Buona notte e sogni elettrici

Electric Dreams è una serie antologica composta da dieci episodi, basati su altrettanti racconti di Philip K. Dick. Autore statunitense, Dick fu attivo dagli anni ’50 del secolo scorso – periodo della Guerra Fredda – fino al 1982, anno della sua morte, nonché dell’uscita del film cult Blade Runner, liberamente ispirato a un suo romanzo (Do Androids Dream of Electric Sheep? – Gli androidi sognano pecore elettriche?). Può essere annoverato tra gli  scrittori di fantascienza più prolifici; i suoi racconti offrono un gran varietà di spunti di riflessione e rappresentano un serbatoio prezioso di ispirazione per tutti gli amanti del genere.

Io sono stata a lungo una non-amante della fantascienza, ma l’aver scoperto il suo legame così forte con l’antropologia, la psicologia e tutto ciò che gira intorno all’essere umano, e il suo carattere riflessivo, visionario e a tratti rivoluzionario, ha fatto sì che mi appassionassi a questo genere come a pochi altri.

Electric Dreams è una serie che mi ha conquistato, seppur con il suo andamento altalenante. Ci si può trovare un bel condensato di elementi puramente fantascientifici (non mancano alieni, viaggi spaziali, e super-tecnologie) e altri più caratteristici della distopia e del filone post-apocalittico. Le tematiche preponderanti sono: ciò che ci rende umani, quindi le emozioni, la nostra individualità, i nostri desideri inconsci, i ricordi, la coscienza; la critica a una società che favorisce l’alienazione, l’omologazione, il controllo e la manipolazione tramite l’informazione; le conseguenze estreme del consumismo, la perdita di qualsiasi libertà, anche quella mentale, e i rischi di una virtualità che diventa sempre più reale. L’essere umano può schierarsi, combattere, dimenarsi, persino, per liberarsi dalle catene, e spesso ne uscirà comunque sconfitto.

Sembra proprio che man mano che il mondo reale si avvicina alle descrizioni surreali delle storie di Orwell, Bradbury, Dick… sentiamo sempre più il bisogno di assistere a rappresentazioni della nostra ascesa e caduta, rappresentazioni che portino ancora un po’ più avanti le lancette del tempo, che ci sconvolgano ma che ci lascino l’illusione che, in fondo, sia solo fantascienza.

 

Ecco, per chi fosse curioso, a quali racconti sono ispirati i singoli episodi:

The Hood Maker, da The Hood Maker – Il fabbricante di cappucci (1955)

Impossible Planet, da The Impossible Planet – Pianeta impossibile (1953)

The Commuter, da The Commuter – Il pendolare o Il sobborgo dimenticato (1953)

Crazy Diamond, da Sales Pitch – Vendete e moltiplicatevi (1954)

Real Life, da Exhibit Piece – Il padiglione del passato (1954)

Human Is, da Human Is – Umano è (1955)

Kill All Others, da The Hanging Stranger – L’impiccato (1953)

Autofac, da Autofac (1955)

Safe and Sound, da Foster, You’re Dead! – Foster, sei morto! (1955)

Father Thing, da The Father-Thing – La Cosa-padre (1954)

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