Film strani (preferiti del mese)

Fantasticherie di un passeggiatore solitario

È un film italiano, diretto da Paolo Gaudio, uscito nelle sale nel novembre del 2015 e vincitore di vari premi internazionali. Lo studente Teo scopre per caso il manoscritto incompiuto dello scrittore Jean Jacques Renou, Fantasticherie di un passeggiatore solitario, che racconta di un bambino sperduto nel bosco e delle sue avventure avvolte di magia e di mistero. Teo ne diventa così ossessionato da credere che le fantasticherie contenute nel libro siano reali e tentare di portare a termine il viaggio incompiuto. Il film, caratterizzato da ambientazioni temporali e spaziali diverse ed elementi fantastici o semplicemente bizzarri, unisce le riprese dal vivo all’animazione “a passo uno; ha il sapore di un esperimento, ma di uno davvero ben riuscito, come un collage che si compone per raccontare una storia.

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The One I Love

È un film del 2014 del regista statunitense Charlie McDowell, che ha più recentemente diretto The Discovery (La scoperta). Entrambe le pellicole sono di un genere che potremmo accostare a Black Mirror, perché unisce al racconto di vite normali, forse solo normalmente tormentate, elementi soprannaturali, fantascientifici, misteriosi. In The One I Love, Sophie e Ethan sono una giovane coppia di coniugi in crisi, che tenta di riaggiustare le cose con l’aiuto di un terapista. Consigliati da quest’ultimo, i due si recano in un cottage fuori città che ha la fama di aver riportato l’armonia in numerose coppie, e qui, nella casa degli ospiti, li attende una sorpresa inspiegabile e sconvolgente. Un film che, sebbene mantenga i toni della commedia drammatica, riesce ad essere subdolamente terrificante.

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Handsome Devil

Questo film irlandese del 2016 non è poi tanto strano, ma rientra tra i miei preferiti. Racconta la storia di Ned , un adolescente sensibile e “diverso” dagli altri suoi coetanei, che viene costretto dal padre a stare in un collegio dove il rugby sembra essere l’unica cosa che conti davvero. Il ragazzo passa le sue giornate da solo ad ascoltare musica, e cerca come può di resistere alle continue prese in giro dei compagni, che si impuntano sulla sua incerta identità sessuale. La sua vita è un inferno di solitudine e scherno, fino a quando arrivano nell’istituto un nuovo insegnante di letteratura pronto a spronare i suoi allievi (interpretato da Andrew Scott, il Moriarty di Sherlock), e un nuovo studente che dimostra interesse nel creare un’amicizia con lui. Un bel film non pesante, ma emotivamente pieno, sull’importanza di esprimere se stessi con coraggio.

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Horror, politica e lotta tra i sessi

La settima stagione di American Horror Story (la serie antologica dedicata all’orrore in tutte le sue manifestazioni) si è conclusa. Cult, ovvero Setta, si è rivelata sin da subito differente rispetto alle altre stagioni, per la mancanza di elementi paranormali; per quanto mi riguarda, questo dettaglio è stato fondamentale per renderla la più terrificante. Il mio livello di inquietudine e di interesse è variato molto nel corso delle 11 puntate, con alcuni picchi di angoscia nella prima metà e una curiosità incostante sulle svolte continue della trama.

Credo che proprio l’eccesso di colpi di scena (più o meno prevedibili) possa considerarsi uno dei difetti di questa stagione. Ciò che – se ben dosato – rende una narrazione più interessante, se arriva ad essere fuori controllo, rasenta il ridicolo. È l’effetto “Silenzio dei prosciutti, direbbe Federica Frezza. Almeno a me è sembrato che fosse così, ma non mi stupirei se anche questo elemento fosse stato sapientemente calcolato dagli autori della serie, che in effetti con AHS vogliono omaggiare il genere horror, un genere che ha sempre fatto dei colpi di scena la sua forza.

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Il finale di Cult ha lasciato molti spettatori a bocca aperta, confusi, o addirittura estasiati. Io non sono tra questi. Forse perché l’esposizione continua alla violenza tende ad anestetizzare, o perché nello stesso periodo della visione ho iniziato lo studio dell’antropologia e questo ha predisposto la mia mente a un certo tipo di ragionamento: relativista e distaccato.

Sta di fatto che ciò che ho apprezzato maggiormente dell’intera stagione – oltre all’usuale spettacolare messa in scena – è stata la trattazione del tema del potere e delle sue terrificanti sfaccettature. Mi ha fatto riflettere e ha lasciato il segno, non solo con le sue immagini potenti e provocatorie, ma anche con la forza e l’iconicità di molte battute.

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Il potere politico, che mira a controllare le masse sfruttando la paura e la frustrazione delle persone.

Kai: Credimi, Bevery Hope. Se rendi tutti abbastanza spaventati, saranno loro stessi a incendiare il mondo per noi.

Il potere mediatico, che controlla le masse tramite la manipolazione della realtà.

Sally: Nessuno crederà a questa roba!
Kai: Certo che ci crederanno – è su Facebook.

Il potere sessuale e quello carismatico, che esercita controllo sull’altro approfittando delle sue debolezze e dei vuoti dell’anima.

Meadow: Quando Kai mi guardava era meglio dello Xanax, era meglio del sesso. Mi faceva sentire speciale, come se fossimo le uniche due persone al mondo.

Il potere maschile e quello femminile, impegnati in una lotta costante e meschina per il dominio sull’altro.

Kai: Non sei un’eroina. Sei un simbolo, che io ho creato! Rappresenti la speranza che le donne un giorno vincano una discussione con i loro mariti; che non vengano fischiate quando camminano per strada; che i loro capi non parlino più delle loro tette; che guadagnino gli stessi soldi degli uomini; che possano vincere. Quando ti ucciderò, vedranno che non c’è speranza; le donne non possono comandare, non possono vincere; saranno sempre superate in astuzia e forza. Devono capire che quello che possono e dovrebbero fare è stare zitte, stare al loro posto, e prepararmi un dannato sandwich.

Ally: Non è triste che una donna forte spaventi le persone più dei clown?

E poi: Ti sbagliavi. In questo mondo c’è qualcosa di più pericoloso di un uomo umiliato… Una donna crudele.

Mindhunter: viaggio nella mente dei serial killer

Mindhunter è una nuova serie televisiva statunitense, di genere thriller drammatico, diretta da David Fincher, regista di Seven, Fight Club, Zodiac e Gone Girl.  Racconta gli albori degli studi sugli assassini seriali e la loro “profilazione“, ovvero la definizione del profilo criminale.

La serie è basata sul libro Mindhunter: la storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto più di vent’anni fa da John E. Douglas e Mark Olshaker. John Douglas è stato un agente speciale dell’FBI ed è tuttora un autore di saggi sulla criminologia.

Iniziò la sua carriera nell’FBI nel 1970, prima come cecchino poi come negoziatore per gli ostaggi. Nel 1977 fu trasferito nell’Unità di scienze comportamentali, e da questo momento cominciò ad insegnare le tecniche di negoziazione e la criminologia agli agenti dell’FBI e a quelli di polizia in tutti gli Stati Uniti. Fu lui a creare e dirigere il Programma di Profilazione Criminale, un programma che si arricchì negli anni con le numerose interviste ad assassini seriali e perpetuatori di crimini particolarmente violenti; per citarne alcuni: David Berkovitz, Edmund Kemper, Charles Manson.

Lo studio, realizzato anche attraverso nuove ed efficaci tecniche di interrogatorio, riguardava la psicologia dei criminali più pericolosi, i retroscena dei loro crimini, i loro trascorsi familiari, il loro modus operandi. Questo ha permesso non solo di catalogare le diverse tipologie di assassino e di comprenderne meglio le scelte e le modalità di azione, ma ha portato l’investigazione ad un livello più profondo, assicurando un numero crescente di criminali alla giustizia. È nato proprio in quei primi anni di ricerca il termine serial killer, forse ad opera dello stesso Douglas, o più probabilmente coniato da un suo più anziano collega di nome Robert Ressler.

John Douglas sembra aver dedicato tutta la sua vita allo studio della mente criminale, e non molto tempo fa, nel suo libro The Forgotten Killer, si è espresso a favore dell’innocenza di Amanda Knox. Aldilà della verità dietro ogni singolo caso, credo ci sia ancora tutta una dimensione da scoprire all’interno della mente umana e che valga la pena continuare ad indagare.

My Nerd Upside Down

Stranger Things è la serie tv ambientata negli anni ’80 che ha avuto più successo in questi ultimi anni, una serie che unisce ad una ricostruzione perfetta dell’epoca e del suo immaginario popolare più nerd, una storia ricca di mistero, paranormale, esperimenti scientifici e personaggi iconici e divertenti.

La seconda stagione, rilasciata da Netflix il 27 ottobre, era molto attesa anche da me, che non vedevo l’ora di immergermi di nuovo nel mio personale “UpsideDown” (SottoSopra). Non starò qui a raccontare le evoluzioni della storia, né a scrivere una normale recensione, ripercorrerò solo alcuni punti di questa nuova stagione che sono stati per me dei veri e propri portali dimensional-temporali. Mi hanno riportato alla mia infanzia, quando, guardando quei film fantastici per la prima volta, una parte di me credeva che tutto fosse possibile.

Se avete guardato la prima stagione, sapete che Will, anche dopo essere stato salvato, ha mantenuto una speciale connessione con il SottoSopra. Le sue visioni preoccupano i suoi familiari, che decidono di monitorare il suo stato fisico e psicologico con l’aiuto di un nuovo medico del laboratorio di ricerca.

Quando Will disegna un’immensa rete di ramificazioni con cui la madre tappezza tutta la casa, Bob – interpretato da Sean Astin, Mikey del film I Goonies – chiede se si tratti di una mappa che porta al tesoro dei pirati.

Quando lo sceriffo Hopper viene tratto in salvo dai tunnel sotterranei, prima di tornare in superficie non può fare a meno di recuperare il cappello che gli era caduto.

Dopo che uno dei ragazzini, Dustin, ha trovato uno strano animaletto e lo ha adottato, questo inizia una graduale e inquietante metamorfosi (Gremlins!), che spinge Dustin ad escogitare un piano per intrappolarlo: un percorso fatto con il cibo.

La creatura non è l’unica della sua specie, ha tanti fratellini che, dopo aver accerchiato Steve in stile Velociraptor, si dirigono al laboratorio. Qui Bob cercherà sia di essere un eroe sia di sfuggire all’appetito delle creature, ma sarà messo in serio pericolo dal rumore di un oggetto che cade inavvertitamente.

British is my cup of tea

Benvenuta/o in quella che potrebbe diventare una vera e propria rubrica, ovvero il mio angolo delle meraviglie provenienti dal Regno Britannico. Qui si parla sempre principalmente di libri, film e serie tv, e così sarà anche questa volta.

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La mia ultima lettura è L’oceano in fondo al sentiero, dell’autore originario di Portchester, Neil Gaiman. La storia inizia con un uomo sulla quarantina che fa ritorno nel suo paese natale per un funerale e che, giunto presso la fattoria delle sue vecchie vicine, le donne Hempstock, si sofferma a ricordare il passato. Dai ricordi dell’uomo emergerà una realtà incredibile e oscura, abitata da entità antiche e fameliche, e da una ragazzina di undici anni (ma chissà da quanto tempo), che affermava che lo stagno in fondo al sentiero fosse un oceano.

Questa lettura, ancor prima di colpirmi per i suoi elementi fantastici – che vengono presentati in modo ineluttabile, come è giusto che sia, attraverso gli occhi di un bambino – mi ha catturato nel suo essere evocativa di quelli che sono stati anche i luoghi della mia infanzia. No, non sono vissuta nelle campagne inglesi degli anni ’60, ma anche nella Sardegna meridionale degli anni ’80, ho avuto la mia buone dose di stradine terrose, bocche di leone e luoghi ameni in cui immaginare l’esistenza delle fate.

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Mi è capitato, leggendo questo libro, di figurarmi la sua trasposizione cinematografica. E subito mi è venuto in mente Terry Gilliam, che sì è un regista americano, ma che ha rinunciato alla cittadinanza statunitense per quella britannica. Di recente ho guardato il suo Tideland – Il mondo capovolto. Si tratta di un film orribile e bellissimo, che ha ricevuto critiche molto contrastanti, su una ragazzina che, dopo la morte dei genitori tossicodipendenti, rimane sola in una catapecchia sperduta in una campagna sconfinata, e si rifugia nel suo mondo immaginario, tanto inquietante quanto la stessa realtà che la circonda. Se conoscete l’estetica dei film di Gilliam, dopo aver letto il romanzo di Gaiman, capirete perché ho immaginato facilmente una sua versione de L’oceano in fondo al sentiero.

In seguito a queste letture/visioni, proprio qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessante articolo di Luca Divelti, Il Monty Python’s Flying Circus, sullo show dei miei amati Monty Python, sulla collaborazione con l’allora animatore Terry Gilliam, sulla loro comicità irriverente, che ha avuto una così forte influenza sulla cultura britannica e non solo.

 

 

Suggestioni di inizio autunno

L’autunno è iniziato e io non potrei esserne più entusiasta. Quest’anno ho abbandonato la giacchetta nera in simil-pelle in fase di decomposizione e ho ripescato dall’armadio una bellissima giacca arancione, che mi accompagnerà nella mia nuova vita da studentessa pendolare e super-motivata (non si smette mai d’imparare, si sa). Orange is the new black, e autunno is the new capodanno, e io son piena di buoni propositi.

Come ha detto qualcuno, torna legale il tè caldo e la cioccolata fondente, e già questo mi rende molto felice. Aggiungo una manciata di noccioline e mandorle e un bicchiere di latte di avena (magari caldo, con un po’ di cacao), e posso ritenermi soddisfatta.

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Ancora fa troppo caldo per la copertina, quindi devo ripiegare su qualcos’altro per “proteggermi” dall’inquietudine durante la visione di America Horror Story – Cult. Ok, chiudere gli occhi ogni tanto può andare. Ho scoperto che l’unica cosa che mi fa realmente paura è la realtà: razzismo, omofobia, violenza bruta e… politica, per cui questa stagione per me è la più terrificante di tutte. Ammetto che Evan Peters è un buon incentivo per proseguire nella visione.

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Anche Jake Gyllenhaal e James McAvoy sono un perfetto incentivo per la visione di film come Enemy e Filth, altrettanto inquietanti e sconcertanti, che hanno aperto la mia personale stagione autunnale cinematografica. Se Jake aveva iniziato la sua carriera con un’opera cupa e psicologica come Donnie Darko, lo stesso non si può dire per James, che per tanto tempo – almeno nel mio immaginario – è rimasto il fauno tenerello di Narnia. Dopo Split, Trance e, appunto, Filth, non sarà mai più lo stesso.

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Di atmosfere completamente diverse Adult Life Skills, forse il film preferito del periodo, un comedy-drama britannico con protagonista Jodie Witthaker (il prossimo Dottore di Doctor Who, che ha fatto tanto scalpore nei mesi passati). È la storia di una giovane donna che vive in un capanno di proprietà della madre, e ha uno stile di vita giudicato da tutti infantile ed immaturo. Dietro l’apparente ribellione a qualsiasi responsabilità però si nasconde una motivazione emotiva profonda, una sofferenza da affrontare per poter risorgere dalle proprie ceneri e spiccare il volo.

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Altra storia di maturazione è poi quella scoperta in Dimentica il mio nome, libro-fumetto del celebre italiano Zerocalcare. Un autore che avevo già apprezzato con Kobane Calling, e che dopo questa lettura mi ha confermato la sua capacità di unire leggerezza e riflessività, in più mi ha fatto scoprire altre sue doti come l’autocritica e una immaginazione degna di un vero artista. A proposito di fumetti, non vedo l’ora di leggere l’ultimo numero di Rat-Man, che conclude la saga dello strambo supereroe nato dall’ingegno di Leo Ortolani. Una fine che non è proprio un’uscita di scena, dato che Rat-Man comparirà ancora in un altro albo (C’è Spazio per Tutti) e chissà poi dove. Perché si sa ormai – e in certi casi, per fortuna – che crossover e reboot are the new the end.

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Come un cavallo ti spiega l’autosabotaggio

BoJack Horseman è una serie animata statunitense arrivata ormai alla sua quarta stagione. L’ho conosciuta l’anno scorso, quando Netflix Italia me la suggerì ed io avevo appena iniziato a vedere Boris ed ero in vena di qualcosa di particolarmente ironico. Quello che ho trovato è stato qualcosa di diverso. Si potrebbe pensare che una serie in cui la maggior parte dei personaggi sono animali antropomorfi sia una serie assurda e con una demenzialità fine a se stessa, ma non è questo il caso. BoJack Horseman è una serie con un umorismo pungente che a volte ferisce, e con risvolti tutt’altro che frivoli.

Il protagonista è un cavallo, un ex-star della tv che vive la sua crisi di mezza età, tra la nostalgia delle passate glorie e i tentativi disperati di riempire vuoti creatisi ben prima della perduta fama. Infatti, lo si scopre man mano, BoJack è cresciuto in un clima familiare distruttivo, che lo condiziona persino adesso che è un adulto fatto e finito. È come se tutto quello che fa lo facesse per confermare una convinzione da sempre annidata nella propria mente: io non valgo niente.

E spinto da questo mantra continua a bere fino a perdere i sensi, a trattare male le persone, pentirsi e poi ricominciare d’accapo, cercare occasioni di riscatto per poi autosabotarsi irrimediabilmente.

Questo lo si vede qua e là nelle puntate che durano circa 20 minuti e che sono arricchite di personaggi secondari variegati, di situazioni al limite del paradossale, di un’ironia che si può godere a più livelli. Se non ci si ferma alle apparenze insomma, si apprezza una storia profonda, con i suoi momenti di commozione e di riflessione, e sorprendentemente e dolorosamente realistica. Il bello poi è vedere il protagonista che, seppur a fatica, evolve nel corso della quattro stagioni.

In un’epoca in cui tante, troppe persone ancora sono convinte che la depressione, l’autolesionismo e le altre patologie psicologiche non siano “vere” malattie (“Ma com’è possibile che si sia tolto la vita? Aveva tutto! Non poteva semplicemente prendersi una vacanza?!) una serie come questa non solo non è affatto banale, ma è persino utile.

Il club degli imperatori

Il club degli imperatori è un film del 2001. Quando lo vidi la prima volta avevo iniziato da poco l’università e, anche se lo apprezzai, non raggiunse dentro di me quell’ammirazione e quel coinvolgimento che ho sempre provato per L’attimo fuggente. Lo ricordavo perciò un bel film sull’insegnamento, ma senza troppo slancio.

Rivederlo qualche giorno fa mi ha permesso non solo di rinfrescarmi la memoria sulla trama, ma anche di cogliere degli aspetti che mi erano sfuggiti o ai quali non avevo dato la giusta importanza in passato, e perciò di rivalutarlo.

Il contesto – proprio come quello de L’attimo fuggente –  è molto diverso da quello attuale e italiano: ci troviamo in un importante college americano, frequentato da ragazzi che fanno parte delle famiglie più facoltose del Paese, con poche occasioni di svago e regole moderatamente severe.

Il protagonista è il professore William Hundert. Lui, a differenza di Keating, è un insegnante all’antica, ma non per questo meno appassionato al sapere e meno attento verso i suoi studenti. Quello che emerge sin da subito è la sua forte volontà di trasmettere ai ragazzi non solo l’amore per la conoscenza, ma anche e soprattutto l’importanza di quei valori che rendono grande un uomo: onestà, lealtà, onore e coraggio.

La volontà dell’insegnante si scontra con una realtà amara – che nel film rappresenta un’eccezione alla regola – ovvero un ragazzo che sceglie la scorciatoia dell’inganno per ottenere il successo.

Si sviluppa così un racconto sincero e commovente di un uomo che è stato un insegnante per tutta la vita, un uomo che, seppure ha commesso degli errori – perché umano – non ha mai smesso di credere nei suoi allievi e nel messaggio che voleva trasmettergli. Perché ogni ragazzo ha delle potenzialità, e sarà solo attraverso determinate scelte che potrà o meno diventare una persona migliore.

Fate in modo di potervi specchiare – in uno specchio o negli occhi di qualcun’altro – e vedere una persona giusta. Ben pochi di noi finiranno nei libri di storia, ma i valori che portiamo dentro, e che onoriamo durante la nostra vita, avranno un impatto sul mondo che ci circonda, che va aldilà del nostro breve passaggio su questa terra.

Questo, in poche parole, è il messaggio del prof. Hundert e del film, un messaggio di cui si sente un estremo bisogno, oggi che questi ideali appaiono così tanto fuori moda.

Preferiti del mese – quelle facce da dramma

(Anche) questo mese – cinematograficamente e serialmente parlando – le mie visioni preferite sono accomunate da una particolarità specifica dei protagonisti: la faccia da dramma. La faccia da dramma è quella tipica faccia che anche se messa all’interno di una commedia porta inevitabilmente la trama ad una piega, o ad una sfumatura, drammatica. A volte, la faccia da dramma è drammatica a tal punto che fa un po’ ridere. E all’improvviso realizzi quanto ironica sia la vita e quanto noi tutti siamo piccoli esseri sotto l’immensa volta celeste. Ecco, sì, questo è il potere delle facce da dramma.

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Atypical è una nuova serie prodotta da Netflix che in 8 episodi presenta la vita di Sam, un adolescente affetto da una certa forma di autismo. Sulla serie si è abbastanza discusso e, da quanto ho letto, ha ricevuto persino le critiche di un attore realmente autistico per la leggerezza con la quale vengono affrontate le problematiche del protagonista. A mio parere leggerezza non è sinonimo di superficialità ed è proprio questo che ho apprezzato della serie, anche se non bisogna dimenticare che esistono condizioni ben più gravi di quelle di Sam, che credo sarebbe più difficile “alleggerire”(ma non impossibile). Personalmente mi piace quando i personaggi di una serie sono così ben caratterizzati e hanno tante sfumature come nella realtà, tanto da non essere mai esclusivamente positivi o negativi. L’attore che interpreta Sam, Keir Gilchrist, è perfetto per la parte, come anche il resto del cast.

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Lo chiamavano Jeeg Robot è un film italiano del 2015, con protagonista Claudio Santamaria, che è appena diventato uno dei miei film preferiti. È la storia di Enzo, un ragazzo romano che sopravvive compiendo piccoli crimini e che si è isolato dal mondo, soprattutto emotivamente. Un giorno, in fuga dopo un furto, si getta nel Tevere e viene a contatto con una sostanza radioattiva che, come nei migliori fumetti di supereroi, anziché ucciderlo gli conferisce una forza sovrumana. Da qui il percorso dell'”eroe che non vuole esserlo” ha inizio e sarà complicato e drammatico. Il film, di altissima qualità sotto molti aspetti, unisce appunto il dramma all’azione e al fantastico, utilizzando diversi stereotipi del genere supereroistico senza risultare mai pesante o scontato.

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Paul Dano è un attore statunitense che si è fatto particolarmente notare per la sua interpretazione dell’adolescente problematico in Little Miss Sunshine. La sua carriera sta procedendo a gonfie vele, tra film indipendenti e grosse produzioni, e i suoi ruoli, vari e spesso complessi, si collocano sempre su quella linea sottile che separa la consuetudine dalla stranezza. Io non potrei non amarlo e ho recuperato gran parte della sua filmografia. Ci sono i film più malinconici e sentimentali: Gigantic, The Good Heart, Being Flynn; quelli più cinematografici e d’effetto: Looper, Prisoners, 12 anni schiavo; e i miei preferiti, un po’ strani e emozionanti: Motel Woodstock, Ruby Sparks, Swiss Army Man, Okja. Ne ho ancora alcuni da recuperare e il prossimo sarà Love & Mercy, in cui Paul Dano interpreta Brian Wilson, il tormentato leader dei Beach Boys.