Consigli per un umano

La vergogna è una prigione. Liberatene.

Sii gentile con gli altri. In una prospettiva universale, gli altri sono te.

Ridi. Ti fa bene.

A volte per essere te stesso dovrai dimenticarti di te stesso e diventare qualcos’altro. Il tuo carattere non è immutabile. Verrà il momento in cui dovrai cambiare per stargli dietro.

Leggi poesie. Soprattutto Emily Dickinson. Potrebbe salvarti la vita. Anne Sexton sa tutto sulla mente umana, Walt Whitman sa tutto sull’erba, ma Emily Dickinson sa tutto su tutto.

Non preoccuparti se ti arrabbi. Preoccupati quando arrabbiarti diventa impossibile. Perché significa che ti hanno consumato.

In fatto di fedeltà i cani sono geniali. Ed è un buon modo per essere geniali.

Space Oddity di David Bowie non ti insegna niente sullo spazio, ma ha degli schemi musicali piuttosto gradevoli all’ orecchio.

Nessuno ha mai del tutto ragione su niente. In nessun luogo.

Siamo tutti ridicoli. Se qualcuno ride di te, è solo perché non capisce del tutto la propria comicità.

Hai il potere di fermare il tempo. Succede quando baci qualcuno. O ascolti musica. La musica, tra l’altro, serve a vedere le cose che non riesci a vedere in altro modo. È la cosa più innovativa che hai. È un superpotere. […]

Un paradosso: le cose che non ti servono per vivere – i libri, l’arte, il cinema, il vino e via dicendo – sono quelle che ti servono per vivere.

Un giorno, se ti troverai ad avere del potere, ricordati di dire a tutti che poter fare una cosa non significa doverla fare. Ci sono forza e bellezza anche nelle ipotesi non dimostrate, nelle labbra non baciate, nei fiori non colti.

Ti alzi al mattino. Indossi i vestiti. Poi indossi la tua personalità. Scegli con attenzione.

Se una cosa ti sembra brutta, guardala meglio. La bruttezza è solo un difetto della vista .

Non sei obbligato a diventare un accademico. Non sei obbligato a diventare nulla. Non sforzarti. Tasta il terreno e non smettere mai, finché non trovi qualcosa che ti sta bene. Magari non ti starà bene nulla. Magari sei la strada e non la destinazione. Va bene così. Sii pure la strada. Ma accertati che ci sia un bel panorama dietro i finestrini.

Matt Haig (Gli umani – The Humans)

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A very British… giugno

Giugno, mese di ricordi (tanto per cambiare) e di acquazzoni improvvisi. Un mese che anche in quanto a visioni, letture e ascolti ha avuto un sapore particolarmente britannico, senza che io lo decidessi.

Film: The Bookshop

Il film è un adattamento dell’omonimo romanzo di Penelope Fitzgerald del 1978 ed è ambientato nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Racconta la storia di Florence Green, una giovane vedova che decide di guardare avanti e aprire una piccola libreria in una cittadina della costa meridionale inglese, decisamente un po’ troppo sopita culturalmente. La libreria vede la luce nella storica ed umida Old House, e questo non incontra il favore della signora Clarkson, eminente figura del paese. Osteggiata nel suo tentativo di diffondere il piacere della lettura, Florence trova il sostegno inaspettato di un uomo solitario e avvolto dal mistero, Mr Brundish. Un film delicato che racconta una storia semplice, senza clamori né originali colpi di scena, e che si regge principalmente sulla bravura dei suoi interpreti e sulle scenografie (per me) mozzafiato.

Serie tv/miniserie: Patrick Melrose

Composta da cinque puntate, la miniserie è l’adattamento dei cinque romanzi di Edward St Aubyn che compongono il ciclo dei Melrose, basati sulla vita dello stesso autore. Si racconta la storia travagliata di Patrick: cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia inglese, con un padre orribile e una madre quantomeno fragile ed irresponsabile, cerca per anni di sconfiggere i suoi demoni, prima perdendosi tra i deliri dell’alcol e dell’eroina, poi dedicandosi a nuove sfide, come il matrimonio e la paternità. Una serie dura, che colpisce in profondità, fino allo stomaco ed oltre, ma godibile come solo la migliore black comedy può esserlo. Con un Benedict Cumberbatch perfetto in ogni dettaglio.

Libri: Gli umani e Charlie and the Chocolate Factory

Questa nella foto è la quarta di copertina del libro di Matt Haig, che credo riesca a dare un’immagine abbastanza fedele del contenuto. Una sorta di K-Pax incentrato sul percorso compiuto dall’alieno per comprendere gli umani, per diventare lui stesso umano; un romanzo che si muove tra le emozioni, i problemi di una vita mortale e i piccoli piaceri, con garbata ironia e intelligenza. Un autore che cercherò di conoscere meglio.

Sto per terminare anche uno dei grandi classici di Roald Dahl, Charlie e la fabbrica di cioccolato, nella versione originale in lingua inglese. Ho scoperto che le trasposizioni cinematografiche sono alquanto fedeli, ognuna a modo suo, e che Dahl aveva una scrittura vivida e fantasiosa, all’altezza delle sue storie. “The children were too flabbergasted to speak. They were staggered. They were dumbfounded. They were bewildered and dazzled. They were completely bowled over by the hugeness of the whole thing.” O_O

Musica: Damon Albarn e i Gorillaz

Summer of Books

Sarà un’estate di studio e di letture, più di qualsiasi altra, eppure so che leggerò solo una minima parte dei libri che vorrei leggere, solo una minuscola parte dei libri che avrei bisogno di leggere per avere una cultura di cui andare fiera. So anche che tra queste prossime letture non mancheranno i miei autori preferiti e quei libri che mi riprometto di leggere ormai da troppo tempo, e che questi distoglieranno un po’ l’attenzione dalle letture più “impegnate”. E va benissimo così.

E voi sapete quali saranno le vostre prossime letture? Avete letto qualcuno di questi libri o ne avete sentito parlare?

Gli umani – Matt Haig [in lettura]

Il salmone del dubbio – Douglas Adams

La mia famiglia e altri animali – Gerald Durrell

Kafka sulla spiaggia – Haruki Murakami

I ragazzi di Anansi – Neil Gaiman

Il gigante sepolto – Kazuo Ishiguro

Yeats è morto! – Vari autori irlandesi

Gli uccelli – Tarjei Vesaas

Fahrenheit 451 – Ray Bradbury

A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare – Philip K. Dick

Vi presento i Durrell

Louisa, suo marito Lawrence Durrell e i loro quattro figli vivono in India durante l’Impero anglo-indiano. Il signor Lawrence, ingegnere oberato di lavoro, muore disgraziatamente per un infarto nel 1928, e la famiglia si trasferisce in Inghilterra, dove già il figlio maggiore, Lawrence (Larry), era stato mandato per motivi di studio. Qualche anno più tardi, nel 1935, i Durrell vanno a vivere nell’isola greca di Corfù, probabilmente spinti dalle difficoltà economiche e da una generale e profonda insoddisfazione per la grigia esistenza nella cittadina inglese di Bournemouth.

Qui in Grecia Larry si dedica alla scrittura dei suoi primi romanzi. Mostra fin da subito la sua vena poetica e virtuosistica, nonché la sua predilezione per la tematica amorosa ed erotica, che rigoglierà poi nelle sue opere di maggiore successo del “quartetto di Alessandria“. Suo fratello Leslie non ha altrettanta fortuna con la carriera, non trovando mai una vera e propria vocazione aldilà della sua passione per le armi, e vive in balìa del proprio cuore forse un poco ingenuo. Margaret, detta Margo, adolescente spensierata, trova in Corfù la sua vera casa, con il sole, il mare e la gente del posto che non vorrà più lasciare.

Il piccolo Gerald (Gerry), immerso nella natura del Mediterraneo, può vivere liberamente il suo più grande amore: quello per gli animali. Man mano riempie l’abitazione di famiglia e il giardino circostante di piccoli e grandi animali selvatici, e con l’aiuto dello scienziato Theodore Stephanides, che diventa suo mentore e amico, si dedica allo studio della fauna locale, interessandosi sempre più alla cura delle creature maggiormente a rischio di estinzione.

Sull’isola i quattro fratelli, assieme all’amata madre, trascorrono cinque anni di indimenticabile pace. È il 1939 e con la Seconda Guerra Mondiale inesorabilmente le loro vite prendono strade diverse e impreviste. Ma c’è un lieto fine.

Lawrence non è il solo a raggiungere una certa fama. Gerry, una volta finita la guerra, riesce a laurearsi e a diventare zoologo, realizzando così il sogno della sua vita: un’intera esistenza dedicata alla natura, agli animali, all’esplorazione e alla salvaguardia delle specie più rare e fragili. Non solo, scrive anche una serie di libri a tema naturalistico e tra questi la trilogia autobiografica La mia famiglia e altri animali, L’isola degli animali e Il giardino degli dei. Da questi romanzi è stata tratta la serie tv The Durrells, composta per il momento da tre stagioni, che racconta quei magici anni trascorsi sotto il sole di Corfù, e che mi ha permesso di conoscere questa famiglia sorprendente.

Una recensione olistica

“I paradossi sono esattamente come il tessuto cicatriziale. Tempo e spazio vi si richiudono intorno e le persone ricordano una versione dei fatti che ha tanto senso quanto quelle gliene richiedono. Ciò non significa che quando ci si imbatte in un paradosso non ci sia qualcosa che colpisce per la sua stranezza, ma se sei passato attraverso la vita senza che questo ti sia già accaduto, allora non so in quale universo tu abbia vissuto, ma di certo non in questo.”

Dirk Gently, agenzia di investigazione olistica non è solo un libro di avventura, di mistero, di fantascienza umoristica; Dirk Gently non è solo un libro. È la storia di un detective diverso da chiunque altro, un detective olistico, fermamente convinto nell’interconnessione tra tutte le cose. Se Sherlock Holmes affermava che “una volta eliminato l’impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità”, Dirk al contrario non esclude mai l’impossibile.

E ciò che viene raccontato è davvero qualcosa di incredibile, per cui bisogna lasciare il buon senso a cuccia da qualche parte, per godersi il viaggio. Conoscerete il vegliardo professor Urban Chronotis detto Reg, l’ingenuo Richard MacDuff, lo sconclusionato Dirk, e sarete lì con loro all’università di Cambridge, o sul lungo Tamigi, così come in uno strano pianeta dal terriccio rosa in cui esistono monaci elettrici pronti a credere a tutto.

Ma la cosa migliore non sarà questa. La cosa migliore è che questo libro continua ad echeggiare dentro, una volta finito. Certo non dico succederà a chiunque, ma se siete fortunati e un po’ folli, credo vi capiterà. Vi ritroverete a cercare informazioni sul poeta romantico Samuel Taylor Coleridge, a leggere della sua ballata del vecchio marinaio, ad ascoltare con curiosità la musica di Bach, e soprattutto non guarderete mai più un divano senza sorridere (e pure un frigorifero, se leggerete il seguito La lunga oscura pausa caffè dell’anima).

Douglas Adams – ora più che mai me ne rendo conto – non era solo un autore divertente, era anche un uomo di grande cultura e intelligenza. E come tale sapeva che nella vita sono poche le cose davvero importanti: il rispetto per la natura, una bella risata, e, per ogni evenienza, un asciugamano.

Shada – l’avventura perduta di Doctor Who

“A cinque anni Skagra stabilì categoricamente che Dio non esisteva. La maggior parte degli abitanti dell’universo, davanti a una simile rivelazione, reagisce in due modi: sospirando di sollievo o sprofondando nello sconforto. Solo Skagra se ne uscì con: Ah, vuol dire che il posto è libero.”

Quando ho trovato questo volume su uno scaffale di una piccola libreria di libri usati non ho potuto fare a meno di acquistarlo. Prima di tutto perché racconta un’avventura con protagonista il Dottore (precisamente il quarto, quello interpretato da Tom Baker, il mitico dottore con la lunga sciarpa colorata). Seconda cosa, racconta un’avventura che originariamente fu scritta per la tv dallo scrittore di fantascienza umoristica Douglas Adams (quello di Guida galattica per autostoppisti, per intenderci), ma che non fu mai girata per intero.

Si dice che Adams non ne andasse particolarmente fiero ed è probabile che questo dipendesse dall’essere stato più o meno costretto a una scrittura veloce, che non gli lasciò il tempo di curare certi dettagli e sbrogliare per bene tutta la matassa. Più di trent’anni dopo, ci ha pensato Gareth Roberts a farlo, uno degli autori “moderni” di Doctor Who, che – a mio parere – se l’è cavata piuttosto bene. Roberts afferma di aver fatto una lunga ricerca sulla storia e le tradizioni dei Signori del Tempo prima di affrontare la “riscrittura” di Shada, e di essersi impegnato per sviluppare l’avventura così come lo stesso Adams avrebbe voluto.

Questo libro è quindi un omaggio – assolutamente sentito e appassionato – a un grande autore, purtroppo scomparso troppo presto. Roberts scrive: “Quando il telefilm tornò in tv, nel 2005, pensai che era un vero peccato che non ci sarebbe più stata la possibilità di assistere a una nuova avventura che riportasse nei titoli di coda: sceneggiatura di Douglas Adams. Scommetto che ne avrebbe scritto volentieri altre. Tempi di consegna permettendo. Spero che questo libro possa rappresentare una degna alternativa. Una vecchia-nuova storia di Doctor Who scritta da Douglas Adams, che permetta ai milioni di nuovi fan del Dottore di apprezzare il lavoro del migliore in assoluto tra i suoi sceneggiatori, e che faccia rivivere Douglas e il suo genio. Per un libro sarebbe davvero un modo meraviglioso di comportarsi.”

Non so cosa sto provando! (Atlante delle emozioni umane)

Non si è sempre parlato di emozioni. In passato, essere vittima di una particolare sofferenza poteva voler dire essere posseduti da qualche spirito maligno; o essere una persona impulsiva e violenta corrispondeva ad avere una eccessiva quantità di sangue nel corpo. Ma con l’approfondimento degli studi sulla psiche umana, le emozioni hanno assunto un ruolo via via più importante. È ormai unanime l’opinione che vede il riconoscimento e la buona gestione delle emozioni due fattori essenziali per il benessere di ogni essere umano. Ovviamente – ma forse non è poi così ovvio, non per tutti – le emozioni non sono le stesse ovunque, in qualsiasi parte del mondo. Ci sono culture che danno moltissima importanza a un’emozione e altre che quell’emozione la ignorano; ci sono popoli che possono trovarsi a corto di parole per definire ciò che provano, mentre altri che per quella stessa sensazione hanno creato una parola ad hoc.

Per questo nasce l’Atlante delle emozioni umane, di Tiffany Watt Smith, un saggio enciclopedico sulla varietà delle emozioni dell’essere umano, una varietà – e peculiarità – che va oltre la nostra stessa immaginazione.

ABHIMAN. Questa emozione viene citata per la prima volta nei Veda (antichi testi sacri) ed è ancora usata oggi in tutto il subcontinente indiano. Il significato letterale è “dignità”, “orgoglio di sé”, ma ciò non basta per capirne a pieno il significato. L’abhiman evoca il dolore e la rabbia causati quando a farci del male è una persona che amiamo, da cui ci aspettiamo di essere trattati con gentilezza.

BRABANT. Sapete che non è una buona idea. Con ogni probabilità vi si ritorcerà contro. Eppure non potete evitare di pensare a cosa succederebbe se la metteste in pratica. Nel libro The Deeper Meaning of Liff, Douglas Adams e John Lloyd hanno chiamato questa emozione brabant: “il desiderio impellente di scoprire fino a che punto si può provocare qualcuno”.

GEZELLIGHEID. Molte lingue nordeuropee hanno una parola particolare per esprimere la sensazione della comodità e dell’accoglienza. In Olanda si usa il termine gezelligheid per descrivere sia una sensazione fisica, come lo starsene al calduccio in un posto confortevole in compagnia di buoni amici, sia lo stato emotivo del sentirsi “abbracciati” e confortati da qualcuno.

IJIRASHII. Vedere un corridore che taglia il traguardo contro ogni aspettativa, o venire a sapere di un senzatetto che restituisce un portafoglio smarrito, può provocarci un’intensa emozione. Forse ci capita persino di piangere, ma in alcune culture potremmo essere tacciati di eccessivo sentimentalismo. In Giappone questa sensazione è chiamata ijirashii ed è considerata la reazione opportuna davanti all’immensa forza d’animo dimostrata da chi, al primo sguardo, sembrava fragile e vulnerabile.

MAN. Cambiare città, diventare scrittori. Spesso non sappiamo spiegare esattamente perché vogliamo fare qualcosa, sappiamo solo che stiamo seguendo un richiamo, potremmo dire una vocazione. In hindi questo desiderio profondo si chiama man (pronuncia: mun). È un bisogno viscerale, irrobustito dalla consapevolezza che quel desiderio rispecchia il nostro io più autentico. A volte ciò che desideriamo può risultare incomprensibile per la nostra famiglia o i nostri amici, ma se è un fatto di man “la conversazione finisce lì”.

L’importanza dei finali

Da poco ho letto Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk dal quale nel 1999 è stato tratto il celeberrimo (almeno credo) film diretto da David Fincher. Prima di leggerlo non sapevo quanto fosse stato bravo Fincher, assieme allo sceneggiatore Jim Huls, a rendere l’intreccio del libro, il punto di vista del protagonista e il tono, l’atmosfera che si respira tra le pagine scritte da Palahniuk. Ci è riuscito, ovviamente, con tutti quegli accorgimenti tecnici che può e deve usare un bravo regista per trasporre un testo letterario in uno audiovisivo, quindi, in questo caso, con un montaggio particolare, un protagonista che parla al pubblico e racconta di sé senza risultare forzato o ridicolo, un’attenta costruzione delle immagini e una quasi ipnotica colonna sonora.

Il film ha comunque, come è normale che sia, alcune differenze, in parte di poco rilievo, in parte sostanziali, con il romanzo. Voglio soffermarmi qui su due elementi molto importanti: la caratterizzazione di Tyler Durden [SPOILER: l’alter ego del protagonista] e il finale. Quello che attua Fincher con il personaggio interpretato da Brad Pitt, cosa confermata dallo stesso regista, è un decisivo abbellimento. Tyler è un gran figo, c’è poco da aggiungere, filosofeggia, ha carisma, è forte e attraente, sia per le donne che per gli uomini. Inoltre, a differenza del personaggio nel libro, Tyler non uccide nessuno, sì è violento, cinico, e [SPOILER] per la causa di gettare nel caos il sistema benpensante e consumistico, muore il “commilitone” Bob, ma non uccide nessuno con le sue mani, né per sua volontà salta in aria qualcuno.

Probabilmente questo è uno dei motivi principali per cui, in seguito al film, si è sviluppato una sorta di culto di Tyler Durden, non solo tra i sostenitori dell’anarchia e della distruzione, ma anche tra i semplici detrattori del capitalismo, stanchi di piegarsi alle regole del mercato e di adattarsi alle etichette di questa società preconfezionata. D’altronde ci si può ribellare anche senza fare veramente del male a nessuno…

Ma veniamo al secondo punto, ancor più fondamentale. [SPOILER] Il romanzo termina con il narratore che si spara e che viene soccorso da Marla e dagli altri membri dei gruppi di sostegno per le malattie terminali, si risveglia in un luogo che sembra a tutti gli effetti un ospedale psichiatrico e qui diventa evidente la sua condizione seriamente problematica e si può intuire che il suo doppio, Tyler, non sia affatto scomparso. Il finale del film, lasciando le cose più appese, risulta più ottimista. Anche qui il protagonista/Edward Norton si spara e sopravvive, il suo alter ego si volatilizza, trasmettendo un senso di liberazione, e la scena finale ci mostra il nostro (anti)eroe che prende per mano la sua compagna di disavventure, mentre dalla vetrata dell’edificio osservano alcuni palazzi crollare, sulle note della canzone dei Pixies Where is my mind.

Paradossalmente Tyler – e Fight Club – è diventato un prodotto commerciale, con il suo merchandise. Paradossalmente, alla fine del film, molti spettatori vorrebbero che Tyler tornasse. Perché è un gran figo. Perché ha sovvertito le regole. Perché… cosa farà adesso il protagonista, tornerà a lavorare alla sua scrivania e si ricomprerà uno per uno i mobili Ikea precedentemente fatti saltare in aria? Sposerà Marla e avranno un bel bambino? Sembra che lo stesso Chuck Palahniuk, dopo il grande successo del film e l’idolatria del pubblico verso Tyler Durden, abbia contemplato questa possibilità, per poi [parziale SPOILER di Fight Club 2] distruggere ogni cosa e far fuori i suoi personaggi. Perché i lettori e gli spettatori avranno anche il diritto di interpretare e di amare ciò che vogliono, ma l’autore avrà sempre il sacrosanto diritto di uccidere le sue creature e di dare alla sua storia il finale che desidera – oppure no?

Nessun dove

Neil Gaiman è stata per me una bellissima scoperta. Una scoperta graduale e non un colpo di fulmine. Sono passata dal Gaiman “autore di Coraline” (che non ho letto), alla raccolta di racconti Cose fragili, che mi ha suscitato un pallido interesse, poi all’entusiasmante avventura con Terry Pratchett (Buona apocalisse a tutti!)), fino ad approdare al misterioso Oceano in fondo al sentiero. Eccomi infine giunta a Nessun dove, che mi ha conquistata fin dalle prime pagine.

Richard Mayhew è “uno di noi”, un ragazzo che si trasferisce a Londra per iniziare la sua vita da adulto, si trova un lavoro decente, una bella fidanzata, e la sua esistenza trascorre tranquilla, senza scossoni, e sembra che tutto vada bene così com’è. Ma poi Richard incontra Porta, un’esile ragazza ferita riversa su un marciapiede, e non può fare a meno di aiutarla. Non può fare a meno di accoglierla nella sua casa e, man mano, dentro se stesso. Perché Porta diventa il tramite per un’altra realtà: la Londra di Sotto. Questa realtà parallela, invisibile alle persone “normali”, è fatta di cunicoli, oscurità, personaggi bizzarri. Qui le paure sono palpabili e le prove da superare possono trasformare un semplice ragazzo di provincia, in un eroe, o quantomeno, in un uomo.

Gaiman ha creato una storia perfetta, che può piacere ai più giovani e contemporaneamente agli adulti. A meno che questi si sentano troppo adulti per leggere di persone che parlano coi ratti, di qualcuno che tiene la sua vita in una scatoletta d’argento, di angeli che offrono un vino che fa ubriacare con un sorso, e di cattivi che sembrano la versione terrificante del gatto e la volpe.

Il racconto segue con precisione lo schema delle fiabe, così come è stato studiato e analizzato dal linguista ed antropologo Vladimir Propp. Di questo infatti si tratta: di una fiaba, ambientata in una città moderna e con personaggi che possiamo facilmente riconoscere. E come ogni buona fiaba è principalmente un racconto di formazione, che ci svela un cambiamento interiore attraverso l’azione.

Un’avventura che riusciamo a vedere quasi fosse realmente davanti ai nostri occhi, che viviamo assieme al protagonista, che ci farà sorridere – e sognare – davanti a una porta chiusa.