Film sconosciuti, libri intriganti e tentativi di minimalismo

Un uomo di nome Fred si prepara per andare al lavoro, ma anziché camminare, striscia. Questo perché stare in posizione eretta per lui è troppo doloroso. La sua schiena è in condizioni disastrate, tant’è che persino il medico non sa che farci e non gli lascia molte speranze, a parte tentare un intervento chirurgico rischioso e potenzialmente non risolutivo. Fred è un brav’uomo, ma non gli dispiacerebbe urlare al medico “sei un incompetente”. Ci sono tante cose che Fred si tiene dentro, sul lavoro e nella vita privata, un amalgama di emozioni inespresse che crea dolore. Quando gli viene consigliata l’agopuntura e si rivolge a un esperto cinese, non avrebbe mai immaginato di suscitare tanto scalpore: la sua schiena, ricoperta di aghi vibranti, produce una musica misteriosa e commovente.

Questa è la trama di Song of Back and Neck, di e con Paul Lieberstein: un film ai più sconosciuto, che vale la pena vedere per la sua tenera bizzarria e il suo messaggio rivitalizzante, anche se lo si trova solo in lingua originale (inglese) e nonostante la critica sia stata piuttosto tiepida nei suoi confronti. L’ ho scoperto dopo aver fatto una maratona di The Office (versione americana) e aver cercato la filmografia di alcuni degli interpreti. Sono contenta di averlo fatto… È stato un po’ come dare a “Toby” la possibilità di un finale migliore!

In questi ultimi mesi mi sono dedicata a un’unica lettura di fiction: House of Leaves (anche questa in lingua originale). Questo libro, scritto da Mark Z. Danielewski e uscito nel 2000, è diventato nel corso del tempo una sorta di oggetto del desiderio, vuoi perché la sua veste grafica particolare suscita già da sola curiosità, vuoi per il suo contenuto eclettico, vuoi anche – per quanto riguarda l’Italia – il suo essere ormai “fuori catalogo”. Ammetto che mi sarebbe utile una rilettura nella versione tradotta, ma essendo praticamente introvabile, mi accontenterò di ciò che ho capito dall’inglese, e tuttalpiù sarà per me un monito a migliorare la comprensione di questa lingua che amo moltissimo.

La storia inizia con un espediente narrativo ben noto, quello del ritrovamento di un manoscritto. Il giovane protagonista del romanzo, John Truant, lo scopre nell’appartamento di un vecchio cieco appena deceduto, e non può fare a meno di leggerlo e rimanerne fortemente impressionato. Zampanò, questo il nome del vecchio, racconta dell’esistenza di un film documentario: The Navidson Record, e dei misteriosi retroscena legati ad esso. La storia centrale dell’intero libro è quella della famiglia Navidson, composta da Will, un foto-giornalista di successo, sua moglie Karen, una ex modella, e i loro due bambini, Chad e Daisy. La famiglia si trasferisce in una vecchia casa nella campagna della Virginia, con l’intento di recuperare un legame roso dai continui viaggi di Will, ma questa casa si rivelerà più grande al suo interno che all’esterno. I fan di Doctor Who come me potrebbero sorridere per l'”anomalia” della casa, però qui i toni sono ben più cupi delle avventure a bordo del Tardis (nonostante alcune puntate e scene in compagnia del doctor siano moderatamente terrificanti!). All’interno della casa di Ash Tree Lane c’è una porta che si apre su un corridoio buio, un corridoio che non dovrebbe esistere e che cresce man mano ci si addentra per scoprire dove vada a finire. Be’, la verità è che non finisce mai.

Nel corso della lettura ritroviamo il ragazzo che ha recuperato il manoscritto, Johnny, tra le note a fondo pagina, e scopriamo pezzi della sua vita sregolata, del suo passato problematico, che come un puzzle possiamo cercare di ricomporre assieme all’altra storia. Ma scopriamo anche che Johnny è un bugiardo patologico, per cui è un narratore totalmente inaffidabile, ed è facile precipitare con lui nella confusione della tana del Bianconiglio. Capiamo, quindi, quanto non sia importante la verità, ma le percezioni e le interpretazioni che di essa si hanno. Questo vale certamente per il contenuto di House of Leaves, e credo anche per le nostre vite.

È ormai da molto tempo che cerco di portare ordine e luce nella mia vita e credo di potermi definire, almeno negli intenti e nell’attitudine, una minimalista. Non crediate che sia una missione semplice solo per il fatto di essere povera! 😀 Minimalismo non significa possedere poco, significa lasciar andare il superfluo e vivere delle cose più importanti, quelle di valore. Il discorso si applica tanto alle cose materiali, quanto a quelle impalpabili, come idee e sentimenti, e alle relazioni. Ma è un discorso molto lungo, che affronterò un’altra volta. Per il momento sono riuscita a liberarmi di una montagna di vestiti che non usavo più, e la pulizia è solo all’inizio ed è molto probabile che non finisca mai, proprio come quel corridoio buio che ramificandosi diventa un labirinto. Voi vi siete liberati di qualcosa durante questo primo spicchio del 2019?

4 pensieri riguardo “Film sconosciuti, libri intriganti e tentativi di minimalismo

  1. Condivido l’ottica “less is more”. Ho fatto pulizia di libri vecchi che non mi interessa più possedere e sono andata giusto stamattina a venderli a Libraccio. Per quanto riguarda le relazioni, negli ultimi anni ho, volente o nolente, scremato un bel po’, specialmente nell’anno appena trascorso. Anche se poche, alcune sono ancora traballanti. In ogni caso è sempre meglio “liberarsi” delle cose/persone inutili e/o nocive e concentrarsi invece su ciò che è essenziale e che ci fa star bene. In molti lo predicano, ma vedo attorno a me decine di persone circondate da cose/persone che disprezzano senza far niente per cambiare la situazione. Non è sempre facile e immediato, ma bisogna provarci secondo me!

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