Su sensibilità e tolleranza

Tutti noi a modo nostro siamo sensibili; la sensibilità, nelle sue diverse gradazioni, fa parte dell’essere umano con un cervello non danneggiato. Se sbaglio, correggetemi. Molti pensano di essere estremamente sensibili (e probabilmente buoni) se si commuovono di fronte a uno spot pubblicitario, o ascoltando una canzone, ma non hanno la minima sensibilità per ciò che è diverso da loro, ciò che non capiscono in modo automatico e naturale. Anche Hitler si commuoveva ogni tanto, anche Hitler è stato bambino, e gli sarà capitato da grande di guardare una trottola e sentire una piccola lacrima scendere sulla sua guancia. Ma questo, come sappiamo, non lo rendeva una persona empatica e di buon cuore.

Siamo ingannati anche dal concetto di tolleranza, pensiamo che essere tolleranti verso chi è diverso da noi in determinati contesti ci renda persone buone, intelligenti o addirittura sagge. Ma la gente ha perlopiù bisogno di etichette. Avete notato? Riesce ad essere veramente tollerante solo verso una categoria ben definita, conoscibile e comprensibile. Ciò che pratichiamo, di solito, è una tolleranza selettiva. Non parlo solo della signora che accetta gli immigrati africani ma vorrebbe vedere bruciare tutti i rom, o del signore che tollera le lesbiche ma non gli uomini gay. C’è chi è attivo nel dare sostegno “ai poveri”, dà loro da mangiare e abbigliamento e qualsiasi cosa possa essere utile, ma poi si scansa e accelera il passo se una persona vestita male gli si avvicina per strada. C’è chi aiuta volentieri “i malati”, poi deride il parente che sta male ma non ha una diagnosi e finisce per diventare lo zio strambo. Insomma, se non riusciamo a mettere un’etichetta, la nostra tolleranza, così come la nostra sensibilità, vengono soppiantate dalla diffidenza e, spesso, dal rifiuto.

Non ce l’ho con nessuno in particolare, faccio una semplice riflessione sul genere umano. Va tanto di moda ergersi a paladini di qualcosa o di qualche specifica categoria di persone, e si continua a perdere di vista la necessità di trovare un piano comune con gli altri – sì, persino quelli con un’etichetta sbiadita – in cui poter comunicare senza la presunzione di essere “dalla parte giusta della barricata”.

4 pensieri riguardo “Su sensibilità e tolleranza

  1. Ciao,
    Sono d’accordo con te quando parli di tolleranza selettiva. Del resto, lo stesso termine “tolleranza” presuppone un disagio a cui opponiamo una certa resistenza (o pazienza). Il disagio, però, rimane. Non è detto che la pazienza faccia altrettanto, o che ci sia in tutti i casi. Anzi, mi spingo oltre. A mio avviso, la tolleranza viene sbandierata solo in due casi: quando conviene e quando il disagio, in realtà, non viene percepito.

    Secondo me siamo tutti genericamente tolleranti, fino a un certo limite. Dipende tutto dalle situazioni o, ancora meglio, dal censo. I ricchi avranno ben pochi disagi rispetto alle fasce “inferiori”. Ecco perché per loro è facile parlare di tolleranza, per l’appunto, dalla loro posizione di vantaggio. In certi casi il disagio non lo percepiscono affatto, a differenza di chi vive, per esempio, nelle periferie.

    E, guardacaso, chi ha sempre la presunzione di essere “dalla parte giusta della barricata”? Chi non ha idea di cosa sia una barricata.

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