L’importanza dei finali

Da poco ho letto Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk dal quale nel 1999 è stato tratto il celeberrimo (almeno credo) film diretto da David Fincher. Prima di leggerlo non sapevo quanto fosse stato bravo Fincher, assieme allo sceneggiatore Jim Huls, a rendere l’intreccio del libro, il punto di vista del protagonista e il tono, l’atmosfera che si respira tra le pagine scritte da Palahniuk. Ci è riuscito, ovviamente, con tutti quegli accorgimenti tecnici che può e deve usare un bravo regista per trasporre un testo letterario in uno audiovisivo, quindi, in questo caso, con un montaggio particolare, un protagonista che parla al pubblico e racconta di sé senza risultare forzato o ridicolo, un’attenta costruzione delle immagini e una quasi ipnotica colonna sonora.

Il film ha comunque, come è normale che sia, alcune differenze, in parte di poco rilievo, in parte sostanziali, con il romanzo. Voglio soffermarmi qui su due elementi molto importanti: la caratterizzazione di Tyler Durden [SPOILER: l’alter ego del protagonista] e il finale. Quello che attua Fincher con il personaggio interpretato da Brad Pitt, cosa confermata dallo stesso regista, è un decisivo abbellimento. Tyler è un gran figo, c’è poco da aggiungere, filosofeggia, ha carisma, è forte e attraente, sia per le donne che per gli uomini. Inoltre, a differenza del personaggio nel libro, Tyler non uccide nessuno, sì è violento, cinico, e [SPOILER] per la causa di gettare nel caos il sistema benpensante e consumistico, muore il “commilitone” Bob, ma non uccide nessuno con le sue mani, né per sua volontà salta in aria qualcuno.

Probabilmente questo è uno dei motivi principali per cui, in seguito al film, si è sviluppato una sorta di culto di Tyler Durden, non solo tra i sostenitori dell’anarchia e della distruzione, ma anche tra i semplici detrattori del capitalismo, stanchi di piegarsi alle regole del mercato e di adattarsi alle etichette di questa società preconfezionata. D’altronde ci si può ribellare anche senza fare veramente del male a nessuno…

Ma veniamo al secondo punto, ancor più fondamentale. [SPOILER] Il romanzo termina con il narratore che si spara e che viene soccorso da Marla e dagli altri membri dei gruppi di sostegno per le malattie terminali, si risveglia in un luogo che sembra a tutti gli effetti un ospedale psichiatrico e qui diventa evidente la sua condizione seriamente problematica e si può intuire che il suo doppio, Tyler, non sia affatto scomparso. Il finale del film, lasciando le cose più appese, risulta più ottimista. Anche qui il protagonista/Edward Norton si spara e sopravvive, il suo alter ego si volatilizza, trasmettendo un senso di liberazione, e la scena finale ci mostra il nostro (anti)eroe che prende per mano la sua compagna di disavventure, mentre dalla vetrata dell’edificio osservano alcuni palazzi crollare, sulle note della canzone dei Pixies Where is my mind.

Paradossalmente Tyler – e Fight Club – è diventato un prodotto commerciale, con il suo merchandise. Paradossalmente, alla fine del film, molti spettatori vorrebbero che Tyler tornasse. Perché è un gran figo. Perché ha sovvertito le regole. Perché… cosa farà adesso il protagonista, tornerà a lavorare alla sua scrivania e si ricomprerà uno per uno i mobili Ikea precedentemente fatti saltare in aria? Sposerà Marla e avranno un bel bambino? Sembra che lo stesso Chuck Palahniuk, dopo il grande successo del film e l’idolatria del pubblico verso Tyler Durden, abbia contemplato questa possibilità, per poi [parziale SPOILER di Fight Club 2] distruggere ogni cosa e far fuori i suoi personaggi. Perché i lettori e gli spettatori avranno anche il diritto di interpretare e di amare ciò che vogliono, ma l’autore avrà sempre il sacrosanto diritto di uccidere le sue creature e di dare alla sua storia il finale che desidera – oppure no?

Annunci

Nessun dove

Neil Gaiman è stata per me una bellissima scoperta. Una scoperta graduale e non un colpo di fulmine. Sono passata dal Gaiman “autore di Coraline” (che non ho letto), alla raccolta di racconti Cose fragili, che mi ha suscitato un pallido interesse, poi all’entusiasmante avventura con Terry Pratchett (Buona apocalisse a tutti!)), fino ad approdare al misterioso Oceano in fondo al sentiero. Eccomi infine giunta a Nessun dove, che mi ha conquistata fin dalle prime pagine.

Richard Mayhew è “uno di noi”, un ragazzo che si trasferisce a Londra per iniziare la sua vita da adulto, si trova un lavoro decente, una bella fidanzata, e la sua esistenza trascorre tranquilla, senza scossoni, e sembra che tutto vada bene così com’è. Ma poi Richard incontra Porta, un’esile ragazza ferita riversa su un marciapiede, e non può fare a meno di aiutarla. Non può fare a meno di accoglierla nella sua casa e, man mano, dentro se stesso. Perché Porta diventa il tramite per un’altra realtà: la Londra di Sotto. Questa realtà parallela, invisibile alle persone “normali”, è fatta di cunicoli, oscurità, personaggi bizzarri. Qui le paure sono palpabili e le prove da superare possono trasformare un semplice ragazzo di provincia, in un eroe, o quantomeno, in un uomo.

Gaiman ha creato una storia perfetta, che può piacere ai più giovani e contemporaneamente agli adulti. A meno che questi si sentano troppo adulti per leggere di persone che parlano coi ratti, di qualcuno che tiene la sua vita in una scatoletta d’argento, di angeli che offrono un vino che fa ubriacare con un sorso, e di cattivi che sembrano la versione terrificante del gatto e la volpe.

Il racconto segue con precisione lo schema delle fiabe, così come è stato studiato e analizzato dal linguista ed antropologo Vladimir Propp. Di questo infatti si tratta: di una fiaba, ambientata in una città moderna e con personaggi che possiamo facilmente riconoscere. E come ogni buona fiaba è principalmente un racconto di formazione, che ci svela un cambiamento interiore attraverso l’azione.

Un’avventura che riusciamo a vedere quasi fosse realmente davanti ai nostri occhi, che viviamo assieme al protagonista, che ci farà sorridere – e sognare – davanti a una porta chiusa.

 

The Christmas Cookie Book Tag

Buongiorno lettrice/lettore! Oggi do ufficialmente il benvenuto al mese di dicembre, alla stagione del respiro con nuvoletta di vapore, dei calzettoni e dei berretti di lana, e delle prorompenti festività natalizie. Lo faccio con un tag trovato per caso, creato dalla ragazza del canale youtube Share, Inspire, Journey, Dream: The Christmas Cookie Book Tag. Sono 10 domande che riguardano i libri, i biscotti e il Natale, alcune delle cose terrestri che preferisco.

Ecco le domande, che ho tradotto alla meglio dall’inglese, con le mie relative risposte.

1) Biscotti con gocce di cioccolato, ci confortano in tutte le stagioniIl libro preferito di sempre. 

La storia infinita, di Michael Ende. 

il_570xn-747759024_gtjp  

2) Biscotti secchi con anice e mandorle, duri da mordere, ma ne vale la penaUn libro difficile da leggere all’inizio, ma che alla fine ti ha dato molta soddisfazione.

1984, di George Orwell. L’ho letto in lingua originale, ma non è stata tanto questa la difficoltà, quanto i contenuti. Nonostante la crudezza, è uno dei miei preferiti.

3) Biscotti glassati, di forme e dimensioni diverseConsiglia un libro “diverso”.

Invisible Monsters, di Chuck Palahniuk. Sono particolari sia la struttura, che la trama, che i personaggi.

4) Biscotti al burro di arachidi, che da sfavoriti diventano i preferiti delle festeUn personaggio che, anche se lentamente, hai imparato ad amare.

Direi in generale i personaggi dei romanzi di Haruki Murakami e in particolare il protagonista di Dance Dance Dance.

afea3ef9dc2b67a55830a674658d3a70-haruki-murakami-art-and-illustration

5) Biscotti alla cannella, che solo a nominarli ci fanno sorridereUn libro che ti ha fatto ridere/sorridere.

Buona apocalisse a tutti! di Terry Pratchett e Neil Gaiman.

6) Biscotti con frutta candita, i biscotti che non dovrebbero esistereUn libro di cui potevi fare a meno.

Ricordo di aver rivenduto uno o due libri di Fabio Volo.

7) La casa di pan di zenzero, più di un biscotto, un capolavoroIl libro scritto meglio o con il mondo inventato migliore.

Non saprei sceglierne uno, ne nomino tre letti quest’anno: Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie; Harry Potter e la pietra filosofale di J.K. Rowling; qualsiasi racconto di Stephen King.

you_can_actually_have_a_harry_potter_christmas_feast_in_the_great_hall_at_hogwarts___

8) Biscotti fatti apposta per Babbo NataleUn libro (o più di uno) che conti di leggere durante le vacanze.

La lista delle letture in sospeso è lunga, ma credo che opterò per Nessun dove, di Neil Gaiman.

9) Scambio di biscottiI tuoi biscotti preferiti per le feste (possibilmente con la ricetta).

Biscotti al cacao con cuore morbido di cioccolato fondente.

10) Un bicchiere di latte per mandare giù tuttoLa tua bevanda “natalizia” preferita.

Cappuccino con latte d’avena, zenzero e cannella.

Cannella

Questa era l’ultima. Spero di averti dato qualche spunto di lettura… tra un biscotto e l’altro. E se ti va, rispondi anche tu!

Mindhunter: viaggio nella mente dei serial killer

Mindhunter è una nuova serie televisiva statunitense, di genere thriller drammatico, diretta da David Fincher, regista di Seven, Fight Club, Zodiac e Gone Girl.  Racconta gli albori degli studi sugli assassini seriali e la loro “profilazione“, ovvero la definizione del profilo criminale.

La serie è basata sul libro Mindhunter: la storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto più di vent’anni fa da John E. Douglas e Mark Olshaker. John Douglas è stato un agente speciale dell’FBI ed è tuttora un autore di saggi sulla criminologia.

Iniziò la sua carriera nell’FBI nel 1970, prima come cecchino poi come negoziatore per gli ostaggi. Nel 1977 fu trasferito nell’Unità di scienze comportamentali, e da questo momento cominciò ad insegnare le tecniche di negoziazione e la criminologia agli agenti dell’FBI e a quelli di polizia in tutti gli Stati Uniti. Fu lui a creare e dirigere il Programma di Profilazione Criminale, un programma che si arricchì negli anni con le numerose interviste ad assassini seriali e perpetuatori di crimini particolarmente violenti; per citarne alcuni: David Berkovitz, Edmund Kemper, Charles Manson.

Lo studio, realizzato anche attraverso nuove ed efficaci tecniche di interrogatorio, riguardava la psicologia dei criminali più pericolosi, i retroscena dei loro crimini, i loro trascorsi familiari, il loro modus operandi. Questo ha permesso non solo di catalogare le diverse tipologie di assassino e di comprenderne meglio le scelte e le modalità di azione, ma ha portato l’investigazione ad un livello più profondo, assicurando un numero crescente di criminali alla giustizia. È nato proprio in quei primi anni di ricerca il termine serial killer, forse ad opera dello stesso Douglas, o più probabilmente coniato da un suo più anziano collega di nome Robert Ressler.

John Douglas sembra aver dedicato tutta la sua vita allo studio della mente criminale, e non molto tempo fa, nel suo libro The Forgotten Killer, si è espresso a favore dell’innocenza di Amanda Knox. Aldilà della verità dietro ogni singolo caso, credo ci sia ancora tutta una dimensione da scoprire all’interno della mente umana e che valga la pena continuare ad indagare.

Racconti del terrore – tra fantasia e realtà

asdJohn William Polidori nacque a Londra nel 1795. Era un giovane brillante, infatti si laureò in medicina a soli 19 anni. In seguito divenne medico personale del poeta George Byron e lo accompagnò nei suoi viaggi attraverso l’Europa. Era con lui, e con la coppia Mary e Percy Shelley (non ancora sposata) e la sorellastra di lei, quando rimasti bloccati da una tempesta nella Villa Deodati presso il lago di Ginevra, decisero di passare il tempo scrivendo storie di fantasmi. È noto che da questo “gioco” nacque Frankenstein, ed ebbe vita anche Il Vampiro, scritto da Polidori ma erroneamente attribuito per lungo tempo a Lord Byron. Fu proprio a lui che il giovane medico si ispirò per creare quello che è considerato il prototipo del vampiro moderno, ovvero la creatura demoniaca ma allo stesso tempo elegante e affascinante che tutti conosciamo. Terminato il lavoro al fianco del poeta, non è chiaro quali furono le vicissitudini che portarono nel 1821 John Polidori, ancora giovanissimo, a togliersi la vita.

jb_nation_poe_1_mEdgar Allan Poe, considerato l’inventore del genere letterario “del terrore”, nacque a Boston, Stati Uniti, nel 1809. La sua vita fu affascinante e tormentata almeno quanto le sue opere. Rimase orfano a 2 anni e fu allevato dallo zio. Studiò per diversi anni in Inghilterra, in seguito, tornato in Virginia, fu espulso dall’università per la sua condotta dissoluta. Nonostante iniziò a scrivere molto presto, per lui fu difficile mantenersi con il solo lavoro di scrittore, per questo si dedicò per un periodo alla carriera militare, e poi fece ricorso spesso a prestiti e altre forme di assistenza. Nel 1835 sposò la cugina tredicenne Virginia, che più tardi si ammalò di tubercolosi e infine morì, lasciando un profondo segno nell’animo di Poe. Fu soprattutto da quel momento che lo scrittore si abbandonò all’uso di alcool e droghe, ma è proprio in questi stessi anni che nacquero i racconti del terrore che lo hanno reso famoso. La trilogia Eleonora, Ligeia e Morella rappresenta pienamente e in modo poetico quel sentimento di angosciosa sofferenza per la perdita di una persona amata. E.A. Poe morì diversi anni (e racconti) dopo, nel 1849 a Baltimora, in circostanze misteriose.

220px-william_hope_hodgsonWilliam Hope Hodgson nacque nell’Essex, in Inghilterra, nel 1877. A soli 14 anni si imbarcò, iniziando una faticosa carriera che lo tenne in mare per otto anni. In seguito si trasferì in Francia, dove prese l’avvio la sua produzione letteraria, influenzata dalla passata vita in mare e orientata profondamente al soprannaturale. Le sue opere, e in particolare il romanzo breve La casa sull’abisso, ispirò H.P. Lovecraft nella creazione del suo ciclo di Cthulhu. Durante la Prima Guerra Mondiale Hodgson decise di arruolarsi nell’esercito britannico, e infine morì, nel 1918, durante un bombardamento.

200px-howard_phillips_lovecraftHoward Phillips Lovecraft nacque nel 1890 a Providence, Rhode Island. La sua vita non fu affatto fortunata; cresciuto da una madre iperprotettiva (in seguito alla morte prematura del padre), ebbe spesso episodi di esaurimento nervoso che non gli permisero una crescita “normale” e soddisfacente. Solo dopo la morte di lei, Lovecraft si sposò e andò a vivere a New York, ma questa situazione non durò a lungo. Nonostante il talento dello scrittore fu ben presto riconosciuto, non riuscì mai a vivere dignitosamente solo del suo lavoro creativo, e fu costretto per tutta la sua vita a correggere opere altrui. Il matrimonio fallì e Lovecraft, tornato nella città natale, sfogò tutta la sua frustrazione nella scrittura, componendo la maggior parte dei suoi racconti più impegnativi e conosciuti, a partire da Il richiamo di Cthulhu, Il caso di Charles Dexter Ward, Il colore venuto dallo spazio, e la Storia del Necronomicon. La scrittura non gli rese la vita più facile e purtroppo nel 1937, all’età di 46 anni, morì a causa di un tumore all’intestino, ma da quel momento H.P. Lovecraft divenne un mito immortale della letteratura del terrore.

British is my cup of tea

Benvenuta/o in quella che potrebbe diventare una vera e propria rubrica, ovvero il mio angolo delle meraviglie provenienti dal Regno Britannico. Qui si parla sempre principalmente di libri, film e serie tv, e così sarà anche questa volta.

thumb_book-loceano-in-fondo-al-sentiero-330x330_q95

La mia ultima lettura è L’oceano in fondo al sentiero, dell’autore originario di Portchester, Neil Gaiman. La storia inizia con un uomo sulla quarantina che fa ritorno nel suo paese natale per un funerale e che, giunto presso la fattoria delle sue vecchie vicine, le donne Hempstock, si sofferma a ricordare il passato. Dai ricordi dell’uomo emergerà una realtà incredibile e oscura, abitata da entità antiche e fameliche, e da una ragazzina di undici anni (ma chissà da quanto tempo), che affermava che lo stagno in fondo al sentiero fosse un oceano.

Questa lettura, ancor prima di colpirmi per i suoi elementi fantastici – che vengono presentati in modo ineluttabile, come è giusto che sia, attraverso gli occhi di un bambino – mi ha catturato nel suo essere evocativa di quelli che sono stati anche i luoghi della mia infanzia. No, non sono vissuta nelle campagne inglesi degli anni ’60, ma anche nella Sardegna meridionale degli anni ’80, ho avuto la mia buone dose di stradine terrose, bocche di leone e luoghi ameni in cui immaginare l’esistenza delle fate.

locandina

Mi è capitato, leggendo questo libro, di figurarmi la sua trasposizione cinematografica. E subito mi è venuto in mente Terry Gilliam, che sì è un regista americano, ma che ha rinunciato alla cittadinanza statunitense per quella britannica. Di recente ho guardato il suo Tideland – Il mondo capovolto. Si tratta di un film orribile e bellissimo, che ha ricevuto critiche molto contrastanti, su una ragazzina che, dopo la morte dei genitori tossicodipendenti, rimane sola in una catapecchia sperduta in una campagna sconfinata, e si rifugia nel suo mondo immaginario, tanto inquietante quanto la stessa realtà che la circonda. Se conoscete l’estetica dei film di Gilliam, dopo aver letto il romanzo di Gaiman, capirete perché ho immaginato facilmente una sua versione de L’oceano in fondo al sentiero.

In seguito a queste letture/visioni, proprio qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessante articolo di Luca Divelti, Il Monty Python’s Flying Circus, sullo show dei miei amati Monty Python, sulla collaborazione con l’allora animatore Terry Gilliam, sulla loro comicità irriverente, che ha avuto una così forte influenza sulla cultura britannica e non solo.

 

 

Good Omens – Buona Apocalisse a tutti!

L’Apocalisse si avvicina, pare che la fine del mondo avverrà sabato prossimo. Questa è una brutta notizia, non tanto per gli umani che ne sono perlopiù all’oscuro, ma per l’angelo Azraphel e il demone Crowley, che vivono sulla Terra da tanti, troppi anni ormai e hanno imparato ad apprezzare le piccole gioie della vita, e non vorrebbero proprio rinunciarvi.

good-omens-david-tennant-michael-sheen

I due, malcelatamente amici di vecchia data, decidono allora di trovare l’Anticristo, ancora ragazzino, e indirizzarlo sulla retta via. Il problema è che, undici anni prima, la suora che doveva affidare il figlio di Satana a una coppia di diplomatici americani, ha compiuto un errore, e il bimbo si è ritrovato in un’amorevole famiglia britannica. Si chiama Adam Young e vive a Lower Tadfield, una idillica cittadina dell’Oxfordshire.

877231c

Mentre Adam inizia a sperimentare, giocando con i suoi amici, gli effetti dei suoi straordinari poteri, i Quattro Motociclisti dell’ApocalisseGuerra, Carestia, Inquinamento e Morte – si riuniscono e sono pronti a scatenare l’Inferno. Tutto sta avvenendo in linea con Le Belle e accurate profezie di Agnes Nutter, libro scritto da una strega del 1700 e che ora è nelle mani di una sua discendente, Anatema Device, che cerca di decifrarle. Nel frattempo, anche gli ultimi cacciatori di streghe, il sergente Shadwell e Newton Pulsifer, intuiscono che sta succedendo qualcosa di strano e cominciano ad indagare…

michael-mckean-better-call-saul

Buona Apocalisse a tutti! (titolo originale: Good Omens, “Buoni presagi”) è un romanzo del 1990 scritto da Terry Pratchett e Neil Gaiman. Ho scoperto che ci sono persone a cui questi autori non piacciono, a cui non piace neppure Douglas Adams, l’umorismo inglese e l’umorismo letterario in generale. Be’, non si può discutere sui gusti. A me tutte queste cose piacciono moltissimo, e per questo ne parlo. Spero che qualcuno che ancora non conosce questo libro ne sia incuriosito e lo legga… Io dirò solo un’altra cosa: pochi libri mi hanno fatta sentire immersa completamente nell’avventura, legata irrimediabilmente ai suoi personaggi, curiosa di conoscere i loro movimenti, anche una volta che il libro è stato chiuso. Ecco, questo è uno di quei libri.

 

La bottiglia magica

La bottiglia magica è un libro edito nel 2016, scritto da Stefano Benni e illustrato da Luca Ralli e Tambe. Io sono sempre ben disposta verso i lavori di Benni, perché è uno dei miei autori preferiti, anche se i miei giudizi non sono sempre e indifferentemente positivi. Alcune sue opere (come Cari mostri) non mi hanno entusiasmato e potrei dire siano state deludenti. In questo periodo sono particolarmente ispirata dalle graphic novel e La bottiglia magica si può collocare facilmente in questo genere, dato che i disegni vanno di pari passo con il racconto e contribuiscono a far andare avanti e arricchire la storia. Questo è un elemento che ho apprezzato e ci tengo a sottolinearlo perché non sia mai che ci si convinca che i libri illustrati siano “solo per bambini”. Ci sono state un paio di cose che non mi hanno soddisfatta (la risoluzione frettolosa e semplicistica di alcune situazioni, e l’insistenza quasi ossessiva dello scrittore per certe tematiche), ma nel complesso ho apprezzato il racconto di formazione, e la lettura, anche se breve, è stata coinvolgente e divertente.

COSA MI È PIACIUTO: 1. che si usi il fantastico come trasfigurazione della realtà per metterne in luce gli aspetti grotteschi, come nei migliori romanzi di Benni e come nei migliori romanzi in generale;

La bottiglia magica (1)

2. che sia pieno di riferimenti letterari (Alice nel paese delle meraviglie, Pinocchio, e anche Moby Dick, Biancaneve e i sette nani, Il corvo…);

La bottiglia magica (2)

3. che ci sia il Duca Bianco, ovvero David Bowie, come rappresentante della buona vecchia musica e dell’arte autentica;

La bottiglia magica (4)

4. che si ritrovi il solito umorismo benniano, spesso mirato a ridicolizzare le maggiori tendenze del nostro tempo (es. Justin Biberon, Monsterchef);

La bottiglia magica (6)

5. le illustrazioni.

La bottiglia magica (3)

BONUS. Mi piacciono anche i tanti omaggi che Benni fa alla mia terra, la Sardegna. Particolarmente apprezzata qui è la dea Hic Nusa… probabile che sia stata d’ispirazione. Allora direi di rileggere il libro sorseggiando una bottiglia di birra, meglio se in compagnia, e scaturirà la magia!

Quella sagoma di Albus

“Questa cicatrice se la terrà per sempre.”
“E lei non può farci niente Silente?”
“Anche se potessi, non lo farei. Le cicatrici possono tornare utili. Anche io ne ho una, sopra il ginocchio sinistro, che è una piantina perfetta della metropolitana di Londra.”

[Harry Potter e la pietra filosofale]