Un’equazione matematica prova che sono brutta (parte 3)

“Queste cose continuano ad accadere e so che devono significare qualcosa. Devono. Voglio che la mia sofferenza significhi qualcosa. Voglio che questo dolore abbia importanza.” Lei ha risposto dandomi un incarico. Mi ha detto che voleva che facessi una foto della mia faccia ogni giorno per le successive settimane. Mi ha detto che non avevo alcuna connessione con il mio sé fisico, perché il mio aspetto aveva subito drastici cambiamenti così tante volte. Questo aveva senso per me, e fui sorpresa di non aver mai sentito questa connessione. “Non devi mostrarle a nessuno”, mi ha detto. “Tienile per te.” Ero scettica, ma d’accordo. Ero solita piangere alla vista di una mia foto. Le lacrime mi avrebberero consumato e avrei passato i giorni seguenti a rifiutare di uscire di casa. Vedere le immagini della persona che ero mi faceva arrabbiare. Ero brutta.

Quando avevo nove anni, io e mia sorella gemella siamo state intervistate dall’edizione francese di Marie Claire. Due donne sono venute a casa nostra. Mia madre ci ha messo dei vestitini e ci ha abboccolato i capelli, e ci siamo sedute al tavolo della sala da pranzo, cosa che potevamo fare solo nelle occasioni speciali. Le donne ci hanno fotografate e ci hanno fatto delle domande sulla nostra vita. Tutto quello che ricordo di loro sono i loro accenti e il modo in cui mi sentivo confusa quando continuavano a insinuare che fossi diversa. Al centro del tavolo c’era un’immagine incorniciata di mia sorella e di me quando avevamo cinque anni. Indossavamo dei maglioni blu e bianchi coordinati e dei fili di perle. Era una di quelle foto forzate del centro commerciale che alle famiglie piace appendere nelle loro case per convincere tutti gli altri di essere felici. Odiavo quella foto. I miei occhi erano iniettati di sangue e io apparivo debole. Era stata fatta solo pochi mesi dopo l’intervento chirurgico per espandere il cranio e portare in avanti il centro del viso. Mi hanno spezzato le ossa e spostato tutto in avanti, cosa necessaria per rimediare alla fusione prematura del mio cranio. Hanno preso le ossa dai miei fianchi e me le hanno messe in faccia. Dovevo imparare a camminare di nuovo.

Pochi anni dopo, ho trovato l’articolo di Marie Claire sepolto sotto i ricordi e uno spesso strato di polvere in soffitta. Mi sono seduta sul pavimento di compensato e ho iniziato a tradurre con il francese di base che avevo imparato a scuola. Le parole si riferivano al modo in cui le ossa nella mia testa si erano fuse prematuramente e descrivevano i dispositivi che i medici avevano inventato come ultima risorsa. Ho pianto mentre leggevo quelle parole, perché tutto sembrava così semplice. Il modo in cui l’hanno descritto, intendo. Non menzionavano le settimane trascorse in terapia intensiva o il fatto che mia madre passasse le sue notti curva oltre il bordo del mio letto d’ospedale, troppo spaventata per andarsene. L’articolo non menzionava che ero una persona e non una malattia, e poi sulla pagina, con grandi lettere in grassetto, ho letto: i loro volti assomigliavano a un’opera di Picasso.
Le parole stavano proprio sotto l’immagine di mia sorella e di me che sedevamo al nostro tavolo della cucina, ridendo come normali bambini. Ma non eravamo bambini normali, perché i bambini normali non compaiono nelle riviste francesi. I bambini normali non vengono chiamati brutti nelle riviste francesi. Ero imbarazzata o forse ancor di più mi vergognavo, e mi sono ritrovata a chiedermi come avrei mai potuto pensare che qualcuno potesse ritenermi speciale. Mi sentivo come se tutto il mondo stesse ridendo di una battuta in cui non ero coinvolta. Ho sbattuto la rivista sul pavimento e ho passato il resto della notte nella mia stanza. “Picasso era un artista. Tu sei l’opera di Dio “, mi diceva mia madre. “Dio dovrebbe iniziare una nuova occupazione”, ribattevo io. Ho distrutto la rivista quella notte.

(Traduzione dell’articolo di Ariel Henley – continua)

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