Non so cosa sto provando! (Atlante delle emozioni umane)

Non si è sempre parlato di emozioni. In passato, essere vittima di una particolare sofferenza poteva voler dire essere posseduti da qualche spirito maligno; o essere una persona impulsiva e violenta corrispondeva ad avere una eccessiva quantità di sangue nel corpo. Ma con l’approfondimento degli studi sulla psiche umana, le emozioni hanno assunto un ruolo via via più importante. È ormai unanime l’opinione che vede il riconoscimento e la buona gestione delle emozioni due fattori essenziali per il benessere di ogni essere umano. Ovviamente – ma forse non è poi così ovvio, non per tutti – le emozioni non sono le stesse ovunque, in qualsiasi parte del mondo. Ci sono culture che danno moltissima importanza a un’emozione e altre che quell’emozione la ignorano; ci sono popoli che possono trovarsi a corto di parole per definire ciò che provano, mentre altri che per quella stessa sensazione hanno creato una parola ad hoc.

Per questo nasce l’Atlante delle emozioni umane, di Tiffany Watt Smith, un saggio enciclopedico sulla varietà delle emozioni dell’essere umano, una varietà – e peculiarità – che va oltre la nostra stessa immaginazione.

ABHIMAN. Questa emozione viene citata per la prima volta nei Veda (antichi testi sacri) ed è ancora usata oggi in tutto il subcontinente indiano. Il significato letterale è “dignità”, “orgoglio di sé”, ma ciò non basta per capirne a pieno il significato. L’abhiman evoca il dolore e la rabbia causati quando a farci del male è una persona che amiamo, da cui ci aspettiamo di essere trattati con gentilezza.

BRABANT. Sapete che non è una buona idea. Con ogni probabilità vi si ritorcerà contro. Eppure non potete evitare di pensare a cosa succederebbe se la metteste in pratica. Nel libro The Deeper Meaning of Liff, Douglas Adams e John Lloyd hanno chiamato questa emozione brabant: “il desiderio impellente di scoprire fino a che punto si può provocare qualcuno”.

GEZELLIGHEID. Molte lingue nordeuropee hanno una parola particolare per esprimere la sensazione della comodità e dell’accoglienza. In Olanda si usa il termine gezelligheid per descrivere sia una sensazione fisica, come lo starsene al calduccio in un posto confortevole in compagnia di buoni amici, sia lo stato emotivo del sentirsi “abbracciati” e confortati da qualcuno.

IJIRASHII. Vedere un corridore che taglia il traguardo contro ogni aspettativa, o venire a sapere di un senzatetto che restituisce un portafoglio smarrito, può provocarci un’intensa emozione. Forse ci capita persino di piangere, ma in alcune culture potremmo essere tacciati di eccessivo sentimentalismo. In Giappone questa sensazione è chiamata ijirashii ed è considerata la reazione opportuna davanti all’immensa forza d’animo dimostrata da chi, al primo sguardo, sembrava fragile e vulnerabile.

MAN. Cambiare città, diventare scrittori. Spesso non sappiamo spiegare esattamente perché vogliamo fare qualcosa, sappiamo solo che stiamo seguendo un richiamo, potremmo dire una vocazione. In hindi questo desiderio profondo si chiama man (pronuncia: mun). È un bisogno viscerale, irrobustito dalla consapevolezza che quel desiderio rispecchia il nostro io più autentico. A volte ciò che desideriamo può risultare incomprensibile per la nostra famiglia o i nostri amici, ma se è un fatto di man “la conversazione finisce lì”.

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