Un’equazione matematica prova che sono brutta (parte 4)

Poche settimane dopo aver trovato l’articolo nella mia soffitta, l’ho detto alla signora J, di come la mia faccia fosse paragonata a un dipinto di Picasso. Le ho detto del compito che Beth mi aveva dato e le ho chiesto se potevo incorporare il mio progetto nei compiti scolastici. La signora J ha sostenuto la mia idea. Mi ha detto che l’aspetto, molto simile all’estetica del design, è arbitrario ed esiste solo per assegnare significato e scopo a chi lo cerca, ma che alla fine i nostri attributi unici sono le nostre firme. Sono le impronte sul mondo che solo noi possiamo lasciare. Sono le cose che ci distinguono e ci rendono belli.

La signora J si è avvicinata alla sua scrivania, che era appoggiata al muro nell’angolo anteriore sinistro dell’aula. Ha cominciato a premere i tasti sul suo computer e io sono rimasta lì, incerta se seguirla o meno. “Leonardo Da Vinci ha esplorato la bellezza e la simmetria attraverso ciò che ha definito la proporzione divina. Era un tipo matematico”, mi ha detto, “quindi ha spesso incorporato la matematica nei suoi lavori, per garantire che fossero visivamente attraenti”. Ha girato lo schermo del computer verso di me, sfogliando un articolo con le immagini del Profilo di un vecchio, L’uomo vitruviano e La Gioconda, tutti pezzi notoriamente belli. È rimasta in piedi dietro la sua scrivania, con una mano sul mouse, alzando gli occhi su di me.
“Sai che aspetto aveva Da Vinci?” Ha ingrandito l’immagine di un vecchio con lunghi capelli bianchi. “Non so a te”, ha detto sorridendo, “ma a me non sembra troppo carino.” Ho riso. “Essere paragonata a un Picasso può sembrare un insulto, ma è un onore”, mi ha detto. “Sei un capolavoro.”

Oggi, quando penso a Da Vinci, non penso al corpo fisico dell’uomo. Penso a Da Vinci come al suo talento, alla sua brillantezza, alla sua eredità. Si dice che il suo lavoro sia stato una finestra sugli straordinari meccanismi interni della sua mente, e mi ricorda che siamo tutti qualcosa di più dei nostri corpi, più della dimensione dei nostri occhi e delle orecchie, del naso e della bocca. Ero solita trovare l’esistenza di formule algebriche e geometriche che spiegavano la bellezza stranamente confortante, perché allora almeno c’era un’idea, qualcosa su cui lavorare. Ma l’arte non riguarda necessariamente la bellezza. L’arte dovrebbe farti sentire qualcosa, e ho iniziato a capire che il mio aspetto è la mia arte. Il mio corpo, la mia faccia, le mie cicatrici raccontano una storia – la mia storia. Ma immagino sia così che la vita funziona a volte, solo notando la bellezza in retrospettiva e in poesia, in silenzio. A volte colgo il mio riflesso nello specchio e ricordo le parole della mia insegnante, la bellezza è soggettiva, e improvvisamente il riflesso che vedo non mi sembra più così estraneo.

(Traduzione dell’articolo di Ariel Henley)

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