Un’equazione matematica prova che sono brutta (parte 1)

Sono brutta. C’è un’equazione matematica per dimostrarlo. Me lo ha detto anche il ragazzo che era seduto dietro di me nella mia classe d’arte della seconda media. “Ora conficco la mia matita nella tua testa, fino ad arrivare agli occhi”, mi ha detto ridendo. “Non è che potresti diventare molto più brutta. Anche l’insegnante la pensa così”.
Due anni prima un ragazzo diverso, il cui nome non ricordo più, mi ha chiesto con rabbia che cosa ci fosse di sbagliato nella mia faccia, dopo che lo avevo battuto in una partita di pallamano durante la ricreazione.
“Hai gli occhi più strani che abbia mai visto”, mi ha detto. Quando il mio insegnante lo ha sentito, ha mandato il ragazzo nell’ufficio del preside, dove in seguito avrei dato la mia versione della storia, solo per sentirmi dire che non dovevo essere così sensibile. Così, quando il ragazzo della mia classe d’arte ha continuato a darmi pacche sulla spalla con il retro della sua matita, non ho detto nulla.

La mia insegnante d’arte quell’anno era una donna di colore massiccia, di nome J, che aveva una risata così forte da echeggiare lungo il corridoio. Indossava bellissimi colori vivaci, ci ha fatto conoscere artisti e movimenti di cui non avevo mai sentito parlare, e ci ha incoraggiati ad esplorare ciò che l’arte significava per noi, sia collettivamente che come individui.
La mia scuola era piena di bambini che provenivano da famiglie del ceto medio-alto, discendenza di medici, dirigenti d’azienda e atleti. Mi sono sempre sentita fuori posto con i bambini che erano accuditi dalle tate, che avevano padri che avevano frequentato prestigiose università e che erano spesso fuori per viaggi di lavoro. Mio padre era un ebanista e mia madre rilasciava permessi di costruzione. Nessuno dei due aveva più di un diploma di scuola superiore. Era una città di gente per lo più bianca, quindi avere una donna nera come insegnante sembrava quasi culturale, in un modo che solo i bambini bianchi, al riparo, dell’alta borghesia, avrebbero capito ignorantemente. Ogni settimana la signora J chiedeva agli studenti di ricercare un artista, un movimento o un’opera d’arte da cui fossimo stati attratti. “L’arte non riguarda ciò che vedi”, diceva alla classe. “Riguarda ciò che senti. Fatemi vedere cosa provate”. Dovevamo fare una ricerca e scrivere una relazione di una pagina che spiegasse il nostro argomento e cosa significasse per la nostra arte.
I mercoledì lei si tratteneva per il dopo-scuola, quando gli studenti potevano lavorare a nuovi progetti e discutere delle cose che avevamo imparato in classe. Di solito ero solo io e una manciata di altri studenti con cui ero diventata amica.

Una volta la signora J ha trascorso la prima metà della lezione discutendo del ruolo della bellezza nell’arte e di come l’idea stessa di bellezza fosse soggettiva e dipendente dall’interpretazione del pubblico. Ci ha insegnato il “rapporto aureo”, l’equazione matematica che, in molti modi, ha spiegato la bellezza. Durante il periodo rinascimentale gli artisti usavano questa equazione per creare equilibrio, simmetria e bellezza nel loro lavoro. Il rapporto aureo è stato spiegato per la prima volta più di 2000 anni fa ne Gli elementi di Euclide e descrive una sequenza che si trova frequentemente in natura. Basato sulla sequenza di Fibonacci, il rapporto combina simmetria e asimmetria in un modo allettante e attraente per gli occhi. Spesso applicato al design, all’architettura e alla natura, più le misure di un oggetto sono vicine a quel rapporto, più l’oggetto è bello.
Un giorno, durante una discussione sulla struttura del viso e sul disegno dei ritratti, la signora J ha menzionato di nuovo la sezione aurea, dicendoci che gli scienziati avevano studiato questa equazione, usando la formula per quantificare la bellezza.
“Analizzano e misurano”, ci ha detto. “Misurano dall’attaccatura dei capelli alla radice del naso, proprio tra gli occhi. E da lì alla base del naso. E dalla base del naso alla parte inferiore del mento. Se questi numeri sono uguali, si dice che l’individuo sia più attraente”.

(Traduzione dell’articolo di Ariel Henley– continua)

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