Ultimo giro di giostra – racconto blu

La signora Noble saliva ogni notte sulla collina per guardare le stelle. Non era mai stata un’esperta di astronomia, ma aveva più che altro “un affare in sospeso lassù”, come diceva spesso a suo nipote Wilfred. Lui non capiva cosa intendesse e si limitava a sorriderle, come si fa con i bambini quando lavorano di fantasia. La nonna, in effetti, non sapeva cosa ci fosse in sospeso e perché sentisse – giorno dopo giorno, anno dopo anno – il bisogno irrefrenabile di osservare il cielo.

A volte faceva dei sogni molto strani, in cui si trovava in un’altra epoca o addirittura in un pianeta diverso dalla Terra, e parlava con creature straordinarie e mostruose, ma non aveva mai paura. In mezzo alle fornaci più roventi o ad immensi paesaggi di ghiaccio, lei sentiva che sarebbe stata al sicuro. Anziché di incubi, si trattava sempre di sogni avventurosi e bellissimi.

Una sera, in cui il cielo era particolarmente limpido e sembrava una tela di seta blu puntellata da una miriade di paillettes, nonna Noble era sulla collina in compagnia di Wilfred. Sedevano su delle seggioline da campeggio, lei avvolta in una pesante coperta a quadri, lui in un cardigan di lana grossa. Si passavano un thermos che conteneva del tè caldo. La temperatura era piuttosto bassa lassù a quell’ora, nonostante fosse piena estate.

La nonna iniziò a raccontare di un sogno fatto la notte precedente, uno di quei sogni bizzarri e meravigliosi. “C’era un uomo con me”, disse quasi in un sussurro. Poi continuò, visibilmente eccitata: “ Era un uomo affascinante, anche se non ricordo il suo volto. Forse non aveva un unico volto… forse non era neppure un uomo. Ricordo però la forza che mi trasmetteva… con lui tutto sembrava possibile.”

Wilfred l’ascoltava con il suo consueto sorriso. “Magari assomigliava al nonno, no?”

Ma lei non ripose. Continuò a puntare il suo sguardo tra le stelle, come se si aspettasse di trovare qualcosa di diverso dal solito. Pensava al suo sogno e a quel compagno di avventure che la faceva sentire così giovane, piena di energia vitale ed entusiasmo.

Intanto il nipote, un po’ sorpreso dal silenzio prolungato della nonna, ritentava di catturare il suo interesse. “Non credi che i sogni siano sempre residui della realtà che abbiamo vissuto? Pensa a tutti i film di fantascienza che hai visto, ai libri che hai letto… è facile pensare che sia tutto lì, mischiato nel subconscio.”

Nonna Noble non lo stava ascoltando. Aveva tenuto gli occhi aperti così a lungo che le lacrimarono, e dovette stropicciarli e asciugarli con la mano, per poter rischiarire la vista. Non appena lo ebbe fatto, notò un bagliore nel cielo scuro, una meteora, una stella cadente.

In quello stesso istante rivide chiaramente le immagini dei suoi sogni. Rivide esseri alieni, alcuni dall’aspetto buffo, altri spaventoso, e luoghi misteriosi che non appartenevano a questo mondo, né a questa realtà. Risentì nella sua mente una canzone che aveva dimenticato, una canzone di un popolo che era stato a lungo schiavo degli umani, e sentì la voce di quell’essere che l’aveva accompagnata attraverso lo spazio e il tempo, infondendole coraggio e voglia di vivere. L’uomo delle stelle, così lo aveva chiamato. Ora ne era certa: non erano semplicemente sogni, ma ricordi di esperienze reali.

Aveva visto un passato difficile e uno sconcertante futuro per l’umanità, aveva rischiato di morire tante volte, e aveva sofferto, nel corpo e nella mente. Ma era stata così coraggiosa, più di quanto avesse mai creduto di poter essere. Aveva combattuto, fino a perdere le forze.

“Tutto ciò che desidero è un’ultima, grande avventura”, disse nonna Noble con gli occhi bagnati di nostalgia.

Wilfred la osservò preoccupato, non l’aveva mai vista così. “Si è fatto tardi, che ne dici? Andiamo a letto.” E solo quando le poggiò una mano sulla spalla, lei si voltò verso il nipote e rise, com’era solita fare spesso, per togliersi dall’imbarazzo. “Sì, andiamo caro, sono tanto stanca”.

La sera successiva la signora Noble tornò sulla collina, da sola. C’era un affare lasciato in sospeso lassù, una promessa, un’avventura ancora da vivere. Scrutava il cielo blu, oramai sicura di ciò che stava cercando.

Un ultimo giro sulla giostra dell’uomo delle stelle.

Wilfred si inerpicò su per quella collina, con una torcia in una mano e un thermos con del tè caldo nell’altra. La notte prima sua nonna le era sembrata un po’ strana, e non voleva che passasse troppo tempo da sola. Ma quando raggiunse il solito punto, di nonna Noble non c’era alcuna traccia.

Ritorno a casa [racconto rosso]

“Non ricordavo quanto fossero belli i tramonti qui”, pensò Mary mentre percorreva sulla sua decappottabile la strada che l’avrebbe riportata nella cittadina in cui era cresciuta, dopo tanti anni di assenza. Mary era quella che si può definire una donna in carriera, ed era certa che mai lo sarebbe diventata se fosse rimasta legata troppo stretta a quei tramonti spettacolari.

Era estate inoltrata e il sole stava calando velocemente, il calore del giorno era rimasto nell’aria e questo non faceva che aumentare la stanchezza di Mary, che aveva viaggiato per diverse ore. Aveva una gran fame, anche, e il rumore lamentoso del suo stomaco glielo ricordò.

“Spero non sia troppo tardi per un salto alla tua gelateria, Anna, potrebbe essere l’unica occasione in cui mi farebbe davvero piacere vederti…” e pensando questo ad alta voce e visualizzando il volto fin troppo amichevole della sua vecchia collega Anna, provò una leggera nausea. Quando erano entrambe più giovani, avevano lavorato assieme per un paio di stagioni in alcuni villaggi turistici, ma quello si era rivelato un lavoro poco adatto per Mary, che preferiva passare il suo tempo libero in compagnia di un bel libro, mentre Anna era sicuramente più a suo agio a contatto con il pubblico. Per questo, Mary non si era stupita più di tanto quando aveva ricevuto l’invito da parte di Anna nella nuova gelateria artigianale da lei gestita, poteva dirsi, anzi, quasi contenta per l’intraprendenza avuta dalla sua conoscente. Solo si sentiva un po’ in imbarazzo, come spesso le accadeva, al pensiero di un incontro non troppo desiderato con qualcuno a cui non si sentiva affine: si era sempre definita un pesce fuor d’acqua tra i suoi compaesani.

Nel frattempo, persa così nei suoi pensieri, era giunta a destinazione. Il paese era esattamente come lo ricordava, forse solo più silenzioso di quanto si sarebbe aspettata in quel periodo dell’anno.

Ma appena svoltò a destra, nella strada principale che portava alla grande piazza, notò subito un punto animato, laddove un discreto gruppo di persone chiacchierava davanti a grandi coppe di gelato, illuminato da una diffusa luce giallastra.

“Eccola lì…” disse Mary, scorgendo Anna aggirarsi tra i tavoli con il suo sorriso migliore. Non si accorse di aver quasi fermato l’auto proprio di fronte alla gelateria e di avere il suo sguardo fisso su quella donna, che sembrava non essere invecchiata di un solo anno da quando si erano separate.

Fu Anna ad interrompere quel momento d’incanto e ad irrompere tra il brusio generale con un saluto squillante. “Hey tuuu?! Da quanto tempo!!!” e si avvicinò svelta alla macchina, per afferrare poi il bordo della portiera del lato passeggero con le sue mani bianche e mostrare le sue unghie-artiglio rosso scarlatto. “Devi venire assolutamente ad assaggiare la mia specialità: il miglior gelato che potrai mai mangiare.” Scandì lentamente quelle ultime parole e cambiò persino il tono di voce, che divenne più basso e suadente. Mary pensò che ci fosse qualcosa di diverso in lei, forse solo nel suo atteggiamento, forse nei suoi occhi, ma non ebbe il tempo di elaborare un tale sospetto.

Poco più di trenta secondi dopo era già mano nella mano con Anna, che la guidava tra i tavolini, indicandole nel frattempo alcune creazioni della casa: amarena graffiti, strawberry cream forever; Mary non poteva credere che la sua ex collega avesse avuto l’idea di nominare i gelati ispirandosi a classici del cinema e della musica, lei avrebbe potuto fare una cosa simile, se solo avesse gestito una gelateria.

Sul bancone, all’interno, la attendeva una maestosa composizione, che comprendeva una cima di panna montata e una decorazione sinuosa di un bel rosso cupo. “L’ho chiamato la lettera scarlatta, in onore della tua passione per la lettura”, affermò Anna, visibilmente fiera del suo lampo di genio.

Mary afferrò il cucchiaino che le era stato offerto e lo affondò lentamente, come per un rituale, nella morbida nuvola venata di sciroppo vermiglio.

Sulle prime le sembrò di sentire un sapore strano, che tentò di identificare, poi, cucchiaino dopo cucchiaino, si convinse di mangiare il gelato più buono che avesse mai provato prima, diverso da qualsiasi altro e irresistibile.

Travolta dall’estasi di quel nuovo gusto, Mary non riusciva più a formulare un pensiero completo e logico. Continuò a non capire cosa stesse succedendo persino quando vide la sua amica con il polso sanguinante, la bocca aperta in un ghigno che lasciava ben scoperti dei lunghi e affilati canini, e due occhi gialli, infuocati, rivolti a lei come due lame appuntite. “Non ti sentirai mai più un pesce fuor d’acqua, mia cara Mary… Sei come tutti noi, adesso.” Mary cominciò a sentirsi come svuotata e percepì un improvviso, travolgente desiderio di sangue. Anna le rivolse uno dei suoi migliori sorrisi, prima di dirle: “Bentornata a casa”.

King, non solo It

Non ho letto molti libri di Stephen King, ma posso dire con onestà che reputo questo autore uno dei migliori scrittori contemporanei. A volte la sua grande popolarità e il sorprendente numero di romanzi (e altri lavori) pubblicati all’anno, gli hanno procurato una nomea non troppo lusinghiera. Nonostante questo, basta leggere alcune delle sue opere per rendersi conto di trovarsi di fronte a un professionista e ad un uomo dall’animo profondo e dalle mille sfaccettature.

King è noto soprattutto come re dell’horror, ma ha scritto tantissime storie in cui questo genere trova poco o nessuno spazio, in cui prevale il fantastico o il dramma totalmente umano. Come mi è già capitato di dire qui, è questo il King che preferisco per un puro gusto personale, ma non escludo affatto che ogni suo lavoro derivi da un’accurata, minuziosa analisi della psiche umana, delle sue emozioni, delle sue debolezze e paure, elemento che arricchisce le stesse storie dell’orrore con risvolti bel più terrificanti del mostro o demonio al di fuori di noi.

È questo elemento a rendere le sue opere così verosimili e coinvolgenti, sia laddove il fattore paranormale sia imprescindibile – come ne La zona morta o Il miglio verde – sia in quei racconti che sono poco più di uno spaccato di vita normale – come Il corpo (da cui è stato tratto il film Stand by me) o Colorado Kid.

Ovviamente in quasi tutte le storie di King vi è un elemento di mistero, che ha il ruolo di motore della storia. In Stand by me è la sparizione di un ragazzo in una piccola città che dà il via alla ricerca del presunto cadavere da parte di un gruppo di quattro ragazzini; in Colorado Kid è il caso irrisolto di un uomo senza vita che viene ritrovato su una spiaggia, sul quale per tanti anni investigano due appassionati reporter. Ce lo dice lo stesso autore nella post-fazione dell’opera: il punto questa volta non è raccontare una storia lineare, non è svelare la soluzione del mistero; il punto è il mistero stesso, è l’attrazione delle persone verso quel mistero, istintiva e irresistibile.

In pratica ogni essere umano vive immerso nel mistero dell’esistenza. Perché siamo qui? Come inizia e come finisce tutto questo? Non riusciamo a rispondere a queste domande, ma forse troveremo qualche altra risposta nel frattempo, o impiegheremo le nostre vite nello slancio della ricerca. King racconta benissimo questo slancio, le sue opere sono pregne di umanità e persino un cadavere del Colorado arriva a trasmetterci qualcosa, con i suoi indizi assurdi e i brandelli di vita che ha lasciato dietro di sé.

Ma c’è un altro elemento che King pone spesso al centro della scena: la scrittura stessa e il piacere/la necessità di raccontare. In Stand by me la voce narrante è quella del protagonista ormai diventato adulto, il ragazzino che si mette sulle tracce del cadavere e che ama raccontare storie ai suoi amici; è diventato uno scrittore.     In Colorado Kid sono due anziani reporter a raccontare l’enigma del corpo sulla spiaggia a una giovane leva del giornalismo. Quella è la loro storia, il loro mistero, e giunti ormai al tramonto delle loro vite senza aver trovato la soluzione, non gli resta che “passare il testimone” a qualcun altro che possa continuare quel tipo di ricerca, con la stessa curiosità e la stessa grande passione. Lo stesso lettore può così cimentarsi nella creazione fantasiosa di soluzioni possibili (o anche impossibili!).

Detto questo… sono davvero tanti i libri di King che vorrei leggere e, aggiunti a tutti gli altri e a tutte le altre cose da fare, non so se una vita basterà!                                     A te piace questo autore? Quali sono secondo te i suoi libri più belli?

Ogni maledetta domenica – Confessione

Se dicessi che non conservo escrementi secchi mentirei.

Ci sono escrementi secchi che fanno sorridere e altri che accendono la nostalgia.

Una dedica alla radio fatta da un amico speciale, una canzone della cantante che ascoltavo di più al liceo… sono passati tanti anni, ma io sorrido.

Le lettere che mi ha scritto la mia più cara amica, a rileggerle sorrido sempre.

La mia laurea, così inutile eppure così soddisfacente, e il sorriso che feci all’uscita di quell’aula, immortalato prontamente da una macchina fotografica. Sorrido ancora.

Sono tutti escrementi secchi. Poi ci sono quelli che non fanno proprio sorridere, magari il sorriso si incrina e diventa una smorfia, dipende da quanto sono stati calpestati.

Sono anche questi escrementi secchi, sai? Non è semplicemente merda, non sono d’accordo con chi dice che se qualcosa si è disfatta non è mai stata unita, né degna di essere conservata.

Io la vedo così: se mi regali anni di sorrisi, quelli non potranno che diventare escrementi secchi per me, che custodirò, nonostante tutto.

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Tranquill*, non sono impazzita definitivamente. Puoi sostituire le parole “escrementi secchi” con “bei ricordi” e sarà tutto più chiaro.

la fiaba racconto di vita – non proprio una recensione

un po’ di tempo fa, la casa editrice inknot mi ha gentilmente inviato un ebook dal titolo la fiaba: racconto di vita, un viaggio tra emozioni e fantasia, scritto da anna riva e eugenia russo. in questo libro le autrici fanno un vero e proprio elogio della fiaba, dimostrano il suo grande valore didattico, emotivo e relazionale, non solo per i bambini più piccoli ma anche per quelli cresciuti, per gli adulti. le funzioni che può avere una fiaba personalizzata, così, si moltiplicano, perché in essa ci si può ancor meglio immedesimare, si possono vedere esplicitati sentimenti rimasti inespressi e sentire un’infusione di speranza nel seppur costruito lieto fine. i piccoli imparano un po’ a crescere, e i grandi imparano a tornare un po’ bambini.

questo libro contiene, oltre a una parte saggistica riguardante la narrazione fiabesca e in particolare quella scritta “su misura”, 5 fiabe per raccontare 5 diversi momenti di vita: la nascita di un fratellino vista dagli occhi di un bambino, l’importanza dell’amicizia e dell’identità in un gruppo per l’adolescente, l’attesa di un figlio, la nascita dell’amore tra due persone, il ruolo della famiglia, sia essa di sangue o allargata.

ecco allora la mia fiaba personalizzata, non una dichiarazione né una richiesta, solo il sogno di una alessandra nella sua versione più piccola ed ingenua.

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c’era una volta un bosco nel quale vivevano molte creature; oltre agli animali vi erano fate, gnomi, troll e persino elfi. vi era anche una creatura per metà troll e per metà elfo. essa era troppo elfica per i troll, e troppo rozza e puzzolente per gli elfi.

questa creatura trascorreva gran parte del tempo a costruire la sua dimora, una che fosse bella come le altre del bosco, ma più si arrabattava nella costruzione, più la dimora cadeva a pezzi. la sua non era altro che una casa diroccata, a confronto delle graziose abitazioni delle fate, e lei si sentiva sempre più stanca.

un giorno giunse nel bosco un esploratore da molto lontano. aveva viaggiato in lungo e in largo, e la sua conoscenza era pari solo alla sua curiosità. studiò a fondo gli abitanti di quel luogo e, quando pensava di essere ormai alla fine della sua permanenza, trovò il rifugio della strana creatura.

quando se la ritrovò di fronte, rimase inebetito: mai avrebbe pensato di incontrare una libegnetta diroccante proprio lì! “perdona la mia espressione – le disse – è solo stupore”.

la creatura era imbarazzata, quell’essere sembrava molto interessato a lei e alla sua dimora diroccata, ma non riusciva proprio a capire per quale ragione il suo sguardo fosse – sì, non si sbagliava – di ammirazione.

“la mia casa cade a pezzi, lo so”, intervenne lei sulla difensiva.

“è bellissima, lo sai? è la tipica dimora di una libegnetta diroccante… l’ideale per ammirare le stelle!”

da quel giorno l’esploratore guarda le stelle dalla casa diroccata nel bosco, mentre la creatura si riposa al suo fianco, credendo, a ragione o torto, che la sua dimora sia perfetta così com’è.

ogni maledetta domenica – 50 sfumature di onestà

alle elementari capitò che la maestra rimase così colpita da un mio tema che lo fece leggere un po’ a tutta la scuola. trattava delle fonti di energia e di come queste fossero sulla strada dell’esaurimento, dipingeva un quadro sconcertante, da apocalisse. alla fine mostrava come una visione del genere fosse superata, dal momento che si poteva già fare affidamento sulle energie rinnovabili, e come l’uomo, proprio di fronte alle sfide più complicate, riesca ad ingegnarsi pur di sopravvivere.

questa storia è parzialmente falsa, e perciò è anche parzialmente vera. mostra un’immagine di me parzialmente inerente alla realtà. hai mai pensato a quanto siano importanti le parole che usiamo per raccontare di noi? sicuramente lo hai fatto se, come me, ami scrivere e lo fai da quando sei alto/a una mela o poco più. ho capito, finalmente, quanto esse siano importanti anche quando non si scrive, quando parliamo di noi, quando raccontiamo qualcosa e trasmettiamo l’immagine che abbiamo del mondo (e di noi stessi) agli altri.

mi sono sempre considerata una persona onesta, anche troppo. credo di aver perso più di una occasione per la mia onestà. poi a volte l’onestà mostra semplicemente quella brutta parte di noi che la maggior parte delle persone tiene nascosta, e finisci per chiederti se avresti fatto meglio a tacere, a tenere quella parte per te, a dissimulare, come un essere umano sa fare.

a volte dissimulare può far stare meglio. lo dicono anche i migliori life coach del mondo: fake it until you make it. un mantra che può aiutare a tirar fuori il meglio di sé, oppure un disturbo dissociativo della personalità, a seconda dei casi.

parlare meglio di te stessa non può che farti bene, questa sembra una verità assoluta.

dipende da quanto mi devo sforzare per far apparire il meglio di me e nascondere il resto sotto al tappeto. perché tanto lo so che non appena qualcuno si accorge di quei bozzoli non è contento né curioso, scappa più veloce possibile alla ricerca di un parquet più dignitoso.

allora, meglio essere del tutto onesti, no? lo diceva anche bukowski, che se era stato pubblicato era solo perché a differenza di tanti altri non faceva la ruota come un pavone, ma era se stesso, un onesto figlio di puttana. certo va detto che ne esistono tanti di figli di puttana, ma un solo bukowski.

chissà se anche lui, nel tentativo di conoscere il vero se stesso, ogni tanto mentiva.

ipotesi di viaggio: giappone

giunta alla stazione della metro di shinjuku nelle prime ore del pomeriggio, noto subito un uomo seduto un po’ distante intento a studiare le persone che gli passano accanto. il suo sguardo si fissa per un attimo su di me, poi subito cambia direzione. non riesco a dargli un’età, come spesso mi succede, ma ha l’aria di una persona profonda. mi ricordo in quell’istante di non aver toccato cibo dalle prime ore della mattina, così decido di acquistare un panino in uno dei negozietti della stazione – ci sarà tempo per il sushi – e mangiarlo proprio lì, accanto a quell’uomo curioso. quando mi siedo gli faccio un cenno con il capo e lui ricambia. sono concentrata nel mangiare il mio panino, quando ad un tratto l’uomo mi rivolge la parola, in un inglese lento e curato.

mi dice che osserva le persone perché ha un progetto. che una volta qualcuno gli ha consigliato che se mai avesse avuto un progetto e si fosse sentito bloccato nel pensare alle cose più complicate per realizzarlo, avrebbe dovuto spostare la sua attenzione sulle cose più semplici, come osservare ciò che lo circondava per un tempo abbastanza lungo. detto questo, rimane in silenzio. io allora azzardo una domanda: qual è il suo progetto? lui mi risponde senza guardarmi negli occhi, noto che i suoi si son fatti leggermente lucidi: vuole vendere dorayaki con marmellata di fagioli azuki. penso che sia un progetto molto preciso. gli sorrido e gli dico che non ho idea di come siano, questi dorayaki.

mi risponde che potrò assaggiarli l’indomani mattina, in un parco di tokyo che mi indica su una cartina. sono diffidente, ma lo ringrazio per la sua gentilezza, prima di andar via per continuare il mio giro turistico. la sera stessa mi informo sul parco in questione e scopro che è un luogo molto frequentato, spesso la gente ci va con tovaglie e cestini per un picnic o approfitta dei carretti che vendono cibi e bevande per fare colazione o pranzare lì. la mattina seguente sono nel parco, bevo un macha latte e intanto cerco con lo sguardo l’uomo che vuole vendere dorayaki. quando lo riconosco tra la folla, e anche lui sembra riconoscermi, sono stranamente entusiasta. infine li vedo: dei pancakes belli spessi e rotondi con un ripieno denso di colore rosso cupo.

dorayaki

ci salutiamo, con un leggero imbarazzo, poi lui mi porge svelto un dorayaki, abbassando la testa per qualche secondo di troppo. al primo morso accade una cosa stranissima: il tempo sembra essersi rallentato, i petali dei sakura – fiori di ciliegio – attorno a me cadono più lentamente del solito, mi sento come in un sogno, il fruscio del vento tra i rami crea una sorta di melodia, quasi sento dei sussurri, ma non ne capisco il significato. una donna anziana è comparsa davanti a me, intenta ad osservare gli alberi e a ballare con loro nel vento, sorride come fosse in estasi. penso alle mie nonne e al ricordo che ho dei loro sguardi, così diversi. forse una di loro somigliava a quella vecchietta sognante: era quella innamorata.

finito il dolce, la visione scompare. io resto un po’ a bocca aperta, infine noto che l’uomo del carretto mi guarda compiaciuto, ha un sorriso strano, come se sapesse benissimo chi o cosa io abbia visto. “qui in giappone non è poi così raro vedere uno spirito”, mi dice. io, allora, prendo un altro dorayaki.

 

ringraziamenti: murakami haruki, l’uccello che girava le viti del mondo, le ricette della signora toku, anime vari tra cui 5 centimetri al secondo, quando c’era marnie, ancora non conosciamo il nome del fiore che abbiamo visto quel giorno (!), i fiori di ciliegio, il cibo giapponese.

 

la favola di kafka

c’era una volta una piccola farfalla che cominciava timidamente a volare e a scoprire il mondo. ciò che le piaceva più di ogni altra cosa erano i colori: il verde, il giallo, il rosso, l’azzurro… tutte quelle meraviglie dovevano colorare anche le sue ali, seppur piccole.

il mondo era pieno di sorprese e di esseri viventi di ogni specie e forma che, notò, tendevano a riunirsi in piccoli gruppi di simili. la piccola farfalla cominciò a chiedersi dove fossero le altre farfalle, e da quel momento la ricerca divenne il suo chiodo fisso.

nel frattempo, gli insetti e gli altri animali che incontrava, la confondevano: le dicevano che volava male, che le ali non le aveva proprio, che non poteva essere una farfalla. lei però continuava a volare, anche se spesso urtava contro qualcosa e quindi, sì, sapeva di non essere particolarmente aggraziata.

una notte, dopo un’intera giornata di pioggia, che l’aveva resa pesante e stremata, si imbatté in un esserino nero nero, con otto zampe lunghe e rachitiche, che la invitò a ripararsi sotto la sua tenda di zucchero filato.

“qui potrai riposarti – disse il ragnetto – è il posto adatto per uno scarafaggio come te.” la piccola farfalla non poteva credere alle sue orecchie: era sempre stata uno scarafaggio? per questo sbatteva sempre ovunque? per questo non viveva assieme a un gruppo di farfalle?

si addormentò con questi pensieri che le frullavano in testa. la mattina seguente, quando si svegliò, scoprì di non riuscire più a muoversi.

“cosa mi hai fatto?” chiese al ragnetto che faceva colazione.

“chi, io? niente! puoi raggiungere i tuoi amici scarafaggi quando vuoi!”

“ma io sono una farfalla!” gridò, restando totalmente ferma.

“aver dipinto la tua corazza con qualche colore sbiadito, non ti rende una farfalla.”

il piccolo scarafaggio restò lì, in trappola: non riusciva più a volare, perché, dopotutto, forse non aveva mai avuto le ali, né aveva mai imparato a camminare. attorno a lui, i colori sbocciavano e la natura cantava la sua antica melodia.

non è un omaggio a david bowie

oggi è una giornata strana. oggi so di venire da marte, dove sì, c’è vita, se qualcuno se lo stesse ancora chiedendo. mi sento tornata a casa, e a casa non c’è più nessuno. risuona un pianoforte in lontananza e una luce stroboscopica mi confonde i sensi. un’ombra silenziosa ha preso il posto dell’uomo delle stelle, il gran cerimoniere?

tutti sono stati rapiti dal re dei goblin e per salvarli bisogna risolvere un indovinello: di due porte, una conduce alla salvezza, l’altra a morte certa, puoi porre loro solo una domanda per risolvere l’enigma e fa’ attenzione, poiché una dice sempre e soltanto il vero, l’altra sempre e soltanto il falso. quale domanda farai?

questa la so. oggi, solo per un giorno, potrò essere un eroe e libererò tutti. balliamo, gente! mettiamo vestiti che nessun umano abbia mai visto, ascoltiamo musica che nessun orecchio umano conosca, festeggiamo, perché siamo i soli a conoscere un grande segreto e ora vogliamo rivelarlo. mi senti? riesci a sentirmi, maggiore tom?