il fascino degli strani (serie tv del periodo)

mi sono resa conto che le serie tv che ho deciso di guardare ultimamente hanno tutte un elemento preciso in comune: uno dei protagonisti è un personaggio problematico, diverso dagli altri, un reietto che, in un modo o in un altro, riesce a farsi valere. non c’è da stupirsi, immagino, che sia proprio questo elemento ad avermi attratto e ad avermi coinvolto maggiormente nella visione.

questi personaggi non sono né eroi né cattivi carismatici, ma hanno delle caratteristiche di entrambi i ruoli, possiedono quindi un fascino del tutto particolare, che unisce (con dosi e in modi variabili) la bontà e vulnerabilità dell’essere umano, con l’audacia e la supponenza dell’essere stronzo! come vedrai, questa tipologia di “carattere” può incarnarsi in personaggi all’apparenza molto diversi.

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rustin cohle è co-protagonista assieme al collega martin hart della prima stagione di true detective. la storia gira intorno ad una serie di strani omicidi avvenuti in lousiana nell’arco di circa due decenni e alle vite dei due poliziotti che indagarono per primi sul caso. i due sono molto diversi: se hart è quello che si potrebbe definire un medio-man, con tanto di pregi e difetti da manuale, cohle è la voce fuori dal coro, integro e fedele ai propri valori almeno quanto ossessivo e arrogante. notevoli le sue numerose perle di saggezza.

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il titolo di questa serie tv, sneaky pete, dice già tanto sul suo protagonista. pete è subdolo, pete è un truffatore, pete non è realmente pete: è marius josipovic, un professionista della truffa che, uscito dal carcere, ruba l’identità del suo compagno di cella per nascondersi dallo spietato creditore che gli dà la caccia. all’interno della sua nuova famiglia acquisita, i casini non faranno altro che moltiplicarsi, e verrà svelato man mano di quale pasta sia fatto davvero il finto pete. poker face o semplice faccia da schiaffi? ahimè, mi ha conquistata.

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la storia di anna dai capelli rossi è un classico nato nella letteratura dei primi del ‘900, rinverdito poi negli anni ’80 con la diffusione dell’anime (o cartone animato giapponese) in tv. sono contenta che netflix gli abbia dato nuova vita attraverso questa serie di altissima qualità: chiamatemi anna. la protagonista emerge con tutte le caratteristiche di un’anima messa a dura prova dalle circostanze avverse: fragilità, senso di inadeguatezza, estrema capacità immaginativa, e allo stesso tempo pragmatismo, generosità e sorprendente coraggio. un po’ torta e un po’ coltello – dolce e tagliente.

tutti loro sono strani, un po’ stronzetti e affascinanti, e questo senza dover essere dei vampiri. perfetto.

♥ british tv series ♥

The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (fantascienza umoristica)

la guida galattica per gli autostoppisti, famosa trilogia in cinque atti dello scrittore douglas adams, è stata anche una serie tv in 6 episodi trasmessa dalla bbc nel 1981. una serie imperdibile per tutti gli appassionati della saga di arthur dent alle prese con la fine del mondo, ma anche per tutti gli amanti di quel genere che unisce alla sci-fi un’abbondante dose di ironia.

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  • l’attore che diede la voce a marvin, il robot depresso, ha interpretato eldane, il siluriano verde in…

Doctor Who (fantascienza, avventura, fantastico, commedia, dramma)

la serie tv più longeva della storia. il dottore, signore del tempo, viaggia sul tardis nelle diverse epoche e fino ai confini dell’universo; spesso, nelle sue avventure, risolve problemi e salva la razza umana dall’estinzione. chiunque l’abbia vista ha sognato di essere il suo prossimo compagno di viaggio.

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  • la dodicesima incarnazione del dottore, peter capaldi, è il rivale del protagonista in…

Fortysomething (commedia drammatica familiare)

se dr house non fosse stato un cinico, misogino, tossicodipendente. eccolo vivere una tipica crisi di mezza età: sente le voci, non fa sesso con sua moglie, e deve cavarsela con i suoi tre figli e un collega medico che fa di tutto per andargli contro. vale la pena vedere la serie anche solo per hugh laurie e il resto del cast.

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  • il figlio maggiore, nientemeno che benedict cumberbatch, è il protagonista indiscusso in…

Sherlock (giallo, commedia, dramma)

ha bisogno di presentazioni? il detective più famoso della storia, nato dalla penna di sir arthur conan doyle, rivisitato – magistralmente – in chiave moderna. puntuali riferimenti al canone, ottima regia e recitazione (mitico martin freeman nei panni di john watson), azione ed introspezione: per me, assolutamente perfetto.

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  • l’attrice katherine parkinson, che qui ha un piccolo ruolo nell’episodio 2×03, interpreta jen in…

It Crowd (sitcom nerd)

le giornate passate in uno scantinato, che è il reparto informatico di un’azienda, due nerd sfigatelli si ritrovano a stretto contatto con una ragazza, loro nuovo capo, che non ha idea di cosa sia l’internet. la nerditudine come stile di vita, prima di the big bang theory. personaggi indimenticabili e momenti esilaranti.

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  • qui utilizzato più volte per la sua voce seducente, l’attore peter serafinowicz è l’uomo “ruba fidanzate” in…

Spaced (sitcom comico-grottesca)

un ragazzo e una ragazza, entrambi con qualche problema sentimentale e molti dubbi sul futuro, fingono di essere una coppia per prendere in affitto un appartamento che possano permettersi. protagonista il grande simon pegg, nella versione nerd “spinta” di fumettista squattrinato. divertente, tenero, assurdo.

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  • qui vediamo un cameo dell’attore john simm (il noto “maestro” di doctor who), che invece è il protagonista in…

Exile (thriller psicologico, dramma)

mini-serie imperdibile per gli amanti del genere. racconta la storia di un uomo che indaga sul passato di suo padre, affetto da alzheimer (jim broadbent, il maestro di pozioni ad hogwarts), e che nasconde un’intricata rete di corruzione e bugie. una sceneggiatura brillante accompagnata da interpretazioni straordinarie.

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  • la sorella del protagonista, la brava olivia colman, interpreta la detective sergente ellie miller in…

Broadchurch (thriller, dramma)

david tennant è uno scontroso detective giunto in un piccolo centro marittimo scosso da terribili crimini. la serie si concentra su due casi, uno di omicidio e l’altro di stupro, raccontati con estremo realismo e profondità psicologica. un piccolo gioiello che mixa le giuste dosi di investigazione e dramma, e tiene vivo l’interesse fino all’ultima immagine.

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  • l’attrice jodie whittaker, qui presente in tutte le tre stagioni della serie, la troviamo nell’episodio 1×03 di…

Black Mirror (distopico, fantascienza, thriller psicologico, satira, dramma)

se ancora dovesse aver bisogno di presentazioni, è una serie antologica sul tema delle nuove tecnologie. ogni episodio indaga, con un suo stile, le conseguenze dell’uso e dell’abuso delle tecnologie e i risultati, spesso drammatici,  della loro influenza sulle nostre vite. intelligente ed emotivamente difficile da digerire.

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  • faye marsay, che troviamo nell’episodio 3×06, interpreta un piccolo ruolo in…

My Mad Fat Diary (commedia drammatica adolescenziale)

la storia di una ragazza sovrappeso e con forti problemi di autostima che cerca a modo suo di affrontare la vita, tra amicizie, impegni scolastici e familiari, amore e cambiamenti. ambientata negli anni ’90 e con uno stile del tutto originale, è una delle migliori serie tv sugli adolescenti, che coinvolge anche gli adulti.

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quali ti ispirano? e quali invece non sono nella lista e mi consiglieresti?

 

 

 

quando i mostri e i morti non fanno paura

in questi primi quattro mesi dell’anno ho visto ben pochi film rispetto al mio solito e ho notato anche una maggiore difficoltà ad avere facili entusiasmi, cosa che potrebbe essere buona, a seconda dei punti di vista. ci sono stati comunque due film che hanno attirato la mia attenzione e che potrebbero rientrare nella mia personale classifica di film belli e strani, anzi belli proprio in quanto strani.

large_large_9bdjz7b4wdjul0kvu42yfegqzypil primo è swiss army man [uomo-coltellinosvizzero]. è il debutto al cinema dei registi daniel scheinert e daniel kwan (insieme conosciuti come daniels), una commedia un po’ folle che passa dall’assurdo al profondo con leggerezza, come una melodia di ukulele. hank (paul dano) è bloccato su un’isola deserta e ha perso ogni speranza di tornare a casa. un giorno tutto cambia quando un cadavere di nome manny (daniel radcliffe) compare sulla riva. i due diventano sorprendentemente e velocemente amici e compiono assieme un’avventura epica che porterà hank dalla donna dei suoi sogni e ad una consapevolezza tutta nuova. il film crea un’atmosfera quasi fantastica, ma svela man mano due personaggi con sogni e paure molto reali. i due attori sono perfetti nel dare il giusto equilibrio tra umorismo ed emotività; il risultato è un film che parla della vulnerabilità umana e dei rapporti tra le persone in modo surreale, divertente e del tutto originale.

1490027860_a-monster-calls-2016il secondo film è a monster calls [un mostro chiama – sette minuti dopo la mezzanotte], un dramma visivamente spettacolare del regista j.a. bayona, tratto dal romanzo omonimo di patrick ness. il dodicenne conor (lewis macdougall) si ritrova ad affrontare la grave malattia della madre (felicity jones) che la rende sempre più debole. il padre è lontano e la nonna (sigourney weaver) non sembra essere molto empatica col nipote; inoltre a scuola il ragazzo si scontra spesso con un bullo, ma non riesce a reagire. una notte, esattamente alle 12.07, compare alla finestra della sua stanza un mostro dalle sembianze di un antico e massiccio albero (a cui dà voce e movimento l’attore liam neeson). sarà proprio il mostro a diventare il primo alleato di conor, mostrandogli cosa sia la fede, il coraggio e la verità.

due film sulla vita e sulla morte molto diversi tra loro, ma entrambi potenti e fantasiosi antidoti alla paura.

DOTTOR TREDICI

nell’indecisione se parlare della serie tv “rivelazione” tredici (13 reasons why) o della nuova, entusiasmante stagione di doctor who, ho deciso di creare un improbabile mush-up, in cui esporre alcune mie riflessioni a caldo su entrambe.

di tredici si è sentito parlare moltissimo ultimamente: si tratta di una serie prodotta da netflix, trasposizione in tredici episodi del romanzo omonimo di jay asher. dalle informazioni raccattate in giro, so che i due prodotti hanno alcune importanti differenze, ma di base è la storia di una ragazza adolescente che si è tolta la vita e della quale veniamo man mano a conoscenza attraverso delle audiocassette registrate prima della sua morte. il tramite tra noi e la protagonista hannah baker è un suo coetaneo, clay, coinvolto a suo modo nella morte della ragazza, che ascolta le cassette proprio per scoprire, e comprendere, i tredici motivi per cui ha commesso il suicidio.

si è detto davvero tanto su questa serie, dalla proposta di mostrarla in tutte le scuole per sensibilizzare i giovani riguardo al bullismo, al fatto che essenzialmente sia una trashata per adolescenti con personaggi poco realistici e una protagonista fastidiosa. io non so se dirmi totalmente d’accordo con la prima affermazione, né totalmente contro la seconda: ho dei forti dubbi su come i bulli potrebbero percepire questa storia, forse qualcuno, come mi è capitato di leggere, direbbe che hannah meritava tutto quello che ha subito; contemporaneamente io stessa ho provato fastidio più di una volta di fronte ai comportamenti di tutti i personaggi e ho avuto qualche difficoltà a capire profondamente la protagonista suicida. mi sembrava assurdo che una ragazza così giovane, bella e in salute, potesse rinunciare in quel modo alla sua vita. una ragazza che fino a un certo punto ci viene descritta anche come coraggiosa, che non si arrende al conformismo, che vuole fare ciò che è giusto, secondo i suoi ideali. ma proprio il fastidio che ho provato mi ha portato a fare uno sforzo per capire, mi ha fatto riflettere su cosa voglia dire davvero provare empatia. quando ci troviamo di fronte qualcuno con cui ci immedesimiamo, che vive una situazione analoga alla nostra, è facile provare empatia, ci riconosciamo nell’altro e sappiamo cosa sente. ma empatizzare significa mettersi nei panni di un’altra persona, anche se questa è diversa da noi e vive qualcosa distante dalla nostra realtà. è un esercizio difficile, ma è proprio ciò che andrebbe fatto per abbattere il pregiudizio.

per questo chi viaggia e/o a modo di rapportarsi a tante persone diverse ha più probabilità di sviluppare l’empatia, proprio come… il dottore! un signore del tempo, quindi alieno, che conosce centinaia di razze diverse e le aiuta o le combatte, ma sempre cercando di comprenderle e ne rimane spesso affascinato, proprio per quegli aspetti che si potrebbero dire più “umani”. doctor who è una serie di fantascienza che intrattiene e diverte per le sue avventure attraverso il tempo e lo spazio, ma – come ogni buon prodotto di questo genere – è anche un omaggio all’umanità, e coinvolge ed emoziona. in questa nuova stagione, la decima, il dottore appare in modo evidente ciò che è già stato in tante occasioni, ovvero un insegnante: impartisce lezioni sull’universo e sull’apertura mentale. la nuova compagna di viaggio, bill, è un’allieva “alternativa”, non è iscritta all’università, ma lavora nella mensa e segue comunque le lezioni del dottore. è l’unica che quando ascolta qualcosa che non conosce, anziché aggrottare le sopracciglia, sorride. la curiosità è il carburante per una mente aperta, una mente che sia – come il TARDISmolto più grande all’interno che all’esterno.

death note, il fascino di un quaderno nero

non sono un’assidua lettrice di fumetti, se alcune volte ho ceduto a questa forma d’arte è stato, nello specifico, grazie al genere umoristico. però, se c’è qualcosa per cui vado pazza sono gli anime giapponesi, ovvero quelle serie o film animati spesso tratti dai manga, fumetti della stessa origine geografica e culturale.

uno dei miei preferiti è death note, di cui forse avrai sentito  parlare ultimamente, dato che, per merito (o colpa) di netflix uscirà ad agosto di quest’anno una sua versione americana in lungometraggio live action. aspetto con curiosità di vedere questa nuova rivisitazione, nel frattempo voglio parlarti di quello che mi ha colpito di più di death note, una storia che ha avuto un incredibile successo, che ha portato alla realizzazione non solo dell’anime in 37 episodi e di ben quattro film live action giapponesi, ma anche due dorama (serie per la tv), un musical, vari videogiochi e un gioco di carte investigativo.

tutto ha origine dal ritrovamento di un death note da parte del liceale yagami light, studente modello cresciuto con il pallino della giustizia, anche perché figlio di un poliziotto. il death note è un quaderno nero all’apparenza normale, ma non dovrebbe trovarsi nel mondo degli esseri umani, infatti il suo vero proprietario è uno shinigami, una sorta di angelo della morte. basta scrivere il nome di qualcuno su quel quaderno, visualizzarne il volto, ed ecco che quella persona morirà. si potranno persino aggiungere i dettagli della sua morte, altrimenti, semplicemente, il suo cuore si fermerà.

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light decide di usare il death note per eliminare i criminali rimasti impuniti, per ripulire la società dalla malvagità, e non si rende conto, inizialmente, del pericolo che corre nel giocare al giustiziere assoluto. presto il delirio di onnipotenza lo travolge, e pur di perpetuare il suo potere, finisce per diventare crudele e cinico, ed uccidere chiunque si intrometta e cerchi di bloccare il suo progetto.

il suo principale oppositore è L, un giovane e geniale detective, che con kira (così viene chiamato light dalla gente) giocherà un’intricata partita a scacchi mentale, in cui i vari pezzi sono le persone e la posta in gioco è la vita e la libertà.

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non andrò oltre con il racconto e, se vuoi vedere la serie animata, ti consiglio di non andare a leggere wikipedia. riguardo il successo avuto da death note, a mio parere, è dovuto ad ogni suo elemento: la storia, che dà buoni spunti di riflessione sulla società, sul desiderio di potere e di controllo, sul concetto di giustizia; la narrazione, strutturata perfettamente per essere un thriller, nonostante lo spettatore conosca sin dall’inizio l’identità di kira; i personaggi, costruiti e caratterizzati con un’attenzione ai dettagli, sia dal punto di vista fisico che psicologico. la predilezione dello shinigami ryuk per le mele, come la postura e le piccole manie di L, sono elementi decorativi ma che restano indimenticabili, perché rendono personaggi così evidentemente fittizi quasi reali.

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e light, che si autoproclama dio del nuovo mondo, è davvero così assurdo? sono certa che preferirei possedere un life note, ma non lo sono altrettanto su ciò che farei con un death note tra le mani. tu cosa faresti?

belli, strani e interrotti

per il post di oggi ho deciso di selezionare tre telefilm, relativamente datati, che mi sento di consigliare nonostante abbiano avuto un finale inaspettatamente precoce. si tratta di telefilm non troppo conosciuti e speciali, ognuno in modo diverso.

 

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pushing daisies: è una serie tv statunitense andata in onda tra il 2007 e il 2009. il protagonista è ned (lee pace), un ragazzo che ha il potere di far rivivere ogni cosa morta solo con il suo tocco. la faccenda è ben più complicata, perché una volta riportato in vita qualcuno, al secondo tocco questo morirà all’istante. immagina allora come possa essere resuscitare la ragazza che ami e sapere di non poterla toccare mai più! la cosa migliore di questa serie è che ha tutta l’aria di essere un film di wes anderson: è fiabesca, colorata, surreale, divertente ed emozionante. purtroppo dopo sole due stagioni dovette chiudere. per l’occasione fu confezionato un finale solo parzialmente risolutivo e piuttosto frettoloso, anche se in armonia con il resto della serie. ovviamente se sono qui a suggerirla è perché credo sia fantastica (e chissà che mamma netflix non pensi di sfornare una nuova versione o un seguito).

 

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life on mars: oltre ad essere una bellissima canzone di david bowie, è anche una serie britannica, che andò in onda dal 2006 al 2007. l’ispettore capo della polizia di manchester, sam tyler (john simm), viene investito da un’auto e si ritrova inspiegabilmente nel 1973; qui lavora ancora per la polizia, ma sotto la supervisione dell’ispettore gene hunt. oltre a compiere le indagini, sam dovrà confrontarsi, e spesso scontrarsi, con le peculiarità culturali dell’epoca e, cosa ancora più interessante, dovrà cercare di fare chiarezza sulla sua condizione. l’ambiguità di questo telefilm è il suo ingrediente migliore, assieme alla giusta dose di ironia. dopo due stagioni si decise per la sua conclusione, si dice, per la mancata disponibilità del protagonista a continuare. in questo caso sono contenta di questa scelta, perché il finale, per quanto possa essere considerato aperto, resta per me uno dei migliori della storia delle serie tv.

 

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black books: si tratta di una sitcom britannica, realizzata tra il 2000 e il 2004, che ha vinto alcuni premi ma è quasi sconosciuta in italia. ruota attorno a bernard black (interpretato dal comico irlandese dylan moran, anche co-autore della sitcom), proprietario di una piccola libreria nel quartiere londinese di bloomsbury, alcolista trasandato ed eccentrico con un pessimo carattere. gli fanno compagnia l’assistente manny white e l’amica fran katzenjammer, non molto più normali di lui, che cercano a modo loro di ammorbidire la sua corazza da misantropo, ma finiscono per essere risucchiati sempre nella spirale perdi-tempo dell’amico black. il telefilm, per volontà del suo creatore, termina con la terza stagione, e non ha un vera e propria conclusione. nonostante questo, lo consiglio: i personaggi e l’umorismo, calato nella quotidianità ma con tratti surreali, meritano da soli la visione.

li conoscevi già? ce n’è uno che ti ispira?

Irlanda, pop corn e musica

Alle porte di San Patrizio, il santo patrono d’Irlanda, consiglio la visione di tre film che oltre all’ambientazione irlandese hanno come fulcro la musica, anzi una vera e propria passione musicale, anche se espressa in modi diversi. Se siete almeno un po’ simili a me, amerete questi film, perché son fatti con ingredienti perfetti: personaggi con cui empatizzare, canzoni originali, emozionali, coinvolgenti, e l’Irlanda. Sono sempre stata attratta e affascinata da questa terra, ancor prima di visitarla, e non ci penserei due volte a tornarci. Riciclando una battuta di Once upon a time: once you go green, you’ll never go queen!

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Questo film colpisce per la sua semplicità e per la sua poesia. Racconta di due ragazzi, lui musicista di strada che ripara elettrodomestici nel negozio del padre e sogna di incidere un album, lei immigrata ceca e ragazza madre che si arrangia come può, bravissima pianista e compositrice. I due da sconosciuti diventano presto amici, attraverso la musica e i testi delle canzoni che compongono assieme si rivelano uno all’altra e creano un legame profondo, che va aldilà delle strade che scelgono di percorrere. Lo sfondo è quello di una Dublino un po’ grigia e decadente, ma vivacizzata dalla musica. Una colonna sonora delicata che fa sognare.

Frank (2014)

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Vedi, questo è Frank, è il leader di una band dal nome impronunciabile e indossa sempre (anche sotto la doccia) una grande maschera di cartapesta. Jon, un tastierista un po’ sfigato, entra per caso nella band e da quel momento cerca di carpire il segreto di Frank, quello del suo talento creativo e quello della sua malattia mentale, quanto questi due elementi siano connessi e si influenzino a vicenda. Il gruppo si sposta dall’Inghilterra alla campagna irlandese per registrare un album, e qui man mano verranno fuori verità che nessuna maschera può coprire davvero. Un film più onesto che bizzarro, che offre molti spunti di riflessione su talento e ricerca di notorietà.

Sing Street (2016)

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Dello stesso regista irlandese di Once, questo film è un mix perfetto di leggerezza e profondità, adatto sia agli adulti nostalgici che agli adolescenti di oggi. Il protagonista Conor vive nella Dublino degli anni ’80, i suoi genitori stanno divorziando, lui è costretto a cambiare scuola, e il suo unico rifugio (assieme al buon rapporto col fratello maggiore) è la sua passione per la musica. Si innamora di una ragazza e per fare colpo su di lei decide di formare una pop band con alcuni compagni, seguendo le orme, musicali e stilistiche, dei gruppi in voga del periodo. Un racconto di formazione divertente, per niente stupido ed appassionato.

 

Donne con uno scopo

Ecco la mia personale selezione di film che hanno per protagoniste donne particolarmente combattive, che affrontano la chiusura della società nella quale vivono dando il loro contributo al cambiamento. Ognuno di questi film affronta una tematica a me molto cara e riesce ad infondere una sensazione di speranza ma soprattutto la voglia di prendere posizione.

 

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The help l’ho recuperato di recente ed è entrato subito nella mia classifica dei film preferiti. È tratto dal romanzo omonimo (in italiano L’aiuto) e racconta la storia di Skeeter (Emma Stone), giovane donna del Mississippi negli anni ’60, che sogna di diventare una scrittrice e sceglie, nonostante le evidenti difficoltà, di dare voce alle cameriere nere della sua città (Viola Davis, Octavia Spencer). La segregazione, il razzismo radicato nella mentalità di gran parte della società, l’esigenza di dare dignità a tutte le donne (a tutti gli esseri umani) e il coraggio, sono le tematiche affrontate dal film, che si può vantare di interpretazioni sensazionali.

 

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Won’t back down – Una scuola per Malia è un film poco conosciuto ma con un gran bel cast (Maggie Gyllenhaal, Viola Davis). Racconta una vicenda realmente accaduta, la lotta di due madri contro una rigida burocrazia per la creazione di una scuola migliore per i loro figli, lasciati fino a quel momento allo sbando con evidenti difficoltà di apprendimento. Una lotta, questa, contro la miseria di chi si gira dall’altra parte per non vedere i problemi, contro chi guarda solo ai propri interessi, contro l’indifferenza e l’ignoranza che spesso l’accompagna. La rivoluzione del sistema educativo è un altro tema che mi sta davvero a cuore.

 

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The other sister – Un amore speciale è una commedia del 1999 con Juliette Lewis, Diane Keaton e Giovanni Ribisi. La protagonista è Carla, una ragazza con un handicap mentale che, tornata a casa dopo essere stata in un istituto, ricerca la sua indipendenza, nonostante la madre eccessivamente protettiva le renda il compito molto difficile. In questo caso la lotta è individuale, da parte di una donna che grida con tutte le sue forze il suo bisogno di vita, di amore e di “normalità”. Troppo spesso queste cose vengono date per scontate, e un film del genere, pur nella sua semplicità, può aiutare a vedere la realtà sotto una luce un po’ diversa.

Ogni maledetta domenica – gli Oscar delle brutte figure

And the winners are…

 

MIGLIOR FIGURACCIA FILM: The Truman Show

Non facile decisione per l’Academy, vince come miglior brutta figura lo spettacolo della mia vita, in particolare il momento in cui mi è stato rivelato che le cose che pensavo di aver ottenuto o di poter facilmente ottenere non erano altro che scintillanti illusioni.

 

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MIGLIOR ATTORE (NON) PROTAGONISTA: il papà in Billy Elliot

Tra i tanti validi attori non protagonisti, vince di diritto – di sangue – il papà; memorabile la sua battuta: “È proprio necessario? Non puoi essere normale?“, molto simile a quella del padre del famoso ballerino, rivolta alla prole ancora immatura e desiderosa di approvazione.

 

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MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: Molto rumore per nulla

Vince la storia delle sfuriate fatte nei momenti inadatti e per le cose sbagliate, in stretta connessione con tutte quelle volte in cui ha prevalso l’esprit de l’escalier – ovvero quando la risposta giusta e sagace a una qualsiasi provocazione è arrivata, ahimè, troppo tardi.

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MIGLIOR COLONNA SONORA: Tutti i miei sbagli (Subsonica)

Doppia motivazione per questa vittoria, l’Academy cita il verso: “a caduta libera
e in cerca di uno schianto, ma fin tanto che sei qui posso dirmi vivo”, inoltre ricorda l’esibizione di questo pezzo da parte della sottoscritta nell’estate del 2005, completamente stonata, davanti a un pubblico risvegliatosi per lo sconcerto.

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MIGLIOR COSTUME: Secretary

Anche per questo premio doppia motivazione: le esperienze di lavoro come segretaria, tra eccessi di zelo non sempre graditi ed estrema riluttanza scambiata per pigrizia, e il ridicolo costume di carnevale classe ’87, che comprendeva un cappello a forma di telefono, detto anche “da telefonista”.

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E tu hai in repertorio qualche brutta figura che ricordi con particolare affetto?