quella vecchia storia

la sintesi dell’incontro – e della separazione – di due anime. questa l’ho scritta almeno 10 anni fa, e oggi la rileggo con occhi nuovi, a testa in giù.  allora mi si diceva che fossi troppo criptica, che ne pensate?

“Gli occhi del Saggio videro il mondo come un luogo infinito, popolato da tre diversi tipi di anime. C’erano le anime corpose, visibili senza fatica, vitali e continuamente in movimento; le anime mutevoli, che cambiavano consistenza e anche altezza a volte, a seconda delle circostanze dell’esistenza; e infine le anime evanescenti, invisibili, atte a vivere una non-vita, una morte eterna. Queste non avevano contatti con le altre.
La storia che il Saggio mi raccontò è la mia storia, come io non la vidi mai, ma come realmente fu.
In questa storia c’è un ragazzo di nome Amirf, che un giorno, cacciato dalla città Fantasma nella quale viveva (luogo in cui si trovano tutte le anime evanescenti), si imbatté in una ragazza di nome Icram, che sarei io.
Amirf fu giudicato non fantasma, poiché ancora legato a un qualcosa appartenente alla città Vivente.
Icram viveva nell’estrema periferia di questa città ed era stata spesso nell’altra, per questo motivo era un’anima mutevole: chiunque uscisse dalla città Fantasma diventava mutevole, se si stabiliva per un periodo abbastanza lungo in quella dei viventi.
Amirf desiderava tornare nella sua città, ma non sapeva come fare, così chiese aiuto ad Icram, l’unica anima che incontrò quando fu cacciato e che gli andò vicino.
Fu lei che lo condusse nel quartiere Ricordi e gli disse che lì avrebbe trovato le risposte alle sue domande: perché era stato cacciato? Cosa lo legava al mondo dei viventi?

Lei era con lui quando imboccarono una strada stretta e buia e lunghissima, affollata di anime corpose, che celavano una natura evanescente, e nella quale Amirf si sentì perduto.
Era la via dell’Amore Negato, e in quel momento anche Icram capì perché quel ragazzo era diventato fantasma, o quasi, si era perduto da molto tempo e non aveva la forza di ritrovarsi.
«La mia rassegnazione dovrebbe bastare per rendermi fantasma, invece non lo sono, sono ancora visibile. Tu mi vedi, no? Ma perché?» chiese Amirf ad Icram. E lei non rispose, anche se temeva di sapere.
Passarono una notte nella periferia della città Vivente, e quella notte Icram fece un sogno: sognò la morte totale di Amirf.
Al risveglio pensò a un sogno premonitore ed ebbe molta paura, ma lui era ancora lì, vicino a lei.
Camminavano verso il centro della città e parlavano, più si addentravano più il desiderio di Amirf di tornare indietro si faceva forte e manifesto, e non passò molto tempo prima che Icram si accorse con stupore di parlare da sola, non perché il ragazzo se ne fosse andato, ma perché gli altri, gli abitanti corposi, non riuscivano più a vederlo, al contrario di lei che continuava a farlo.
Così capì che il suo non era stato un sogno premonitore e che ciò che aveva sognato era in realtà già accaduto: Amirf era morto, totalmente.

Lei sapeva che anche a lui, come a lei in passato, era stata data una seconda opportunità, quella di vivere fuori dalla città Fantasma, di vivere, insomma. Lui sarebbe potuto diventare in breve tempo un’anima mutevole, se avesse voluto, e avrebbero potuto vivere insieme.
Ma ormai era diventato ciò che voleva da tanto tempo, un fantasma, e sembrava che nulla potesse distoglierlo dal suo intento.
Chiese ad Icram di accompagnarlo indietro, nella città alla quale apparteneva. «Come anima mutevole non vali un granché – le disse – gli altri non vedono neppure te!»
Lei, avvilita, lo accompagnò, ma era lui a fare da guida.
Nel tragitto non le rivolse la parola e lei si sentì in colpa, per non essere riuscita a trattenerlo nella città Vivente.
Quando Amirf giunse di fronte al Grande Portone della città Fantasma, questo si spalancò, cosicché lui poté andar dritto, senza mai voltarsi, e il suo saluto si perdette nell’aria, come un sospiro.
Icram si sentì prendere da una forza che la portava dentro le mura di quella città, voleva stare con lui, ma lui non era più visibile e se ne rese presto conto, non voleva abbandonare se stessa.
Quel silenzio totale, così assordante, la spinse indietro, bastarono tre passi: un passo per ricordare, un passo per perdonare, un passo per rinascere, e il Grande Portone si richiuse davanti a lei.
Il Saggio smise qui di raccontare.”

(qualcuno ha colto la vaga ironia nella scelta dell’immagine?!)

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