città nella quale era vissuta, cominciò a pensare che alcuni suoi atteggiamenti e gusti non fossero realmente suoi, ma di Niki. Soprattutto si dedicò al ballo con un nuovo spirito, convinta che un residuo di quella vita passata albergasse ancora in lei.

La cosa più sorprendente fu scoprire di essere davvero brava.
Ballava ogni qual volta ne aveva occasione, se da una radio in lontananza giungeva una musica che la ispirava o se incontrava un musicista di strada, accompagnava le sue note con il movimento del corpo, si lasciava andare, spesso a occhi chiusi, alla magia di quegli attimi armoniosi.
Prima dell’ipnosi e di quella scoperta straordinaria non avrebbe mai fatto una cosa simile. Si vergognava del suo corpo e della sua goffaggine, tanto che non riusciva a ballare neanche quando era sola e nessuno poteva vederla.

Il cambiamento non era passato inosservato. Fosse stato solo per il ballo, il fratello di Eva avrebbe provato semplicemente un grande stupore, ma il comportamento della sorella, la sua fissazione per Niki Krasnova e i discorsi su un passato forse mai esistito, lo mettevano in apprensione.
Era stato proprio un consiglio di suo fratello, certamente frainteso, a portarla dal medico che le mostrò l’interno del suo cervello. Per Eva “fare un controllo alla testa” significava solo fare una radiografia al cranio, non consultare uno psichiatra. Da questo fraintendimento emerse un’altra sorprendente scoperta: Eva aveva un tumore.

Era stata strana la reazione a quella notizia. Una parte di lei ne rimase scioccata, un’altra percepiva di averlo sempre saputo.
Il medico imputò a quel piccolo tumore i cambiamenti nella personalità della ragazza, la sua ossessione e i ricordi legati a Niki Krasnova, che sentiva così reali, erano solo una conseguenza del nocciolo scuro che occupava la sua testa.

“Com’è possibile che sappia ballare?” domandò lei, con il vago dubbio che il medico fosse un impostore.
“Deve averlo sempre saputo fare. Non ne aveva mai avuto il coraggio, suppongo”, rispose lui, con estrema calma e fermezza.

Eva ripensava a tutto questo, mentre aspettava dietro le quinte del teatro e si preparava per andare sul palco.
Indossò le sue scarpette e iniziò a danzare.

La saggezza di Jessica Fletcher

Poiché sono una romantica, credo ancora che abbiamo il potenziale di essere più nobili di quanto sappiamo e migliori di quanto pensiamo, che l’oscurità che ho visto sia solo un’ombra sul cuore umano. […] Perciò vi esorto a tenere la bussola del vostro cuore rivolta verso il vero Nord dei vostri sogni. Sentitevi liberi di essere romantici, di rifiutare il cinismo, di credere che il bene possa prevalere e che quelli che sbagliano vengano puniti. Perché quando l’ora più cupa verrà, e verrà per tutti noi prima o poi, queste saranno le cose che ci sosterranno.

[Tratto da Appuntamento con la morte/A Story to Die For, il secondo dei film tv della Signora in giallo – Vagone letto con omicidio/South by Southwest, L’ultimo uomo libero/The Last Free Man, La ballata del ragazzo perduto/The Celtic Riddle – che si possono vedere in lingua originale su YouTube]

Ricomincio da capo – racconto giallo

Il racconto che segue non è di genere giallo, ma è ispirato al giallo, come i racconti delle scorse settimane erano ispirati rispettivamente al rosso e al blu. Buona lettura!

Teresa Neele si svegliò, dopo alcune ore di sonno turbolento, e si trovava sul treno in corsa, ancora prossimo ad arrivare ad Harrogate. Fuori il cielo ero grigio e cadeva una fitta pioggia.
Si voltò a guardare la grande valigia gialla che aveva sistemato accanto a sé: era ancora lì. Davanti a lei stava seduto un uomo anziano, esile ed elegante, che distolse lo sguardo dal libro che stava leggendo e con un sorriso triste le diede il buongiorno.
“Qual è la data di oggi?”, gli domandò lei impaziente.
“Il 4 dicembre 1926, signora”.

La sua risposta non le piacque affatto. Era il 4 dicembre ormai da nove giorni. Arrivava la notte, i sensi la abbandonavano, e quando si ridestava era sempre lo stesso giorno.
Le prime volte era così convinta si trattasse di uno scherzo che si rese ridicola agli occhi degli altri passeggeri, ignari di quel che lei stava sperimentando. Appurato che nessuno le stesse tirando un brutto scherzo, tentò di investigare sulla faccenda, ma non riuscì a cavarne niente di utile.
Cercò allora di godersi il viaggio il più possibile, dapprima con atteggiamenti che rasentavano la follia, poi con una nuova calma, derivata dall’accettazione di una situazione che pareva dover rimanere statica. Nonostante ciò, era difficile non provare una certa frustrazione nel sapere che la destinazione restava in questo modo irraggiungibile.

Vedendola sospirare, l’uomo poggiò il libro sul sedile e le rivolse nuovamente la parola. “Signora, posso domandarle una cosa?”
Lei, lievemente sorpresa dalla novità, gli fece cenno di sì.
“Qual è il motivo del suo viaggio?”
Quella domanda la colpì, più di quanto si sarebbe potuta aspettare.
“Oh be’, non saprei… – rispose – credo per una vacanza”.
Si rese conto in quel momento che la sua mente non era del tutto lucida. Non ricordava cosa l’avesse spinta a partire, né cosa si stava lasciando alle spalle.
L’uomo sorrise di nuovo con quella sua aria un po’ malinconica. “Ne è sicura?” Attese qualche secondo, poi continuò:
“Deve sapere che io ho perso mio figlio durante la Grande Guerra. Era il mio unico figlio. Poi, dopo tanti anni di malattia, se n’è andata anche la mia amata moglie e sono rimasto solo. È da allora che viaggio, proprio su questo stesso treno, e credo non scenderò mai. Capisce cosa voglio dire, vero?”

Teresa Neele comprese allora di non essere l’unica a vivere ripetutamente lo stesso giorno. Quel treno li intrappolava entrambi, e allo stesso tempo li proteggeva da una realtà troppo penosa da sopportare.
“Non si può scappare da una tale sofferenza… Ma per lei potrebbe essere diverso”. Mentre l’uomo le diceva queste parole, Teresa sentì il suo petto straziato da un dolore ineffabile. Si sentì annegare in un mare di aria densa, che non le arrivava ai polmoni, e la vista cominciò ad annebbiarsi.
Aveva perso due delle persone che le erano più care: sua madre era andata via per sempre, e il suo caro marito l’aveva lasciata per una donna più giovane.
In quell’istante fu tentata dal nulla che la avvolgeva. Che senso aveva continuare a vivere senza amore?

Ma la voce gentile dell’uomo giunse ovattata a risvegliare la sua coscienza.
“Ricordi chi è! Agatha! Lei è Agatha Christie! E ha ancora tanto per cui vivere”.
Con un’improvvisa boccata d’aria, la donna riemerse dall’oscurità, e istintivamente cinse con le sue braccia il petto ossuto dell’uomo che l’aveva salvata.
Come aveva potuto dimenticare chi fosse? La sofferenza era stata così forte da confonderle i sensi e annichilirla completamente; certo non se n’era andata, bruciava ancora nelle sue vene, ma non le avrebbe permesso di distruggere la sua identità.
Era Agatha Christie, tra qualche ora sarebbe iniziato un nuovo giorno, e lei aveva già in mente una nuova storia da raccontare, ambientata interamente su un treno.

[Per saperne di più: Agatha Christie e il mistero della sua scomparsa]

Quella sagoma di Albus

“Questa cicatrice se la terrà per sempre.”
“E lei non può farci niente Silente?”
“Anche se potessi, non lo farei. Le cicatrici possono tornare utili. Anche io ne ho una, sopra il ginocchio sinistro, che è una piantina perfetta della metropolitana di Londra.”

[Harry Potter e la pietra filosofale]

Ultimo giro di giostra – racconto blu

La signora Noble saliva ogni notte sulla collina per guardare le stelle. Non era mai stata un’esperta di astronomia, ma aveva più che altro “un affare in sospeso lassù”, come diceva spesso a suo nipote Wilfred. Lui non capiva cosa intendesse e si limitava a sorriderle, come si fa con i bambini quando lavorano di fantasia. La nonna, in effetti, non sapeva cosa ci fosse in sospeso e perché sentisse – giorno dopo giorno, anno dopo anno – il bisogno irrefrenabile di osservare il cielo.

A volte faceva dei sogni molto strani, in cui si trovava in un’altra epoca o addirittura in un pianeta diverso dalla Terra, e parlava con creature straordinarie e mostruose, ma non aveva mai paura. In mezzo alle fornaci più roventi o ad immensi paesaggi di ghiaccio, lei sentiva che sarebbe stata al sicuro. Anziché di incubi, si trattava sempre di sogni avventurosi e bellissimi.

Una sera, in cui il cielo era particolarmente limpido e sembrava una tela di seta blu puntellata da una miriade di paillettes, nonna Noble era sulla collina in compagnia di Wilfred. Sedevano su delle seggioline da campeggio, lei avvolta in una pesante coperta a quadri, lui in un cardigan di lana grossa. Si passavano un thermos che conteneva del tè caldo. La temperatura era piuttosto bassa lassù a quell’ora, nonostante fosse piena estate.

La nonna iniziò a raccontare di un sogno fatto la notte precedente, uno di quei sogni bizzarri e meravigliosi. “C’era un uomo con me”, disse quasi in un sussurro. Poi continuò, visibilmente eccitata: “ Era un uomo affascinante, anche se non ricordo il suo volto. Forse non aveva un unico volto… forse non era neppure un uomo. Ricordo però la forza che mi trasmetteva… con lui tutto sembrava possibile.”

Wilfred l’ascoltava con il suo consueto sorriso. “Magari assomigliava al nonno, no?”

Ma lei non ripose. Continuò a puntare il suo sguardo tra le stelle, come se si aspettasse di trovare qualcosa di diverso dal solito. Pensava al suo sogno e a quel compagno di avventure che la faceva sentire così giovane, piena di energia vitale ed entusiasmo.

Intanto il nipote, un po’ sorpreso dal silenzio prolungato della nonna, ritentava di catturare il suo interesse. “Non credi che i sogni siano sempre residui della realtà che abbiamo vissuto? Pensa a tutti i film di fantascienza che hai visto, ai libri che hai letto… è facile pensare che sia tutto lì, mischiato nel subconscio.”

Nonna Noble non lo stava ascoltando. Aveva tenuto gli occhi aperti così a lungo che le lacrimarono, e dovette stropicciarli e asciugarli con la mano, per poter rischiarire la vista. Non appena lo ebbe fatto, notò un bagliore nel cielo scuro, una meteora, una stella cadente.

In quello stesso istante rivide chiaramente le immagini dei suoi sogni. Rivide esseri alieni, alcuni dall’aspetto buffo, altri spaventoso, e luoghi misteriosi che non appartenevano a questo mondo, né a questa realtà. Risentì nella sua mente una canzone che aveva dimenticato, una canzone di un popolo che era stato a lungo schiavo degli umani, e sentì la voce di quell’essere che l’aveva accompagnata attraverso lo spazio e il tempo, infondendole coraggio e voglia di vivere. L’uomo delle stelle, così lo aveva chiamato. Ora ne era certa: non erano semplicemente sogni, ma ricordi di esperienze reali.

Aveva visto un passato difficile e uno sconcertante futuro per l’umanità, aveva rischiato di morire tante volte, e aveva sofferto, nel corpo e nella mente. Ma era stata così coraggiosa, più di quanto avesse mai creduto di poter essere. Aveva combattuto, fino a perdere le forze.

“Tutto ciò che desidero è un’ultima, grande avventura”, disse nonna Noble con gli occhi bagnati di nostalgia.

Wilfred la osservò preoccupato, non l’aveva mai vista così. “Si è fatto tardi, che ne dici? Andiamo a letto.” E solo quando le poggiò una mano sulla spalla, lei si voltò verso il nipote e rise, com’era solita fare spesso, per togliersi dall’imbarazzo. “Sì, andiamo caro, sono tanto stanca”.

La sera successiva la signora Noble tornò sulla collina, da sola. C’era un affare lasciato in sospeso lassù, una promessa, un’avventura ancora da vivere. Scrutava il cielo blu, oramai sicura di ciò che stava cercando.

Un ultimo giro sulla giostra dell’uomo delle stelle.

Wilfred si inerpicò su per quella collina, con una torcia in una mano e un thermos con del tè caldo nell’altra. La notte prima sua nonna le era sembrata un po’ strana, e non voleva che passasse troppo tempo da sola. Ma quando raggiunse il solito punto, di nonna Noble non c’era alcuna traccia.