Un uomo d’altri tempi

Oggi mi ritrovo a pensare ad un incontro avvenuto due anni fa, che già allora giudicai alquanto singolare, ma che ora, alla luce di una nuova scoperta, acquista un significato ben più profondo.

L’incontro avvenne una sera di fine ottobre, mentre aspettavo l’autobus per tornare a casa, in una via abbastanza trafficata, ma dove non passa quasi mai nessuno a piedi. Avevo da poco subìto una delicata operazione agli occhi, e mi sentivo particolarmente insicura, oltre che dolorante per le ferite non ancora rimarginate.

Mi trovavo sovrappensiero, quando si avvicinò a me un giovane dall’aspetto bizzarro: era vestito con un completo scuro elegantissimo, con tanto di camicia bianca e cravattino dello stesso colore. Aveva una leggera stempiatura e, in compenso, una barba nera e foltissima, più lunga ai lati. Il tutto gli conferiva un aspetto maturo e d’altri tempi, ma non credo avesse superato di molto i trent’anni.

Persino il suo modo di parlare era bizzarro: per dirne una, si rivolse a me dandomi del “voi”, e già questo mi fece pensare ad uno scherzo. I suoi modi però erano così gentili, e il suo sguardo così serio, che io non me la sentii di negargli una risposta, né tanto meno di ridicolizzarlo con qualche commento sulla sua stranezza.

Mi chiese semplicemente di indicargli la strada per il mare.
Le mie indicazioni furono piuttosto semplici, dato che non ci trovavamo molto distanti dal porto, e lui ringraziò subito, ma rimase per alcuni istanti perso nei suoi pensieri, osservando un punto lontano.

Ciò che mi disse dopo, sarebbe difficile da dimenticare.
“Me ne andai da questa terra molto tempo fa, ma continuo a tornarci, mio malgrado. Pare che una forza divina mi trascini qui, per mostrarmi quanto le cose siano cambiate, e allo stesso tempo, in fondo, non siano cambiate affatto.”

Nonostante avessi difficoltà a sollevare lo sguardo, per via dei danni causati dalla recente operazione, osservai ugualmente i suoi occhi, che mi sembrarono lucidi e sinceri. “Siamo diversi – aggiunse – ma voi capite, in qualche modo, di cosa io stia parlando. E credo persino che avreste apprezzato me e le mie scoperte. Lo vedo dai vostri occhi, pieni di dolore, e speranza.”

Non capii affatto quello che mi disse, sentii solo che stava soffrendo e che aveva bisogno del conforto del mare. Mi rivolse un lieve sorriso e infine se ne andò, nella direzione che io gli avevo precedentemente indicato.

Solo oggi, dopo due anni da quell’incontro, ho rivisto per puro caso il volto dell’uomo elegante e triste che desiderava vedere il mare. L’ho visto in un libro che contiene antichi articoli di giornale della mia città, in una foto in bianco e nero che correda un articolo datato 1898.

Si tratta del “Pietrificatore”, uno scienziato – si potrebbe dire incompreso – inventore di una straordinaria tecnica per la conservazione dei cadaveri. Non fu ben accolto dai suoi concittadini, né preso in degna considerazione dalla comunità scientifica del tempo, e la sua formula, che ridava consistenza e colore ai corpi privi di vita, rimase per sempre un mistero.

Io non ho mai creduto ai fantasmi, e non so se l’uomo che incontrai quella sera di ottobre fosse realmente lo scienziato incompreso. Ma non dimenticherò mai i suoi occhi.

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