British is my cup of tea

Benvenuta/o in quella che potrebbe diventare una vera e propria rubrica, ovvero il mio angolo delle meraviglie provenienti dal Regno Britannico. Qui si parla sempre principalmente di libri, film e serie tv, e così sarà anche questa volta.

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La mia ultima lettura è L’oceano in fondo al sentiero, dell’autore originario di Portchester, Neil Gaiman. La storia inizia con un uomo sulla quarantina che fa ritorno nel suo paese natale per un funerale e che, giunto presso la fattoria delle sue vecchie vicine, le donne Hempstock, si sofferma a ricordare il passato. Dai ricordi dell’uomo emergerà una realtà incredibile e oscura, abitata da entità antiche e fameliche, e da una ragazzina di undici anni (ma chissà da quanto tempo), che affermava che lo stagno in fondo al sentiero fosse un oceano.

Questa lettura, ancor prima di colpirmi per i suoi elementi fantastici – che vengono presentati in modo ineluttabile, come è giusto che sia, attraverso gli occhi di un bambino – mi ha catturato nel suo essere evocativa di quelli che sono stati anche i luoghi della mia infanzia. No, non sono vissuta nelle campagne inglesi degli anni ’60, ma anche nella Sardegna meridionale degli anni ’80, ho avuto la mia buone dose di stradine terrose, bocche di leone e luoghi ameni in cui immaginare l’esistenza delle fate.

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Mi è capitato, leggendo questo libro, di figurarmi la sua trasposizione cinematografica. E subito mi è venuto in mente Terry Gilliam, che sì è un regista americano, ma che ha rinunciato alla cittadinanza statunitense per quella britannica. Di recente ho guardato il suo Tideland – Il mondo capovolto. Si tratta di un film orribile e bellissimo, che ha ricevuto critiche molto contrastanti, su una ragazzina che, dopo la morte dei genitori tossicodipendenti, rimane sola in una catapecchia sperduta in una campagna sconfinata, e si rifugia nel suo mondo immaginario, tanto inquietante quanto la stessa realtà che la circonda. Se conoscete l’estetica dei film di Gilliam, dopo aver letto il romanzo di Gaiman, capirete perché ho immaginato facilmente una sua versione de L’oceano in fondo al sentiero.

In seguito a queste letture/visioni, proprio qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessante articolo di Luca Divelti, Il Monty Python’s Flying Circus, sullo show dei miei amati Monty Python, sulla collaborazione con l’allora animatore Terry Gilliam, sulla loro comicità irriverente, che ha avuto una così forte influenza sulla cultura britannica e non solo.

 

 

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Suggestioni di inizio autunno

L’autunno è iniziato e io non potrei esserne più entusiasta. Quest’anno ho abbandonato la giacchetta nera in simil-pelle in fase di decomposizione e ho ripescato dall’armadio una bellissima giacca arancione, che mi accompagnerà nella mia nuova vita da studentessa pendolare e super-motivata (non si smette mai d’imparare, si sa). Orange is the new black, e autunno is the new capodanno, e io son piena di buoni propositi.

Come ha detto qualcuno, torna legale il tè caldo e la cioccolata fondente, e già questo mi rende molto felice. Aggiungo una manciata di noccioline e mandorle e un bicchiere di latte di avena (magari caldo, con un po’ di cacao), e posso ritenermi soddisfatta.

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Ancora fa troppo caldo per la copertina, quindi devo ripiegare su qualcos’altro per “proteggermi” dall’inquietudine durante la visione di America Horror Story – Cult. Ok, chiudere gli occhi ogni tanto può andare. Ho scoperto che l’unica cosa che mi fa realmente paura è la realtà: razzismo, omofobia, violenza bruta e… politica, per cui questa stagione per me è la più terrificante di tutte. Ammetto che Evan Peters è un buon incentivo per proseguire nella visione.

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Anche Jake Gyllenhaal e James McAvoy sono un perfetto incentivo per la visione di film come Enemy e Filth, altrettanto inquietanti e sconcertanti, che hanno aperto la mia personale stagione autunnale cinematografica. Se Jake aveva iniziato la sua carriera con un’opera cupa e psicologica come Donnie Darko, lo stesso non si può dire per James, che per tanto tempo – almeno nel mio immaginario – è rimasto il fauno tenerello di Narnia. Dopo Split, Trance e, appunto, Filth, non sarà mai più lo stesso.

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Di atmosfere completamente diverse Adult Life Skills, forse il film preferito del periodo, un comedy-drama britannico con protagonista Jodie Witthaker (il prossimo Dottore di Doctor Who, che ha fatto tanto scalpore nei mesi passati). È la storia di una giovane donna che vive in un capanno di proprietà della madre, e ha uno stile di vita giudicato da tutti infantile ed immaturo. Dietro l’apparente ribellione a qualsiasi responsabilità però si nasconde una motivazione emotiva profonda, una sofferenza da affrontare per poter risorgere dalle proprie ceneri e spiccare il volo.

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Altra storia di maturazione è poi quella scoperta in Dimentica il mio nome, libro-fumetto del celebre italiano Zerocalcare. Un autore che avevo già apprezzato con Kobane Calling, e che dopo questa lettura mi ha confermato la sua capacità di unire leggerezza e riflessività, in più mi ha fatto scoprire altre sue doti come l’autocritica e una immaginazione degna di un vero artista. A proposito di fumetti, non vedo l’ora di leggere l’ultimo numero di Rat-Man, che conclude la saga dello strambo supereroe nato dall’ingegno di Leo Ortolani. Una fine che non è proprio un’uscita di scena, dato che Rat-Man comparirà ancora in un altro albo (C’è Spazio per Tutti) e chissà poi dove. Perché si sa ormai – e in certi casi, per fortuna – che crossover e reboot are the new the end.

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Come un cavallo ti spiega l’autosabotaggio

BoJack Horseman è una serie animata statunitense arrivata ormai alla sua quarta stagione. L’ho conosciuta l’anno scorso, quando Netflix Italia me la suggerì ed io avevo appena iniziato a vedere Boris ed ero in vena di qualcosa di particolarmente ironico. Quello che ho trovato è stato qualcosa di diverso. Si potrebbe pensare che una serie in cui la maggior parte dei personaggi sono animali antropomorfi sia una serie assurda e con una demenzialità fine a se stessa, ma non è questo il caso. BoJack Horseman è una serie con un umorismo pungente che a volte ferisce, e con risvolti tutt’altro che frivoli.

Il protagonista è un cavallo, un ex-star della tv che vive la sua crisi di mezza età, tra la nostalgia delle passate glorie e i tentativi disperati di riempire vuoti creatisi ben prima della perduta fama. Infatti, lo si scopre man mano, BoJack è cresciuto in un clima familiare distruttivo, che lo condiziona persino adesso che è un adulto fatto e finito. È come se tutto quello che fa lo facesse per confermare una convinzione da sempre annidata nella propria mente: io non valgo niente.

E spinto da questo mantra continua a bere fino a perdere i sensi, a trattare male le persone, pentirsi e poi ricominciare d’accapo, cercare occasioni di riscatto per poi autosabotarsi irrimediabilmente.

Questo lo si vede qua e là nelle puntate che durano circa 20 minuti e che sono arricchite di personaggi secondari variegati, di situazioni al limite del paradossale, di un’ironia che si può godere a più livelli. Se non ci si ferma alle apparenze insomma, si apprezza una storia profonda, con i suoi momenti di commozione e di riflessione, e sorprendentemente e dolorosamente realistica. Il bello poi è vedere il protagonista che, seppur a fatica, evolve nel corso della quattro stagioni.

In un’epoca in cui tante, troppe persone ancora sono convinte che la depressione, l’autolesionismo e le altre patologie psicologiche non siano “vere” malattie (“Ma com’è possibile che si sia tolto la vita? Aveva tutto! Non poteva semplicemente prendersi una vacanza?!) una serie come questa non solo non è affatto banale, ma è persino utile.

Il club degli imperatori

Il club degli imperatori è un film del 2001. Quando lo vidi la prima volta avevo iniziato da poco l’università e, anche se lo apprezzai, non raggiunse dentro di me quell’ammirazione e quel coinvolgimento che ho sempre provato per L’attimo fuggente. Lo ricordavo perciò un bel film sull’insegnamento, ma senza troppo slancio.

Rivederlo qualche giorno fa mi ha permesso non solo di rinfrescarmi la memoria sulla trama, ma anche di cogliere degli aspetti che mi erano sfuggiti o ai quali non avevo dato la giusta importanza in passato, e perciò di rivalutarlo.

Il contesto – proprio come quello de L’attimo fuggente –  è molto diverso da quello attuale e italiano: ci troviamo in un importante college americano, frequentato da ragazzi che fanno parte delle famiglie più facoltose del Paese, con poche occasioni di svago e regole moderatamente severe.

Il protagonista è il professore William Hundert. Lui, a differenza di Keating, è un insegnante all’antica, ma non per questo meno appassionato al sapere e meno attento verso i suoi studenti. Quello che emerge sin da subito è la sua forte volontà di trasmettere ai ragazzi non solo l’amore per la conoscenza, ma anche e soprattutto l’importanza di quei valori che rendono grande un uomo: onestà, lealtà, onore e coraggio.

La volontà dell’insegnante si scontra con una realtà amara – che nel film rappresenta un’eccezione alla regola – ovvero un ragazzo che sceglie la scorciatoia dell’inganno per ottenere il successo.

Si sviluppa così un racconto sincero e commovente di un uomo che è stato un insegnante per tutta la vita, un uomo che, seppure ha commesso degli errori – perché umano – non ha mai smesso di credere nei suoi allievi e nel messaggio che voleva trasmettergli. Perché ogni ragazzo ha delle potenzialità, e sarà solo attraverso determinate scelte che potrà o meno diventare una persona migliore.

Fate in modo di potervi specchiare – in uno specchio o negli occhi di qualcun’altro – e vedere una persona giusta. Ben pochi di noi finiranno nei libri di storia, ma i valori che portiamo dentro, e che onoriamo durante la nostra vita, avranno un impatto sul mondo che ci circonda, che va aldilà del nostro breve passaggio su questa terra.

Questo, in poche parole, è il messaggio del prof. Hundert e del film, un messaggio di cui si sente un estremo bisogno, oggi che questi ideali appaiono così tanto fuori moda.

Preferiti del mese – quelle facce da dramma

(Anche) questo mese – cinematograficamente e serialmente parlando – le mie visioni preferite sono accomunate da una particolarità specifica dei protagonisti: la faccia da dramma. La faccia da dramma è quella tipica faccia che anche se messa all’interno di una commedia porta inevitabilmente la trama ad una piega, o ad una sfumatura, drammatica. A volte, la faccia da dramma è drammatica a tal punto che fa un po’ ridere. E all’improvviso realizzi quanto ironica sia la vita e quanto noi tutti siamo piccoli esseri sotto l’immensa volta celeste. Ecco, sì, questo è il potere delle facce da dramma.

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Atypical è una nuova serie prodotta da Netflix che in 8 episodi presenta la vita di Sam, un adolescente affetto da una certa forma di autismo. Sulla serie si è abbastanza discusso e, da quanto ho letto, ha ricevuto persino le critiche di un attore realmente autistico per la leggerezza con la quale vengono affrontate le problematiche del protagonista. A mio parere leggerezza non è sinonimo di superficialità ed è proprio questo che ho apprezzato della serie, anche se non bisogna dimenticare che esistono condizioni ben più gravi di quelle di Sam, che credo sarebbe più difficile “alleggerire”(ma non impossibile). Personalmente mi piace quando i personaggi di una serie sono così ben caratterizzati e hanno tante sfumature come nella realtà, tanto da non essere mai esclusivamente positivi o negativi. L’attore che interpreta Sam, Keir Gilchrist, è perfetto per la parte, come anche il resto del cast.

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Lo chiamavano Jeeg Robot è un film italiano del 2015, con protagonista Claudio Santamaria, che è appena diventato uno dei miei film preferiti. È la storia di Enzo, un ragazzo romano che sopravvive compiendo piccoli crimini e che si è isolato dal mondo, soprattutto emotivamente. Un giorno, in fuga dopo un furto, si getta nel Tevere e viene a contatto con una sostanza radioattiva che, come nei migliori fumetti di supereroi, anziché ucciderlo gli conferisce una forza sovrumana. Da qui il percorso dell'”eroe che non vuole esserlo” ha inizio e sarà complicato e drammatico. Il film, di altissima qualità sotto molti aspetti, unisce appunto il dramma all’azione e al fantastico, utilizzando diversi stereotipi del genere supereroistico senza risultare mai pesante o scontato.

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Paul Dano è un attore statunitense che si è fatto particolarmente notare per la sua interpretazione dell’adolescente problematico in Little Miss Sunshine. La sua carriera sta procedendo a gonfie vele, tra film indipendenti e grosse produzioni, e i suoi ruoli, vari e spesso complessi, si collocano sempre su quella linea sottile che separa la consuetudine dalla stranezza. Io non potrei non amarlo e ho recuperato gran parte della sua filmografia. Ci sono i film più malinconici e sentimentali: Gigantic, The Good Heart, Being Flynn; quelli più cinematografici e d’effetto: Looper, Prisoners, 12 anni schiavo; e i miei preferiti, un po’ strani e emozionanti: Motel Woodstock, Ruby Sparks, Swiss Army Man, Okja. Ne ho ancora alcuni da recuperare e il prossimo sarà Love & Mercy, in cui Paul Dano interpreta Brian Wilson, il tormentato leader dei Beach Boys.

La saggezza di Jessica Fletcher

Poiché sono una romantica, credo ancora che abbiamo il potenziale di essere più nobili di quanto sappiamo e migliori di quanto pensiamo, che l’oscurità che ho visto sia solo un’ombra sul cuore umano. […] Perciò vi esorto a tenere la bussola del vostro cuore rivolta verso il vero Nord dei vostri sogni. Sentitevi liberi di essere romantici, di rifiutare il cinismo, di credere che il bene possa prevalere e che quelli che sbagliano vengano puniti. Perché quando l’ora più cupa verrà, e verrà per tutti noi prima o poi, queste saranno le cose che ci sosterranno.

[Tratto da Appuntamento con la morte/A Story to Die For, il secondo dei film tv della Signora in giallo – Vagone letto con omicidio/South by Southwest, L’ultimo uomo libero/The Last Free Man, La ballata del ragazzo perduto/The Celtic Riddle – che si possono vedere in lingua originale su YouTube]

Un attore sottovalutato – Hot like summer

Oggi voglio tessere le lodi di un attore a lungo sottovalutato. In molti film interpreta ruoli minori e spesso lo troviamo protagonista o comprimario in pellicole indipendenti, poco conosciute al vasto pubblico. Eppure, sempre, le sue interpretazioni sono memorabili. Sto parlando di Sam Rockwell: attore per vocazione, per attitudine un gran figo.

Io mi sono goduta pian piano quasi tutta la sua filmografia, piuttosto sostanziosa, e ne ho tratto cinque pellicole che, a mio parere, rappresentano al meglio la sua duttilità e intensità come interprete, pellicole di valore ma poco note (rispetto ad altre come Il miglio verde o Confessioni di una mente pericolosa).

 

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Lawn Dogs (1997). Qui Sam interpreta il tipico sempliciotto degli Stati Uniti del sud (per niente stupido, a dire il vero), un ragazzo che vive in una roulotte nel bosco e che si mantiene falciando l’erba delle ville del quartiere “bene” vicino. Un giorno la piccola e ribelle Devon (una brava Mischa Burton, al suo debutto cinematografico) decide di inoltrarsi nel bosco e fare la conoscenza dell’interessante “falcia-erba”. La loro amicizia avrà delle conseguenze sorprendenti per entrambi. COMMOVENTE.

 

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Snow Angels (2007). In questo film ultra-drammatico si intrecciano le storie di Arthur (Michael Angarano), un adolescente un po’ insicuro alle prese con le prime cotte e la separazione dei suoi genitori, e della cameriera, sua collega, Annie (Kate Beckinsale), che cerca di rifarsi una vita dopo essersi separata da un marito profondamente problematico. Quest’ultimo, interpretato da Sam Rockwell, non riesce a sopportare l’idea di aver perso sua moglie e sua figlia. INTENSO.

 

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Soffocare (2008). Il film è tratto dal romanzo omonimo di Chuck Palahniuk. Racconta la storia di Victor, un sesso-dipendente depresso che lavora in un parco di rievocazioni storiche e arrotonda lo stipendio fingendo di soffocare nei ristoranti e approfittando della generosità dei suoi salvatori. C’è da dire che i soldi gli servono anche per sostenere le cure della madre malata (Anjelica Huston), ma resta un personaggio disastroso, che si auto-definisce uno stronzo. DIVERTENTE.

 

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Moon (2009). Sam Bell lavora in una base lunare completamente da solo; la sua unica compagnia è l’intelligenza artificiale GERTY (Kevin Spacey). È addetto all’estrazione di elio-3, fonte energetica mandata periodicamente sulla Terra. Il suo contratto triennale sta per scadere, ma Sam inizia ad avere allucinazioni e a stare sempre più male, fino a compiere un irrimediabile errore. In questo film indipendente di altissima qualità, Sam ha il ruolo di un uomo comune alle prese con una situazione straordinaria. SORPRENDENTE.

 

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7 psicopatici (2012). Una commedia nera divertentissima, dove Colin Farrell è uno sceneggiatore in crisi che cerca la giusta ispirazione per scrivere un film, dal titolo “7 psicopatici”. Sam Rockwell è il suo migliore amico, un attore in declino con qualche rotella fuori posto, che rapisce cani assieme al misterioso Christopher Walken. Le cose si mettono maledettamente male quando i due rapiscono il cagnolino di un gangster (Woody Harrelson), che sacrificherebbe pure sua madre pur di riprenderselo. ESILARANTE.

Buona visione ^_^

 

 

Anime e core #3 – Makoto Shinkai

Un altro regista giapponese che, a mio parere, non ne sbaglia una è Makoto Shinkai. I suoi anime sono poetici, malinconici e intensi. Se volete dare nuovi colori alle vostre emozioni, vi consiglio vivamente la sua filmografia!

theplacepromisedinourearlydays1Oltre le nuvole, il luogo promessoci (2004). Il primo lungometraggio del regista è ambientato in una realtà alternativa, in cui il Giappone, dopo la seconda guerra mondiale è diviso tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Quest’ultima ha costruito un’immensa torre che incombe pericolosamente sul Paese. Hiroki e Takuya, due amici appena adolescenti, stanno costruendo un aereo con il sogno di raggiungere la torre e l’idea di portare con loro l’amica Sayuri. Lei però scompare improvvisamente: è caduta in un sonno profondo e sembra che dal suo risveglio possano dipendere le sorti dell’universo conosciuto.

521f75b6f730b77d678d84aff275cce45 cm al secondo (2007). Il titolo fa riferimento alla velocità con la quale i petali di ciliegio cadono al suolo. Questo dettaglio emerge in un dialogo tra Takaki Tōno e Akari Shinohara, un ragazzo e una ragazza che, grandi amici dalle scuole elementari, sono costretti a separarsi per via di un trasferimento. Il loro legame rimane a lungo molto forte, tanto da diventare qualcosa di più di un’amicizia. Il film è incentrato proprio su questo legame ideale, sul valore che esso può assumere per due individui nel corso della loro crescita. Una storia dal sapore malinconico che parla di distanza e insegna il potere del “lasciare andare”.

childrenchaselostViaggio verso Agartha (2011). Protagonista di questa storia è Asuna, una ragazzina che ha perso il padre quando era piccola e che passa molto tempo da sola sulle montagne. Un giorno incontra Shun, un ragazzo misterioso che dice di provenire da Agartha, un mitico mondo sotterraneo. Quando il ragazzo viene trovato morto e un’organizzazione militare cerca il portale per entrare ad Agartha, la piccola Asuna e il suo insegnante si ritrovano ad intraprendere un viaggio nel mondo sotterraneo, dove si dice sia possibile riportare in vita i morti. Un’avventura che prende a poco a poco, una storia dolcissima sulla morte, e sulla vita.

7Il giardino delle parole (2013). Si tratta di un mediometraggio delicato ed intenso allo stesso tempo. Takao, studente di 15 anni, ha l’aspirazione di creare scarpe e nei giorni di pioggia marina la scuola per stare in pace con la sua passione in un bel giardino giapponese. Un giorno incontra nel giardino la ventisettenne Yukari Yukino e i due, che si incontrano solo nei giorni di pioggia, pian piano si conoscono e si affezionano l’uno all’altra. La differenza d’età si rivelerà in seguito un problema più grande di quanto apparisse al principio. Un racconto sulle diverse età della vita e su come le emozioni le attraversino, ineluttabilmente.

2063627_201512100151870001449737782bYour Name (2016). Mitsuha Miyamizu è una studentessa del liceo in una piccola cittadina di montagna. Stanca della sua vita monotona, sogna di poter essere un ragazzo della grande Tokyo. Taki Tachibana, liceale nella metropoli, che lavora nel ristorante italiano Il giardino delle parole (!), si sveglia un giorno nel corpo di Mitshua e non sa che lei si è svegliata nel suo… Credo che la cosa migliore sia lasciare a chiunque non abbia ancora visto il film l’emozione di scoprire la sua storia (se odiate gli spoiler NON leggete la pagina di Wikipedia dedicata). Una storia che, come le altre raccontate da Shinkai, tratta di legami oltre la distanza; emozionante, magica, e – questa volta in particolare – positiva.

 

 

Una vita in 12 tracce – #inspiringblog

Questa volta il blog a cui mi ispiro è il Rock’N’Blog di Luca Divelti. Uno spazio nel quale spesso è protagonista la musica del passato e le sue vecchie, a volte imbarazzanti, glorie. Luca è più o meno mio coetaneo (sulla strada dei 40?) e appassionato come me di cinema, anime e serie tv, oltre che di musica. Di questo ma non solo parla nel suo blog, e mi piace soprattutto il modo in cui lo fa, perché si percepisce la sua acutezza ed ironia.

Ecco quindi che dall’unione delle nostre due grandi passioni (cinema + musica) nasce “Una vita in 12 tracce”, un immaginario album composto da 12 colonne sonore diverse che rappresentano altrettante tappe significative della mia vita. Buon ascolto!

  1. Cam Caminì (Mary Poppins – 1964, visto nei primi anni ’80)
  2. The Goonies R Good Enough – Cyndi Lauper (I Goonies – 1985)
  3. Johnny B. Goode – Marty McFly With The Starlighters (Ritorno al Futuro – 1985)
  4. Be My Baby – The Ronettes (Dirty Dancing – 1987)
  5. Everybody Knows – Leonard Cohen (Pump Up the Volume – 1990)
  6. Where Is My Mind? – The Pixies (Fight Club – 1999)
  7. La Noyee – Yann Tiersen (Il Favoloso Mondo di Amelie – 2001)
  8. Concerning Hobbits – Howard Shore (Il Signore degli Anelli – 2001)
  9. To Be Surprised – Sondre Lerche (L’amore Secondo Dan- 2007)
  10. Society – Eddie Vedder (Into the Wild – 2007)
  11. Sunny Afternoon – The Kinks (I Love Radio Rock – 2009)
  12. Falling Slowly – Glen Hansard, Markéta Irglova (Once – 2006, scoperto nel 2016)

Bonus Track: Someone in the Crowd (La La Land – 2017)… Perché alla fine, anche se non si direbbe, sono ancora la stessa bambina che amava ballare e sognare.