Chi ha paura del nulla? Autumn Mood

Eccomi qui per una nuova visione globale (nerdamente parlando) sul mese ancora in corso.

L’inizio dell’autunno è stato inaugurato con una lettura da cui non sapevo cosa aspettarmi, perché non mi fido mai troppo dei “casi editoriali”, e ne sono stata travolta. Si tratta di Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman. Una storia – e un personaggio – che si svela a poco a poco, lasciando emergere anche gli aspetti più oscuri e dolorosi dell’esperienza, senza mai perdere quella sorta di leggerezza che somiglia all’ironia, che solo chiunque abbia sofferto intensamente può sviluppare. Una giovane donna che ha perso il contatto con la realtà e con gli altri, sopravvive come un fantasma, tra lavoro in ufficio, weekend alcolici e fantasie adolescenziali, reimpara a stare al mondo aprendosi un poco alla volta alla gentilezza, alla condivisione, e guardando con coraggio il buco nero lasciato dal passato.

Nello stesso periodo, più o meno, ho visto la quinta stagione di Bojack Horseman, per me la migliore serie animata dopo Futurama. Il cavallo più depresso, tossicodipendente, egocentrico e problematico di Hollywood, continua a non deludermi con le sue cadute di stile e le sue calate agli inferi, che lo portano a riflettere sul suo modo di essere e su possibili via d’uscita.

La lettura successiva è stata I ragazzi di Anansi, di Neil Gaiman. Un fantasy vagamente anomalo, che però si potrebbe riassumere così: la storia di un ragazzo che scopre qualcosa di inaspettato su di sé e la sua famiglia, e questa conoscenza dà uno scossone fortissimo alla sua miserabile vita (vi ricorda qualcosa?). Ciò che scopre Ciccio Charlie – soprannome affibiatogli dal padre burlone – è che suo padre non era, appunto, semplicemente un burlone imbarazzante, ma anche una divinità potente e provocatoria, il dio-ragno Anansi. Un “viaggio dell’eroe” originale, che mi ha lasciato il sorriso sulle labbra più di una volta, molte immagini vivide di animali spaventosi, uomini ancor più terrificanti, eroi improvvisati e l’eco di una canzone da cercare dentro noi stessi, perché è la canzone della nostra vera essenza.

E poi ho guardato Maniac. La aspettavo da tempo e temevo un po’ che mi avrebbe deluso, ma così non è stato. Ho amato tutto di questa serie, anche se mi rendo conto degli elementi che possono aver fatto storcere il naso a qualcuno. Due persone profondamente sole, spezzate e sofferenti, decidono di partecipare ad una sperimentazione farmaceutica per la cura di traumi psicologici, in una realtà retro futuristica nella quale i rapporti tra le persone appaiono gravemente compromessi. La sperimentazione ci fa compiere un viaggio all’interno delle menti dei due protagonisti, attraverso realtà alternative ricche di simbolismo e richiami alla cultura popolare, così come la serie nel suo complesso. Le tre fasi, scandite dalle tre pillole A, B e C, sono le tappe di una terapia che mira ad affrontare i traumi vissuti, svelare i punti ciechi (ciò che è nascosto, represso) per riuscire finalmente ad andare avanti con la propria vita. Il mix di generi e la contemporanea presenza del dramma della fragilità umana e della commedia dell’assurdo, sono tra le caratteristiche più discusse e da me più apprezzate. Ma al di là delle scenografie e dei costumi iconici, ci sono frasi che mi rimbombano dentro e un desiderio di connessione che muove i personaggi verso l’epilogo, che mi ha commosso e scosso forse più del dovuto, come tutte le cose che temo di non riuscire più a provare.

Ecco che torno sempre sullo stesso punto, come un disco rotto; come una bambina mi rifugio nella fantasia per sfuggire al nulla, e guardo film come Summer of ’84 o Ant-Man, sognando misteri e avventure. Quando torno alla realtà e al presente, nulla funziona, perché sono io a non funzionare. Sperimentare e poi tornare al punto di partenza, questo è il mio inferno personale. Mentre nel mondo ci si dimentica delle lezioni del passato e si acuiscono discriminazioni e “ismi” di ogni sorta, io non imparo abbastanza dai miei errori, e continuo ad essere me nella versione danneggiata, non illuminata, insana (qui il tono si fa più tragico), alla ricerca di una connessione che non so trovare/creare, con la paura di essere già un tutt’uno con il nulla.

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