La mia vita è un numero complesso

La mia vita è un numero complesso.

Da una parte c’è quello che faccio, quello che è e quello che sono – la parte reale.

Dall’altra c’è ciò che io immagino dovrebbe essere – la parte immaginaria.

Il numero complesso è l’insieme di queste due parti:

a+ib, dove a e b sono i numeri reali, mentre i è l’unità immaginaria.

La matematica dice che i al quadrato è uguale a -1.

Detto in altri termini, se moltiplico per se stessa la parte immaginaria il risultato sarà un uno (ego) negativo.

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A Nerdish Christmas Carol – Il mio Canto di Natale

A volte penso che non sarebbe male essere come Scrooge, uno stronzo tirchio pieno di soldi che, una volta rinsavito e in seguito a uno slancio di incredibile generosità, si ritrova circondato dall’affetto di un nipote fino al giorno prima trattato a pesci in faccia e di un impiegato – e famiglia – trattato in modo anche peggiore. Siano benedette le seconde possibilità, e le terze, e le quarte, che tanto non si smette mai di sbagliare (e di imparare).

Io stessa, la notte della Vigilia di Natale, ho ricevuto la visita di tre fantasmi. Ma, non essendo semplicemente una stronza cinica tirchia piena di soldi, ciò che mi hanno mostrato ha qualche sottile differenza con le visioni del vecchio Scrooge, e la lezione, ugualmente importante, è forse un po’ più difficile da imparare.

Michael JacksonIl fantasma del Natale passato era una figura luminosa, vestita elegantemente di bianco. Una chioma corvina incorniciava il suo viso pallido e il suo sguardo esprimeva molta dolcezza, ma anche altrettanta malinconia. Quando mi ha parlato, dicendomi “you are not alone”, non ho avuto più alcun dubbio: si trattava di Michael Jackson. Mi ha catapultato negli anni ’80, quando passavo il Natale dai miei nonni, assieme agli zii e alle cugine, e a un gatto cicciotto e pelosone che non riuscivo mai ad accarezzare. Con gli occhi da adulta ho visto delle cose che da piccola non avrei mai potuto capire, e credo che il bello di quei tempi sia proprio questo, essere avvolti dalla magia e credere che tutto sia possibile, che l’amore sia la normalità e che le famiglie debbano restare sempre unite, qualsiasi cosa accada. Il mio distacco dalla realtà si manifestava già in quegli anni. Mentre giocavo e cantavo con mia sorella e le mie cugine “we are the world, we are the children”, non pensavo che sarei realmente diventata una adulta, che avrei dovuto anch’io dare il mio contributo alla società. Pensavo ad un mondo invisibile, alle avventure che avremmo potuto vivere e alla musica, che rendeva sempre tutto più bello.

d932e231d92179fab92bbccc38b04041-christmas-gift-exchange-games-robin-williamsSulle note di Santa Claus is coming to town, il fantasma di Michael Jackson è scomparso e al suo posto, poco dopo, è apparso un uomo vestito da Babbo Natale: il fantasma del Natale presente. Mi sorrideva, ma i suoi occhi avevano un velo di tristezza. Nonostante il suo viso fosse in parte nascosto dal cappello e dalla folta barba bianca, ho impiegato un solo istante per riconoscerlo: era Robin Williams. Dopo averlo abbracciato forte per diversi secondi, piangendo come una scema, è iniziato il nostro viaggio, attraverso le case delle persone che occupavano i miei pensieri quella notte della Vigilia. Con ben poco stupore ho potuto vedere che pochissime di quelle persone mi hanno dedicato un pensiero a loro volta, un pensiero fugace e luminoso, come una stella cadente.

Allora forse sono anch’io come Scrooge – ho pensato – e c’è qualcuno che mi vuole bene NONOSTANTE tutto, nonostante i miei momenti da asociale, quelle volte in cui prendo tutto troppo sul serio, e tutte quelle occasioni in cui non riesco ad esprimere me stessa come vorrei e a trovare un canale di comunicazione autentico. “Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse restare soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo.” Robin ha detto questa frase mentre eravamo in visita nella mia stessa casa, osservando me e i miei familiari più stretti festeggiare la Vigilia di quest’anno. Capisco cosa volesse dire, ma non provavo esattamente la stessa cosa in quel momento, anzi. È stato proprio allora che ho sentito quanto sia fortunata a poter essere me stessa con la mia famiglia e con le persone che mi sono in qualche modo vicine, persone diverse da me e imperfette come me, che decidono, per qualche motivo, di non spezzare il filo che ci unisce.

p16naujavee8q1pu51q2279e8o80_47298Mentre ero intenta in questi ragionamenti e osservavo me stessa trascorrere i primi momenti del giorno di Natale in compagnia di Neil Gaiman e dei personaggi di Nessun Dove, il fantasma di Robin Williams era sparito. A quel punto sapevo cosa aspettarmi: la visita della Morte, il fantasma del Natale futuro, che senza proferire parola mi avrebbe mostrato la mia fine, sofferente e solitaria. Non è andata proprio così. Al mio fianco ho trovato un uomo anziano, vestito con un abito scuro di altri tempi. Aveva pochi capelli bianchi, indossava degli occhiali da vista tondeggianti e portava con sé una piccola pipa in legno. “Chi sei, Sherlock Holmes?”, gli ho domandato stupita. Lui mi ha risposto con un’altra domanda: “Pensi avrebbe senso ricevere la visita del fantasma di un personaggio di fantasia?” “Beh – gli ho detto – avrebbe più o meno lo stesso senso di ricevere la visita di qualsiasi fantasma!” Dopo aver annuito e avermi rivolto un sorriso furbetto, l’uomo si è presentato: “sono Carl Gustav Jung”.

Ciò che mi ha mostrato è il futuro che potrebbe essere. Un Natale nel quale mi entusiasmo ancora per le lucine colorate, in cui cucino per qualcuno, mi ritrovo a giocare con il figlio di un’amica, e a sorseggiare infusi aromatici con i miei cari, ridendo per tutte quelle volte che ci siamo disperati inutilmente. “Comincia sempre da te – mi ha detto Jung prima di volatilizzarsi nel nulla – in tutte le cose e soprattutto con l’amore. Amore è portare e sopportare se stessi. La cosa comincia così. Si tratta veramente di te; tu non hai ancora finito di ardere, devono arrivarti ancora altri fuochi finché tu non abbia accettato la tua solitudine e imparato ad amare.” Dell’ultimo fantasma, infine, non c’era più traccia e la mattina di Natale era ormai arrivata: una nuova giornata di sole, in cui ogni cosa poteva ancora succedere.

Un uomo d’altri tempi

Oggi mi ritrovo a pensare ad un incontro avvenuto due anni fa, che già allora giudicai alquanto singolare, ma che ora, alla luce di una nuova scoperta, acquista un significato ben più profondo.

L’incontro avvenne una sera di fine ottobre, mentre aspettavo l’autobus per tornare a casa, in una via abbastanza trafficata, ma dove non passa quasi mai nessuno a piedi. Avevo da poco subìto una delicata operazione agli occhi, e mi sentivo particolarmente insicura, oltre che dolorante per le ferite non ancora rimarginate.

Mi trovavo sovrappensiero, quando si avvicinò a me un giovane dall’aspetto bizzarro: era vestito con un completo scuro elegantissimo, con tanto di camicia bianca e cravattino dello stesso colore. Aveva una leggera stempiatura e, in compenso, una barba nera e foltissima, più lunga ai lati. Il tutto gli conferiva un aspetto maturo e d’altri tempi, ma non credo avesse superato di molto i trent’anni.

Persino il suo modo di parlare era bizzarro: per dirne una, si rivolse a me dandomi del “voi”, e già questo mi fece pensare ad uno scherzo. I suoi modi però erano così gentili, e il suo sguardo così serio, che io non me la sentii di negargli una risposta, né tanto meno di ridicolizzarlo con qualche commento sulla sua stranezza.

Mi chiese semplicemente di indicargli la strada per il mare.
Le mie indicazioni furono piuttosto semplici, dato che non ci trovavamo molto distanti dal porto, e lui ringraziò subito, ma rimase per alcuni istanti perso nei suoi pensieri, osservando un punto lontano.

Ciò che mi disse dopo, sarebbe difficile da dimenticare.
“Me ne andai da questa terra molto tempo fa, ma continuo a tornarci, mio malgrado. Pare che una forza divina mi trascini qui, per mostrarmi quanto le cose siano cambiate, e allo stesso tempo, in fondo, non siano cambiate affatto.”

Nonostante avessi difficoltà a sollevare lo sguardo, per via dei danni causati dalla recente operazione, osservai ugualmente i suoi occhi, che mi sembrarono lucidi e sinceri. “Siamo diversi – aggiunse – ma voi capite, in qualche modo, di cosa io stia parlando. E credo persino che avreste apprezzato me e le mie scoperte. Lo vedo dai vostri occhi, pieni di dolore, e speranza.”

Non capii affatto quello che mi disse, sentii solo che stava soffrendo e che aveva bisogno del conforto del mare. Mi rivolse un lieve sorriso e infine se ne andò, nella direzione che io gli avevo precedentemente indicato.

Solo oggi, dopo due anni da quell’incontro, ho rivisto per puro caso il volto dell’uomo elegante e triste che desiderava vedere il mare. L’ho visto in un libro che contiene antichi articoli di giornale della mia città, in una foto in bianco e nero che correda un articolo datato 1898.

Si tratta del “Pietrificatore”, uno scienziato – si potrebbe dire incompreso – inventore di una straordinaria tecnica per la conservazione dei cadaveri. Non fu ben accolto dai suoi concittadini, né preso in degna considerazione dalla comunità scientifica del tempo, e la sua formula, che ridava consistenza e colore ai corpi privi di vita, rimase per sempre un mistero.

Io non ho mai creduto ai fantasmi, e non so se l’uomo che incontrai quella sera di ottobre fosse realmente lo scienziato incompreso. Ma non dimenticherò mai i suoi occhi.

Scarpette da ballo – racconto bianco e nero

Eva era dietro le quinte del teatro, le scarpette da ballo in mano, lo sguardo perso nel vuoto.
Tutto era iniziato mesi prima, quando, per gioco, aveva deciso di lasciarsi ipnotizzare. L’ipnotista era arrivato nel suo paese portando con sé un grande carisma e una buona dose di fascino. Eva si lasciò conquistare senza fatica.
Era alta e snella, ma certo non si poteva definire bella, aveva la pelle come la neve e i capelli corvini, il collo lungo e le gambe ossute e muscolose.

Durante la seduta di ipnosi avrebbe scoperto qualcosa sulle sue vite passate, inoltre l’ipnotista la lusingava con galanti complimenti e vaghe promesse di futuri incontri. Era incuriosita, anche se non credeva fermamente che l’ipnosi funzionasse, né che ci fossero delle vite passate da conoscere. Ma si dovette ricredere.
Dopo la seduta si rivide nella registrazione e si sentì parlare con una voce diversa. “Sono Niki Krasnova e faccio la ballerina”, aveva detto.

Questa informazione ebbe un impatto sulla sua vita molto più forte di quanto avrebbe potuto immaginare. Da quel momento, quell’identità prima sconosciuta e il ballo divennero le sue ossessioni.
Si documentò sulla provenienza di Niki Krasnova e andò a visitare la città nella quale era vissuta, cominciò a pensare che alcuni suoi atteggiamenti e gusti non fossero realmente suoi, ma di Niki. Soprattutto si dedicò al ballo con un nuovo spirito, convinta che un residuo di quella vita passata albergasse ancora in lei.

La cosa più sorprendente fu scoprire di essere davvero brava.
Ballava ogni qual volta ne aveva occasione, se da una radio in lontananza giungeva una musica che la ispirava o se incontrava un musicista di strada, accompagnava le sue note con il movimento del corpo, si lasciava andare, spesso a occhi chiusi, alla magia di quegli attimi armoniosi.
Prima dell’ipnosi e di quella scoperta straordinaria non avrebbe mai fatto una cosa simile. Si vergognava del suo corpo e della sua goffaggine, tanto che non riusciva a ballare neanche quando era sola e nessuno poteva vederla.

Il cambiamento non era passato inosservato. Fosse stato solo per il ballo, il fratello di Eva avrebbe provato semplicemente un grande stupore, ma il comportamento della sorella, la sua fissazione per Niki Krasnova e i discorsi su un passato forse mai esistito, lo mettevano in apprensione.
Era stato proprio un consiglio di suo fratello, certamente frainteso, a portarla dal medico che le mostrò l’interno del suo cervello. Per Eva “fare un controllo alla testa” significava solo fare una radiografia al cranio, non consultare uno psichiatra. Da questo fraintendimento emerse un’altra sorprendente scoperta: Eva aveva un tumore.

Era stata strana la reazione a quella notizia. Una parte di lei ne rimase scioccata, un’altra percepiva di averlo sempre saputo.
Il medico imputò a quel piccolo tumore i cambiamenti nella personalità della ragazza, la sua ossessione e i ricordi legati a Niki Krasnova, che sentiva così reali, erano solo una conseguenza del nocciolo scuro che occupava la sua testa.

“Com’è possibile che sappia ballare?” domandò lei, con il vago dubbio che il medico fosse un impostore.
“Deve averlo sempre saputo fare. Non ne aveva mai avuto il coraggio, suppongo”, rispose lui, con estrema calma e fermezza.

Eva ripensava a tutto questo, mentre aspettava dietro le quinte del teatro e si preparava per andare sul palco.
Indossò le sue scarpette e iniziò a danzare.

Ricomincio da capo – racconto giallo

Il racconto che segue non è di genere giallo, ma è ispirato al giallo, come i racconti delle scorse settimane erano ispirati rispettivamente al rosso e al blu. Buona lettura!

Teresa Neele si svegliò, dopo alcune ore di sonno turbolento, e si trovava sul treno in corsa, ancora prossimo ad arrivare ad Harrogate. Fuori il cielo ero grigio e cadeva una fitta pioggia.
Si voltò a guardare la grande valigia gialla che aveva sistemato accanto a sé: era ancora lì. Davanti a lei stava seduto un uomo anziano, esile ed elegante, che distolse lo sguardo dal libro che stava leggendo e con un sorriso triste le diede il buongiorno.
“Qual è la data di oggi?”, gli domandò lei impaziente.
“Il 4 dicembre 1926, signora”.

La sua risposta non le piacque affatto. Era il 4 dicembre ormai da nove giorni. Arrivava la notte, i sensi la abbandonavano, e quando si ridestava era sempre lo stesso giorno.
Le prime volte era così convinta si trattasse di uno scherzo che si rese ridicola agli occhi degli altri passeggeri, ignari di quel che lei stava sperimentando. Appurato che nessuno le stesse tirando un brutto scherzo, tentò di investigare sulla faccenda, ma non riuscì a cavarne niente di utile.
Cercò allora di godersi il viaggio il più possibile, dapprima con atteggiamenti che rasentavano la follia, poi con una nuova calma, derivata dall’accettazione di una situazione che pareva dover rimanere statica. Nonostante ciò, era difficile non provare una certa frustrazione nel sapere che la destinazione restava in questo modo irraggiungibile.

Vedendola sospirare, l’uomo poggiò il libro sul sedile e le rivolse nuovamente la parola. “Signora, posso domandarle una cosa?”
Lei, lievemente sorpresa dalla novità, gli fece cenno di sì.
“Qual è il motivo del suo viaggio?”
Quella domanda la colpì, più di quanto si sarebbe potuta aspettare.
“Oh be’, non saprei… – rispose – credo per una vacanza”.
Si rese conto in quel momento che la sua mente non era del tutto lucida. Non ricordava cosa l’avesse spinta a partire, né cosa si stava lasciando alle spalle.
L’uomo sorrise di nuovo con quella sua aria un po’ malinconica. “Ne è sicura?” Attese qualche secondo, poi continuò:
“Deve sapere che io ho perso mio figlio durante la Grande Guerra. Era il mio unico figlio. Poi, dopo tanti anni di malattia, se n’è andata anche la mia amata moglie e sono rimasto solo. È da allora che viaggio, proprio su questo stesso treno, e credo non scenderò mai. Capisce cosa voglio dire, vero?”

Teresa Neele comprese allora di non essere l’unica a vivere ripetutamente lo stesso giorno. Quel treno li intrappolava entrambi, e allo stesso tempo li proteggeva da una realtà troppo penosa da sopportare.
“Non si può scappare da una tale sofferenza… Ma per lei potrebbe essere diverso”. Mentre l’uomo le diceva queste parole, Teresa sentì il suo petto straziato da un dolore ineffabile. Si sentì annegare in un mare di aria densa, che non le arrivava ai polmoni, e la vista cominciò ad annebbiarsi.
Aveva perso due delle persone che le erano più care: sua madre era andata via per sempre, e il suo caro marito l’aveva lasciata per una donna più giovane.
In quell’istante fu tentata dal nulla che la avvolgeva. Che senso aveva continuare a vivere senza amore?

Ma la voce gentile dell’uomo giunse ovattata a risvegliare la sua coscienza.
“Ricordi chi è! Agatha! Lei è Agatha Christie! E ha ancora tanto per cui vivere”.
Con un’improvvisa boccata d’aria, la donna riemerse dall’oscurità, e istintivamente cinse con le sue braccia il petto ossuto dell’uomo che l’aveva salvata.
Come aveva potuto dimenticare chi fosse? La sofferenza era stata così forte da confonderle i sensi e annichilirla completamente; certo non se n’era andata, bruciava ancora nelle sue vene, ma non le avrebbe permesso di distruggere la sua identità.
Era Agatha Christie, tra qualche ora sarebbe iniziato un nuovo giorno, e lei aveva già in mente una nuova storia da raccontare, ambientata interamente su un treno.

[Per saperne di più: Agatha Christie e il mistero della sua scomparsa]

Ultimo giro di giostra – racconto blu

La signora Noble saliva ogni notte sulla collina per guardare le stelle. Non era mai stata un’esperta di astronomia, ma aveva più che altro “un affare in sospeso lassù”, come diceva spesso a suo nipote Wilfred. Lui non capiva cosa intendesse e si limitava a sorriderle, come si fa con i bambini quando lavorano di fantasia. La nonna, in effetti, non sapeva cosa ci fosse in sospeso e perché sentisse – giorno dopo giorno, anno dopo anno – il bisogno irrefrenabile di osservare il cielo.

A volte faceva dei sogni molto strani, in cui si trovava in un’altra epoca o addirittura in un pianeta diverso dalla Terra, e parlava con creature straordinarie e mostruose, ma non aveva mai paura. In mezzo alle fornaci più roventi o ad immensi paesaggi di ghiaccio, lei sentiva che sarebbe stata al sicuro. Anziché di incubi, si trattava sempre di sogni avventurosi e bellissimi.

Una sera, in cui il cielo era particolarmente limpido e sembrava una tela di seta blu puntellata da una miriade di paillettes, nonna Noble era sulla collina in compagnia di Wilfred. Sedevano su delle seggioline da campeggio, lei avvolta in una pesante coperta a quadri, lui in un cardigan di lana grossa. Si passavano un thermos che conteneva del tè caldo. La temperatura era piuttosto bassa lassù a quell’ora, nonostante fosse piena estate.

La nonna iniziò a raccontare di un sogno fatto la notte precedente, uno di quei sogni bizzarri e meravigliosi. “C’era un uomo con me”, disse quasi in un sussurro. Poi continuò, visibilmente eccitata: “ Era un uomo affascinante, anche se non ricordo il suo volto. Forse non aveva un unico volto… forse non era neppure un uomo. Ricordo però la forza che mi trasmetteva… con lui tutto sembrava possibile.”

Wilfred l’ascoltava con il suo consueto sorriso. “Magari assomigliava al nonno, no?”

Ma lei non ripose. Continuò a puntare il suo sguardo tra le stelle, come se si aspettasse di trovare qualcosa di diverso dal solito. Pensava al suo sogno e a quel compagno di avventure che la faceva sentire così giovane, piena di energia vitale ed entusiasmo.

Intanto il nipote, un po’ sorpreso dal silenzio prolungato della nonna, ritentava di catturare il suo interesse. “Non credi che i sogni siano sempre residui della realtà che abbiamo vissuto? Pensa a tutti i film di fantascienza che hai visto, ai libri che hai letto… è facile pensare che sia tutto lì, mischiato nel subconscio.”

Nonna Noble non lo stava ascoltando. Aveva tenuto gli occhi aperti così a lungo che le lacrimarono, e dovette stropicciarli e asciugarli con la mano, per poter rischiarire la vista. Non appena lo ebbe fatto, notò un bagliore nel cielo scuro, una meteora, una stella cadente.

In quello stesso istante rivide chiaramente le immagini dei suoi sogni. Rivide esseri alieni, alcuni dall’aspetto buffo, altri spaventoso, e luoghi misteriosi che non appartenevano a questo mondo, né a questa realtà. Risentì nella sua mente una canzone che aveva dimenticato, una canzone di un popolo che era stato a lungo schiavo degli umani, e sentì la voce di quell’essere che l’aveva accompagnata attraverso lo spazio e il tempo, infondendole coraggio e voglia di vivere. L’uomo delle stelle, così lo aveva chiamato. Ora ne era certa: non erano semplicemente sogni, ma ricordi di esperienze reali.

Aveva visto un passato difficile e uno sconcertante futuro per l’umanità, aveva rischiato di morire tante volte, e aveva sofferto, nel corpo e nella mente. Ma era stata così coraggiosa, più di quanto avesse mai creduto di poter essere. Aveva combattuto, fino a perdere le forze.

“Tutto ciò che desidero è un’ultima, grande avventura”, disse nonna Noble con gli occhi bagnati di nostalgia.

Wilfred la osservò preoccupato, non l’aveva mai vista così. “Si è fatto tardi, che ne dici? Andiamo a letto.” E solo quando le poggiò una mano sulla spalla, lei si voltò verso il nipote e rise, com’era solita fare spesso, per togliersi dall’imbarazzo. “Sì, andiamo caro, sono tanto stanca”.

La sera successiva la signora Noble tornò sulla collina, da sola. C’era un affare lasciato in sospeso lassù, una promessa, un’avventura ancora da vivere. Scrutava il cielo blu, oramai sicura di ciò che stava cercando.

Un ultimo giro sulla giostra dell’uomo delle stelle.

Wilfred si inerpicò su per quella collina, con una torcia in una mano e un thermos con del tè caldo nell’altra. La notte prima sua nonna le era sembrata un po’ strana, e non voleva che passasse troppo tempo da sola. Ma quando raggiunse il solito punto, di nonna Noble non c’era alcuna traccia.

Ritorno a casa [racconto rosso]

“Non ricordavo quanto fossero belli i tramonti qui”, pensò Mary mentre percorreva sulla sua decappottabile la strada che l’avrebbe riportata nella cittadina in cui era cresciuta, dopo tanti anni di assenza. Mary era quella che si può definire una donna in carriera, ed era certa che mai lo sarebbe diventata se fosse rimasta legata troppo stretta a quei tramonti spettacolari.

Era estate inoltrata e il sole stava calando velocemente, il calore del giorno era rimasto nell’aria e questo non faceva che aumentare la stanchezza di Mary, che aveva viaggiato per diverse ore. Aveva una gran fame, anche, e il rumore lamentoso del suo stomaco glielo ricordò.

“Spero non sia troppo tardi per un salto alla tua gelateria, Anna, potrebbe essere l’unica occasione in cui mi farebbe davvero piacere vederti…” e pensando questo ad alta voce e visualizzando il volto fin troppo amichevole della sua vecchia collega Anna, provò una leggera nausea. Quando erano entrambe più giovani, avevano lavorato assieme per un paio di stagioni in alcuni villaggi turistici, ma quello si era rivelato un lavoro poco adatto per Mary, che preferiva passare il suo tempo libero in compagnia di un bel libro, mentre Anna era sicuramente più a suo agio a contatto con il pubblico. Per questo, Mary non si era stupita più di tanto quando aveva ricevuto l’invito da parte di Anna nella nuova gelateria artigianale da lei gestita, poteva dirsi, anzi, quasi contenta per l’intraprendenza avuta dalla sua conoscente. Solo si sentiva un po’ in imbarazzo, come spesso le accadeva, al pensiero di un incontro non troppo desiderato con qualcuno a cui non si sentiva affine: si era sempre definita un pesce fuor d’acqua tra i suoi compaesani.

Nel frattempo, persa così nei suoi pensieri, era giunta a destinazione. Il paese era esattamente come lo ricordava, forse solo più silenzioso di quanto si sarebbe aspettata in quel periodo dell’anno.

Ma appena svoltò a destra, nella strada principale che portava alla grande piazza, notò subito un punto animato, laddove un discreto gruppo di persone chiacchierava davanti a grandi coppe di gelato, illuminato da una diffusa luce giallastra.

“Eccola lì…” disse Mary, scorgendo Anna aggirarsi tra i tavoli con il suo sorriso migliore. Non si accorse di aver quasi fermato l’auto proprio di fronte alla gelateria e di avere il suo sguardo fisso su quella donna, che sembrava non essere invecchiata di un solo anno da quando si erano separate.

Fu Anna ad interrompere quel momento d’incanto e ad irrompere tra il brusio generale con un saluto squillante. “Hey tuuu?! Da quanto tempo!!!” e si avvicinò svelta alla macchina, per afferrare poi il bordo della portiera del lato passeggero con le sue mani bianche e mostrare le sue unghie-artiglio rosso scarlatto. “Devi venire assolutamente ad assaggiare la mia specialità: il miglior gelato che potrai mai mangiare.” Scandì lentamente quelle ultime parole e cambiò persino il tono di voce, che divenne più basso e suadente. Mary pensò che ci fosse qualcosa di diverso in lei, forse solo nel suo atteggiamento, forse nei suoi occhi, ma non ebbe il tempo di elaborare un tale sospetto.

Poco più di trenta secondi dopo era già mano nella mano con Anna, che la guidava tra i tavolini, indicandole nel frattempo alcune creazioni della casa: amarena graffiti, strawberry cream forever; Mary non poteva credere che la sua ex collega avesse avuto l’idea di nominare i gelati ispirandosi a classici del cinema e della musica, lei avrebbe potuto fare una cosa simile, se solo avesse gestito una gelateria.

Sul bancone, all’interno, la attendeva una maestosa composizione, che comprendeva una cima di panna montata e una decorazione sinuosa di un bel rosso cupo. “L’ho chiamato la lettera scarlatta, in onore della tua passione per la lettura”, affermò Anna, visibilmente fiera del suo lampo di genio.

Mary afferrò il cucchiaino che le era stato offerto e lo affondò lentamente, come per un rituale, nella morbida nuvola venata di sciroppo vermiglio.

Sulle prime le sembrò di sentire un sapore strano, che tentò di identificare, poi, cucchiaino dopo cucchiaino, si convinse di mangiare il gelato più buono che avesse mai provato prima, diverso da qualsiasi altro e irresistibile.

Travolta dall’estasi di quel nuovo gusto, Mary non riusciva più a formulare un pensiero completo e logico. Continuò a non capire cosa stesse succedendo persino quando vide la sua amica con il polso sanguinante, la bocca aperta in un ghigno che lasciava ben scoperti dei lunghi e affilati canini, e due occhi gialli, infuocati, rivolti a lei come due lame appuntite. “Non ti sentirai mai più un pesce fuor d’acqua, mia cara Mary… Sei come tutti noi, adesso.” Mary cominciò a sentirsi come svuotata e percepì un improvviso, travolgente desiderio di sangue. Anna le rivolse uno dei suoi migliori sorrisi, prima di dirle: “Bentornata a casa”.

King, non solo It

Non ho letto molti libri di Stephen King, ma posso dire con onestà che reputo questo autore uno dei migliori scrittori contemporanei. A volte la sua grande popolarità e il sorprendente numero di romanzi (e altri lavori) pubblicati all’anno, gli hanno procurato una nomea non troppo lusinghiera. Nonostante questo, basta leggere alcune delle sue opere per rendersi conto di trovarsi di fronte a un professionista e ad un uomo dall’animo profondo e dalle mille sfaccettature.

King è noto soprattutto come re dell’horror, ma ha scritto tantissime storie in cui questo genere trova poco o nessuno spazio, in cui prevale il fantastico o il dramma totalmente umano. Come mi è già capitato di dire qui, è questo il King che preferisco per un puro gusto personale, ma non escludo affatto che ogni suo lavoro derivi da un’accurata, minuziosa analisi della psiche umana, delle sue emozioni, delle sue debolezze e paure, elemento che arricchisce le stesse storie dell’orrore con risvolti bel più terrificanti del mostro o demonio al di fuori di noi.

È questo elemento a rendere le sue opere così verosimili e coinvolgenti, sia laddove il fattore paranormale sia imprescindibile – come ne La zona morta o Il miglio verde – sia in quei racconti che sono poco più di uno spaccato di vita normale – come Il corpo (da cui è stato tratto il film Stand by me) o Colorado Kid.

Ovviamente in quasi tutte le storie di King vi è un elemento di mistero, che ha il ruolo di motore della storia. In Stand by me è la sparizione di un ragazzo in una piccola città che dà il via alla ricerca del presunto cadavere da parte di un gruppo di quattro ragazzini; in Colorado Kid è il caso irrisolto di un uomo senza vita che viene ritrovato su una spiaggia, sul quale per tanti anni investigano due appassionati reporter. Ce lo dice lo stesso autore nella post-fazione dell’opera: il punto questa volta non è raccontare una storia lineare, non è svelare la soluzione del mistero; il punto è il mistero stesso, è l’attrazione delle persone verso quel mistero, istintiva e irresistibile.

In pratica ogni essere umano vive immerso nel mistero dell’esistenza. Perché siamo qui? Come inizia e come finisce tutto questo? Non riusciamo a rispondere a queste domande, ma forse troveremo qualche altra risposta nel frattempo, o impiegheremo le nostre vite nello slancio della ricerca. King racconta benissimo questo slancio, le sue opere sono pregne di umanità e persino un cadavere del Colorado arriva a trasmetterci qualcosa, con i suoi indizi assurdi e i brandelli di vita che ha lasciato dietro di sé.

Ma c’è un altro elemento che King pone spesso al centro della scena: la scrittura stessa e il piacere/la necessità di raccontare. In Stand by me la voce narrante è quella del protagonista ormai diventato adulto, il ragazzino che si mette sulle tracce del cadavere e che ama raccontare storie ai suoi amici; è diventato uno scrittore.     In Colorado Kid sono due anziani reporter a raccontare l’enigma del corpo sulla spiaggia a una giovane leva del giornalismo. Quella è la loro storia, il loro mistero, e giunti ormai al tramonto delle loro vite senza aver trovato la soluzione, non gli resta che “passare il testimone” a qualcun altro che possa continuare quel tipo di ricerca, con la stessa curiosità e la stessa grande passione. Lo stesso lettore può così cimentarsi nella creazione fantasiosa di soluzioni possibili (o anche impossibili!).

Detto questo… sono davvero tanti i libri di King che vorrei leggere e, aggiunti a tutti gli altri e a tutte le altre cose da fare, non so se una vita basterà!                                     A te piace questo autore? Quali sono secondo te i suoi libri più belli?

Ogni maledetta domenica – Confessione

Se dicessi che non conservo escrementi secchi mentirei.

Ci sono escrementi secchi che fanno sorridere e altri che accendono la nostalgia.

Una dedica alla radio fatta da un amico speciale, una canzone della cantante che ascoltavo di più al liceo… sono passati tanti anni, ma io sorrido.

Le lettere che mi ha scritto la mia più cara amica, a rileggerle sorrido sempre.

La mia laurea, così inutile eppure così soddisfacente, e il sorriso che feci all’uscita di quell’aula, immortalato prontamente da una macchina fotografica. Sorrido ancora.

Sono tutti escrementi secchi. Poi ci sono quelli che non fanno proprio sorridere, magari il sorriso si incrina e diventa una smorfia, dipende da quanto sono stati calpestati.

Sono anche questi escrementi secchi, sai? Non è semplicemente merda, non sono d’accordo con chi dice che se qualcosa si è disfatta non è mai stata unita, né degna di essere conservata.

Io la vedo così: se mi regali anni di sorrisi, quelli non potranno che diventare escrementi secchi per me, che custodirò, nonostante tutto.

giphy

Tranquill*, non sono impazzita definitivamente. Puoi sostituire le parole “escrementi secchi” con “bei ricordi” e sarà tutto più chiaro.