stand up comedian del mio cuore

gli stand up comedian, ovvero i comici “che fanno gli spettacoli in piedi”, sono una categoria di attori poco nota rispetto ai grandi divi di hollywood, ma negli anni hanno conquistato un pubblico sempre più vasto anche qui in italia.

ovviamente esistono pure quelli di nazionalità italiana, che molto spesso, quando sono veramente bravi, sono anche o principalmente attori di teatro/cinema. quelli che elencherò di seguito sono americani e inglesi (più un australiano), perché si dà il caso che siano proprio loro i miei preferiti.

uno dei primi che ho conosciuto in modo approfondito e al quale mi sono affezionata è BILL HICKS. bill era degli stati uniti del sud, fece la sua prima gig all’età di 13 anni, quando si trasferì a los angeles l’alcool e la droga entrarono a far parte della sua vita e ci vollero diversi anni perché si liberasse da queste schiavitù e risorgesse come uomo e come comico. questa definizione – comico – per lui è particolarmente limitata, perché nei suoi spettacoli non si limita a sfoderare il suo umorismo, ad usare la satira per compiere una delle più oneste critiche della società (quella americana in primis), ma cerca di risvegliare le coscienze, ottenebrate dalla manipolazione dei potenti e dei mass media. nelle sue parole troviamo quindi critica sociale e anche filosofia e metafisica. la sua morte per cancro, a soli 32 anni, è stata una tragedia e una grossa perdita, ma non è stata una vera morte, lui lo confermerebbe. I left in love, in laughter, and in truth, and wherever truth, love and laughter abide, I am there in spirit.

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un altro dei miei preferiti, l’ultimo in ordine di tempo, è un comico statunitense abbastanza acclamato che non sono riuscita subito ad apprezzare, ma sul quale mi sono ricreduta: LOUIS C.K.. la sua satira nasce principalmente dall’osservazione della vita quotidiana, da situazioni comuni in cui ci si può facilmente immedesimare, e da riflessioni assurde quanto sincere in modo disarmante. mi piace la sua malinconia, la sua intelligenza e la sua capacità di superare, candidamente, qualsiasi limite.

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sul versante europeo, o meglio britannico, sul mio personale podio ci sono i due attori e stand up comedian EDDIE IZZARD e RICKY GERVAIS. del primo amo i monologhi “a flusso”, che spaziano da un argomento all’altro con uno stile immaginifico, spesso surreale, accompagnati da una fisicità altrettanto originale e incisiva. del secondo apprezzo soprattutto il suo modo di mettere alla prova il mio senso dell’umorismo, quando affronta nelle sue gag argomenti taboo, ma ancor di più quando spinge il pedale del cinismo e mi chiedo se andrò a sbattere contro un muro e, ridendo, mi sfracellerò.

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alla fine di questa top 5, che non vuole essere una classifica, c’è il comico e musicista australiano TIM MINCHIN. di lui amo solo una cosa: tutto. suona con maestria il pianoforte, canta con trasporto, i suoi testi sono ironici ed ingegnosi, nei suoi spettacoli parla al pubblico in modo onesto e riesce con naturalezza a divertire, sorprendere e far riflettere. inoltre è rosso, che non guasta mai.

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only a ginger can call another ginger “ginger”!

 

#errori nell’imparare una lingua straniera

1 iniziare dalla grammatica 
spesso è il sistema scolastico ad imporci questa consuetudine, ma possiamo integrare, anche da soli, lo studio della grammatica con modalità meno “formali” di apprendimento, come l’ascolto di brani, la visione di film o notiziari, la conversazione tramite chat virtuali o non.

2 fermarsi all’uso senza studiare anche la grammatica
anche limitarsi all’ascolto, alla lettura di articoli o racconti e alla conversazione spicciola, non sarà sufficiente a renderci realmente competenti; se vorremo non solo farci capire ma anche esprimerci al meglio, dovremo aprire il libro di grammatica (e leggerlo attentamente).

3 non seguire il meccanismo “naturale”
qualsiasi sia l’input linguistico ricevuto, il modo migliore di elaborarlo per il nostro cervello è partire da una visione d’insieme per capire il senso generale, per poi passare a un’analisi dei particolari e sintetizzarne i significati e le funzioni; l’uso ripetuto ma anche la riflessione su quanto appreso fisseranno il tutto nella nostra mente.

4 non considerare tutti gli aspetti della comunicazione
quando si studia un’altra lingua a volte si dimentica che essa fa parte di una cultura, con valori e consuetudini propri (per quanto riguarda l’inglese, questo aspetto si è perso perché è diventata una lingua “globale”, ma ci saranno sempre differenze tra l’inglese britannico, quello americano, quello indiano ecc.); una comunicazione davvero efficace dovrebbe basarsi anche su queste conoscenze, sull’intonazione, sulla gestualità.

5 aver paura di sbagliare, di fare “brutta figura”
non solo sbagliare è normale, è anche utile: se si riflette sull’errore e si capisce il meccanismo che l’ha generato, è più facile correggersi e non ripeterlo all’infinito.