ipotesi di viaggio: giappone

giunta alla stazione della metro di shinjuku nelle prime ore del pomeriggio, noto subito un uomo seduto un po’ distante intento a studiare le persone che gli passano accanto. il suo sguardo si fissa per un attimo su di me, poi subito cambia direzione. non riesco a dargli un’età, come spesso mi succede, ma ha l’aria di una persona profonda. mi ricordo in quell’istante di non aver toccato cibo dalle prime ore della mattina, così decido di acquistare un panino in uno dei negozietti della stazione – ci sarà tempo per il sushi – e mangiarlo proprio lì, accanto a quell’uomo curioso. quando mi siedo gli faccio un cenno con il capo e lui ricambia. sono concentrata nel mangiare il mio panino, quando ad un tratto l’uomo mi rivolge la parola, in un inglese lento e curato.

mi dice che osserva le persone perché ha un progetto. che una volta qualcuno gli ha consigliato che se mai avesse avuto un progetto e si fosse sentito bloccato nel pensare alle cose più complicate per realizzarlo, avrebbe dovuto spostare la sua attenzione sulle cose più semplici, come osservare ciò che lo circondava per un tempo abbastanza lungo. detto questo, rimane in silenzio. io allora azzardo una domanda: qual è il suo progetto? lui mi risponde senza guardarmi negli occhi, noto che i suoi si son fatti leggermente lucidi: vuole vendere dorayaki con marmellata di fagioli azuki. penso che sia un progetto molto preciso. gli sorrido e gli dico che non ho idea di come siano, questi dorayaki.

mi risponde che potrò assaggiarli l’indomani mattina, in un parco di tokyo che mi indica su una cartina. sono diffidente, ma lo ringrazio per la sua gentilezza, prima di andar via per continuare il mio giro turistico. la sera stessa mi informo sul parco in questione e scopro che è un luogo molto frequentato, spesso la gente ci va con tovaglie e cestini per un picnic o approfitta dei carretti che vendono cibi e bevande per fare colazione o pranzare lì. la mattina seguente sono nel parco, bevo un macha latte e intanto cerco con lo sguardo l’uomo che vuole vendere dorayaki. quando lo riconosco tra la folla, e anche lui sembra riconoscermi, sono stranamente entusiasta. infine li vedo: dei pancakes belli spessi e rotondi con un ripieno denso di colore rosso cupo.

dorayaki

ci salutiamo, con un leggero imbarazzo, poi lui mi porge svelto un dorayaki, abbassando la testa per qualche secondo di troppo. al primo morso accade una cosa stranissima: il tempo sembra essersi rallentato, i petali dei sakura – fiori di ciliegio – attorno a me cadono più lentamente del solito, mi sento come in un sogno, il fruscio del vento tra i rami crea una sorta di melodia, quasi sento dei sussurri, ma non ne capisco il significato. una donna anziana è comparsa davanti a me, intenta ad osservare gli alberi e a ballare con loro nel vento, sorride come fosse in estasi. penso alle mie nonne e al ricordo che ho dei loro sguardi, così diversi. forse una di loro somigliava a quella vecchietta sognante: era quella innamorata.

finito il dolce, la visione scompare. io resto un po’ a bocca aperta, infine noto che l’uomo del carretto mi guarda compiaciuto, ha un sorriso strano, come se sapesse benissimo chi o cosa io abbia visto. “qui in giappone non è poi così raro vedere uno spirito”, mi dice. io, allora, prendo un altro dorayaki.

 

ringraziamenti: murakami haruki, l’uccello che girava le viti del mondo, le ricette della signora toku, anime vari tra cui 5 centimetri al secondo, quando c’era marnie, ancora non conosciamo il nome del fiore che abbiamo visto quel giorno (!), i fiori di ciliegio, il cibo giapponese.

 

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