Un’equazione matematica prova che sono brutta (parte 2)

Ci ha detto che l’orecchio dovrebbe essere della stessa lunghezza del naso e la larghezza di un occhio dovrebbe essere uguale allo spazio tra gli occhi. Il rapporto afferma che la lunghezza del viso di una donna divisa per la larghezza dovrebbe avere un rapporto di 1: 1,618. Per essere considerato bello, tant’è. Ci ha mostrato opere di artisti del Rinascimento come Raffaello e Botticelli. Non avevo mai capito equazioni matematiche o rapporti, e quindi l’unica cosa che ho imparato dalla sua lezione è stata che questi erano gli standard di bellezza che una donna doveva soddisfare se voleva essere ritenuta degna.
La signora J è andata avanti, dicendoci che ulteriori ricerche sul ruolo del rapporto aureo nel determinare la bellezza femminile rivelano la traduzione di questi calcoli in un sistema di classificazione dell’attrattiva. Gli individui, per lo più donne, erano valutati su una scala da uno a dieci, in base alla simmetria della loro struttura facciale, con la maggior parte delle persone che avevano un punteggio tra il quattro e il sei. Mai un individuo era stato classificato come un dieci perfetto, ma vivevamo ancora in una società che trovava il bisogno di misurare e valutare, classificare e segnare punti. Non ho potuto fare a meno di pensare che se il mio aspetto fosse stato misurato rispetto al rapporto aureo, il mio punteggio non sarebbe stato superiore a un due.

Sono cresciuta vedendomi additare ogni difetto. Sono cresciuta credendo di essere sbagliata. Fa parte della routine di chi nasce con una deturpazione del viso a causa della Sindrome di Crouzon – una rara malattia in cui le ossa della testa non crescono. I miei occhi sono troppo distanti, troppo storti. Il mio naso troppo grande. La mia mascella troppo indietro, le orecchie troppo basse. C’erano appuntamenti regolari con medici e chirurghi che cercavano di sistemare me e mia sorella gemella, anch’essa nata con la sindrome di Crouzon. Alcuni erano per scopi medici, altri per l’estetica. Mi sedevo in una stanza mentre i dottori fotografavano la mia faccia da ogni angolazione. Poi cerchiavano i miei difetti. Io stavo seduta e permettevo loro di evidenziare ogni mio difetto. E lo volevo. “Correggetemi”, imploravo. Avrebbero fatto del loro meglio. Avrei avuto un intervento chirurgico, avrei recuperato e sarei tornata per altre foto, altri cerchi e altri difetti visti nel dettaglio. Ero ossessionata dalla simmetria, ossessionata dal colmare il divario tra la persona che ero e la persona che sentivo di dover essere.

Il pomeriggio dopo che il ragazzo della mia classe d’arte di seconda media mi aveva detto che ero brutta, ho detto a mia madre che volevo morire. Mi ha portato da una terapeuta il giorno seguente. Il suo nome era Beth. Era una donna di mezza età con i capelli rossi e ricci che le cadevano appena oltre le spalle. Aveva uno stomaco rotondo e occhiali rotondi e indossava quasi sempre il verde. Mi sedevo nell’ufficio di Beth, giocavo a Mancala e le raccontavo dei miei sogni di viaggiare e scrivere. Non abbiamo quasi mai parlato del mio aspetto. Un giorno di marzo sono arrivata con qualche minuto di ritardo al mio appuntamento. Sono entrata nell’ufficio dove Beth sedeva di fronte al divano arancione bruciato che sembrava uscito da un catalogo di arredi per la casa del 1975. Non abbiamo giocato a Mancala. Invece Beth mi ha guardato direttamente e mi ha chiesto se ero felice. Non sapevo come rispondere, e così ho pianto. Ha preso un fazzoletto dal tavolino accanto a lei e me lo ha dato. Quando le lacrime si sono fermate, ci siamo sedute in silenzio per diversi minuti. “È come quando rileggi la stessa frase più e più volte senza capire cosa significa”, ho detto finalmente. “È così che mi sento riguardo la mia vita, riguardo il mio aspetto.”
Lei annuiva mentre parlavo, guardando il tablet e la penna posti accanto ai fazzoletti sul tavolino. Ha allungato il braccio per prenderla, ma si è fermata. Invece ha piegato le mani e le ha messe in grembo. “Non lo capisco,” ho continuato.

(Traduzione dell’articolo di Ariel Henley – continua)

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