Una recensione olistica

“I paradossi sono esattamente come il tessuto cicatriziale. Tempo e spazio vi si richiudono intorno e le persone ricordano una versione dei fatti che ha tanto senso quanto quelle gliene richiedono. Ciò non significa che quando ci si imbatte in un paradosso non ci sia qualcosa che colpisce per la sua stranezza, ma se sei passato attraverso la vita senza che questo ti sia già accaduto, allora non so in quale universo tu abbia vissuto, ma di certo non in questo.”

Dirk Gently, agenzia di investigazione olistica non è solo un libro di avventura, di mistero, di fantascienza umoristica; Dirk Gently non è solo un libro. È la storia di un detective diverso da chiunque altro, un detective olistico, fermamente convinto nell’interconnessione tra tutte le cose. Se Sherlock Holmes affermava che “una volta eliminato l’impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità”, Dirk al contrario non esclude mai l’impossibile.

E ciò che viene raccontato è davvero qualcosa di incredibile, per cui bisogna lasciare il buon senso a cuccia da qualche parte, per godersi il viaggio. Conoscerete il vegliardo professor Urban Chronotis detto Reg, l’ingenuo Richard MacDuff, lo sconclusionato Dirk, e sarete lì con loro all’università di Cambridge, o sul lungo Tamigi, così come in uno strano pianeta dal terriccio rosa in cui esistono monaci elettrici pronti a credere a tutto.

Ma la cosa migliore non sarà questa. La cosa migliore è che questo libro continua ad echeggiare dentro, una volta finito. Certo non dico succederà a chiunque, ma se siete fortunati e un po’ folli, credo vi capiterà. Vi ritroverete a cercare informazioni sul poeta romantico Samuel Taylor Coleridge, a leggere della sua ballata del vecchio marinaio, ad ascoltare con curiosità la musica di Bach, e soprattutto non guarderete mai più un divano senza sorridere (e pure un frigorifero, se leggerete il seguito La lunga oscura pausa caffè dell’anima).

Douglas Adams – ora più che mai me ne rendo conto – non era solo un autore divertente, era anche un uomo di grande cultura e intelligenza. E come tale sapeva che nella vita sono poche le cose davvero importanti: il rispetto per la natura, una bella risata, e, per ogni evenienza, un asciugamano.

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Non si può stare fermi

Mentre procede lo studio per il terzo esame pre-concorso (che avrò già dato nel momento in cui qualcuno starà leggendo questo post), ascolto un bel po’ di musica per rifornirmi di energia.

Visto che qualcuno qualche giorno fa mi ha fatto ragionare su questa cosa, vi dico in due parole perché scelgo di parlare di libri, film e altre cose affini piuttosto che raccontare più dettagli su di me. Premetto che sul blog trovate anche qualche articolo più “personale” e non escludo di scriverne altri in futuro… ma la verità è che io non credo che le mie piccole passioni siano vuote di significato, né tantomeno slegate dalla mia persona: dicono un bel po’ di me, se si legge tra le righe, e spesso senza troppa difficoltà. Quando ci si incontra – anche online – e ci si scambia uno “sguardo d’intesa” grazie a queste frivolezze, per me ha valore.

A volte (o spesso) la frase di qualcun altro esprime esattamente quello che avremmo voluto dire noi, a volte lo fa un’immagine, a volte una canzone. Se siamo fortunati, saremo anche i creatori di qualcosa, un giorno o l’altro. Nel frattempo, continuiamo a nutrirci di arte.

L’articolo che non scriverò mai

Vorrei parlare di qualcosa di personale. D’altronde questo blog è sì nato per condividere le mie passioni, ma anche come una sorta di terapia, per esprimere quello che ho dentro e stare a vedere dove va a finire.

Ma ci sono delle cose che, per quanto mi sforzi, non riesco a far uscire, rimangono incoĺlate dentro e vanno a disturbare i miei sogni, lasciandomi solo una strana sensazione al risveglio. Non posso scrivere un articolo su questo.

Così vi parlerò di una serie tv. L’ho guardata tutta d’un fiato un po’ di tempo fa su Netflix, e si intitola Love. Questa serie racconta della relazione improbabile tra Gus e Mickey. Lui è un tipo non proprio affascinante, impacciato, nevrotico, con tanti amici e interessi da nerd; lavora come tutor di una giovane attrice su un set televisivo (siamo in California) ed è molto frustrato da questa occupazione. Lei è una tipa piuttosto sexy, scontrosa, leggermente asociale e alle prese con diverse dipendenze, ma decisa a cambiare il corso della sua vita; lavora nell’ufficio di una stazione radiofonica, dove riesce a ottenere qualche soddisfazione.

Love è proprio una bella serie, perché, pur essendo di base una comedy romantica, non è troppo prevedibile, né forzatamente ottimista. Vuole essere il più possibile realistica nella sua tragi-comicità, con quel pizzico di follia che solo una persona problematica (indovina chi?) può trovare normale.

Ma anche se magari non vi immedesimerete con tanta facilità in entrambi i personaggi come è accaduto a me, sono sicura che ritroverete nelle loro storie, stranamente intrecciate e un po’ ingarbugliate, almeno un pezzetto della vostra. Se l’avete vista, fatemi sapere cosa ne pensate.

Per finire questo articolo – che ha sostituito quello che non scriverò mai – vi lascio una canzone sull’amore. Piccola curiosità: l’autore, Bo Burnham, è un giovane comico e cantautore statunitense, apparso anche in un film di Judd Apatow, uno dei creatori di Love.
Eh sì, tutto è collegato.

Vuoi un ragazzo che sia dolce
Un ragazzo che sia un duro
Un femminista a cui piace pagare per cose
Quel tipo di ragazzo che va d’accordo con le tue amiche
Senza essere attratto da nessuna di loro
Un ragazzo buono, un cattivo ragazzo, un buon cattivo ragazzo
Un mezzo ragazzo metà buono metà cattivo
Che adori tuo fratello, sensibile ma non debole
Che sia un grande amatore, che chiami tua madre nel week-end

Potresti pensare che un ragazzo del genere esista solo nella tua mente
Indovina un po’…
Hai ragione

Se desideri l’amore
Abbassa le tue aspettative di un po’
Perché il Principe Azzurro non si accontenterebbe mai di te
Se desideri l’amore
Prendi semplicemente un ragazzo e amalo
E se ha un feticismo per i piedi
Oh fanculo, fallo cadere ai tuoi piedi

Vuoi una ragazza che sia gentile
Una ragazza che non lo sia
Ossessionata dal suo aspetto ma incredibilmente sexy
Il tipo di ragazza che puoi esibire ai tuoi amici
Ami i film che ti piacciono e rida sempre alle tue battute
Una ragazza autentica, un ragazza sexy, una ragazza autenticamente sexy
Una nuova vera bambola veramente sexy
Vuole le tue attenzioni ma non gli interessa che tu la noti
Che ti usi solo per solleticargli la gola

Potresti pensare che questa ragazza esista solo nella tua mente
Esiste davvero…
Ma la scorsa settimana
È morta

Se desideri l’amore
Abbassa le tue aspettative di molto
Se pensi che il tuo pene sia un regalo ti assicuro che non lo è
Se desideri l’amore
Prendi semplicemente una ragazza e amala
Poi tira fuori il tuo pene e lascia che
La ragazza che ami declini la tua offerta

Non voglio qualcuno maniaco della pulizia o uno disordinato
O qualcuno con il cuscino attaccato alla faccia o in un lavoro senza uscita
Perché non mi accontenterò di meno che
Della perfezione
Vogliamo figli perfetti, una vita perfetta
Un marito o una moglie perfetta
Ma in fondo sappiamo
Che non lo meritiamo

Ma
Tutti meritiamo l’amore
Anche nei giorni in cui non siamo al nostro meglio
Perché facciamo tutti schifo
Ma l’amore può farci fare meno schifo
Tutti meritiamo l’amore
È la parte migliore dell’essere vivi
Io lo so di sicuro
E ho appena compiuto venticinque anni

Movie Club – Aprile crudele

Nel movie club di questo mese (nuova rubrica che non so se avrà un seguito e per quanto tempo) parliamo di… morte.

I film presi in esame sono due drammi molto diversi tra loro, ognuno con una propria peculiarità che ne muta creativamente il genere. Abbiamo infatti un dramma che potremmo definire fantastico e uno che richiama le atmosfere del thriller. Tutti e due, a modo loro, trattano il tema della perdita, della morte, di quell’intreccio inestricabile tra morte e vita. Si tratta di film adatti a chi non ricerchi necessariamente l’azione, a chi sia attratto da storie focalizzate più sulla psiche e sulle emozioni, storie in cui i dettagli anche visivi contano, trasmettono sensazioni e stimolano riflessioni.

A Ghost Story – Racconta di un giovane uomo che perde la vita in un incidente e si risveglia… con le sembianze del “fantasma formaggino”. L’ironia in questa storia è sottilissima, quasi impalpabile, ma c’è, e accompagna tutto il percorso del protagonista, che dovrà necessariamente affrontare il fatto di essere morto e di non poter consolare la sua amata vedova. Errante in un tempo non più lineare ma sempre connesso ad un posto specifico come da un filo invisibile, questo fantasma silenzioso ci accompagna attraverso le epoche e i sentieri tortuosi dell’esistenza, sospinto dall’amore che ha provato e dal legame con quel luogo che chiamava casa. Il film regala diverse perle di rara bellezza e poesia (compresa la colonna sonora), se si riesce a superare lo scoglio dei lunghi silenzi e di una certa immobilità. Inoltre è interessante notare l’espressività di Casey Affleck, più quando sia ricoperto da un lenzuolo che negli altri momenti.

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Super Dark Times – Ambientato nella periferia americana degli anni ’90, racconta la storia di due amici adolescenti che passano il tempo come tanti altri ragazzi adolescenti: sperimentando le prime cotte, cercando di evitare i bulli e facendo cose un po’ stupide per divertimento. Un brutto incidente nel quale perde la vita un compagno di scuola sembra dare il via a una discesa nei recessi più oscuri della loro mente. Entrambi i ragazzi vivono come ricoperti di una patina vischiosa, quella di una morte sanguinosa e assurda, impossibile da levarsi di dosso. Tra sensi di colpa, sospetti e ossessioni, il film ci porta faticosamente laddove non avremmo voluto, ad assistere a una rottura che non potrà essere risanata. Un film sulla perdita dell’innocenza, che trasmette più di ciò che appare a prima vista; qui un video interessante al riguardo (in inglese).

Non ho voluto fare troppi spoiler nel parlare di questi film, ma se vi va di discuterne lasciatemi un commento qui sotto!

Shada – l’avventura perduta di Doctor Who

“A cinque anni Skagra stabilì categoricamente che Dio non esisteva. La maggior parte degli abitanti dell’universo, davanti a una simile rivelazione, reagisce in due modi: sospirando di sollievo o sprofondando nello sconforto. Solo Skagra se ne uscì con: Ah, vuol dire che il posto è libero.”

Quando ho trovato questo volume su uno scaffale di una piccola libreria di libri usati non ho potuto fare a meno di acquistarlo. Prima di tutto perché racconta un’avventura con protagonista il Dottore (precisamente il quarto, quello interpretato da Tom Baker, il mitico dottore con la lunga sciarpa colorata). Seconda cosa, racconta un’avventura che originariamente fu scritta per la tv dallo scrittore di fantascienza umoristica Douglas Adams (quello di Guida galattica per autostoppisti, per intenderci), ma che non fu mai girata per intero.

Si dice che Adams non ne andasse particolarmente fiero ed è probabile che questo dipendesse dall’essere stato più o meno costretto a una scrittura veloce, che non gli lasciò il tempo di curare certi dettagli e sbrogliare per bene tutta la matassa. Più di trent’anni dopo, ci ha pensato Gareth Roberts a farlo, uno degli autori “moderni” di Doctor Who, che – a mio parere – se l’è cavata piuttosto bene. Roberts afferma di aver fatto una lunga ricerca sulla storia e le tradizioni dei Signori del Tempo prima di affrontare la “riscrittura” di Shada, e di essersi impegnato per sviluppare l’avventura così come lo stesso Adams avrebbe voluto.

Questo libro è quindi un omaggio – assolutamente sentito e appassionato – a un grande autore, purtroppo scomparso troppo presto. Roberts scrive: “Quando il telefilm tornò in tv, nel 2005, pensai che era un vero peccato che non ci sarebbe più stata la possibilità di assistere a una nuova avventura che riportasse nei titoli di coda: sceneggiatura di Douglas Adams. Scommetto che ne avrebbe scritto volentieri altre. Tempi di consegna permettendo. Spero che questo libro possa rappresentare una degna alternativa. Una vecchia-nuova storia di Doctor Who scritta da Douglas Adams, che permetta ai milioni di nuovi fan del Dottore di apprezzare il lavoro del migliore in assoluto tra i suoi sceneggiatori, e che faccia rivivere Douglas e il suo genio. Per un libro sarebbe davvero un modo meraviglioso di comportarsi.”

Si può scherzare su tutto?

Quando si può parlare di umorismo? E di ironia? E di satira? Certo esistono delle definizioni che ne chiariscono i concetti, ma dire quale sia il buon umorismo, così come la buona ironia o la buona satira, non sembra altrettanto semplice. È possibile che l’umorismo sia come l’arte (o è un’arte?): una rappresentazione/trasformazione della realtà con un qualche valore estetico. Chi decide questo valore? Principalmente il pubblico. Ma il pubblico spesso si divide.

Capita sempre più di frequente che comici di mestiere vengano criticati, denunciati, censurati, per le loro battute dissacranti. Loro si difendono: “questo è il nostro lavoro, far ridere, anche sulle cose più serie.” Ma tante persone non ridono. Anzi, si sentono offese, se con una battuta è stato toccato un loro nervo scoperto. Allora dicono: “non si può scherzare su questo o quello, non è dignitoso.” Parlano di contenuto e non di forma.

Si può scherzare sull’aspetto fisico ma non sulle malattie.

No, non si può scherzare nemmeno sul peso, perché può essere una malattia.

Non si può scherzare sullo stupro, perché è un incitamento allo stupro.

E molto altro…

Ho rimesso in discussione queste idee e prima di tutto ragiono sulla forma e meno sul contenuto. Non che il contenuto non sia importante, ovvio, ma è la forma che rende una battuta buona, che distingue una battuta arguta da una insulsa.

C’è davvero il rischio che scherzando su argomenti molto seri ci si desensibilizzi? Tralasciando il fatto che credo siano altre le cose che ci stanno desensibilizzando, qui entra in gioco l’educazione, e poi il senso critico e l’empatia, tutte cose che dovrebbero venire in nostro soccorso e permetterci di discernere tra uno scherzo e la realtà, così come tra derisione e comicità: la prima mira a far stare male, la seconda a far stare meglio, soprattutto i più deboli (forse per questo le battute sullo stupro che mirano a colpevolizzare la vittima non fanno ridere). L’umorismo è utile a ridicolizzare chi o ciò che ha più potere, per questo non trovo nulla di male a scherzare, per esempio, sulle malattie.

Quindi sì, mi piace pensare che si possa scherzare su tutto, ma che non tutti riescano a farlo bene, che la satira possa persino aprire la mente e l’umorismo sia in grado di liberarci dal senso di oppressione che ci portiamo dietro, anche solo per un attimo.

Kiseiju – chi sono i parassiti?

Kiseiju in giapponese significa “bestie parassite” ed è il titolo di un manga pubblicato per la prima volta tra il 1988 e il 1989, poi trasformato in serie tv animata nel 2014. Racconta la storia di Shinichi, un liceale diciassettenne che entra in contatto con una nuova forma di vita soprannominata da lui Destry, una sorta di verme parassita che, non riuscendo ad occupare e controllare il cervello del ragazzo, penetra nella sua mano destra, riuscendo così a sopravvivere.

Destry non è l’unico della sua specie a trovarsi sulla Terra: i suoi simili si sono impossessati dei cervelli di molti umani, vivono attraverso i loro corpi e si cibano di altri esseri umani. Quando gli omicidi aumentano, la presenza dei parassiti sanguinari non può passare più inosservata, e lo stesso Shinichi si ritrova a dover fare i conti con qualcosa di diverso da sé ma che allo stesso tempo gli ricorda costantemente cosa significhi essere umani.

Aldilà dell’azione e delle scene truculente che questa serie offre, la riflessione che emerge dai dialoghi tra il protagonista e il suo compagno-parassita è quella sulla natura umana e le sue contraddizioni. Da un lato il forte sentimento di compassione che lega le persone in relazioni che vanno oltre i legami di sangue, l’amore e l’amicizia e quel senso di protezione verso le creature indifese, verso i “cuccioli” della nostra e di altre specie. Dall’altro lato il cieco e incontrollato sfruttamento da parte dell’essere umano di qualsiasi risorsa del territorio, uno sfruttamento egoistico che non tiene conto, il più delle volte, del bene del luogo che ci ospita e delle altre creature, un atteggiamento distruttivo e utilitaristico che fa sorgere la domanda: chi sono i veri parassiti?

Room, il mondo che noi vediamo

Non voglio parlare del film Room, della storia che racconta o dei suoi evidenti pregi. Voglio solo prendere un elemento del film che mi ha colpito e farci una piccola riflessione. Un bambino è nato all’interno di una stanza; in quella stessa stanza ha dovuto nutrirsi, crescere, giocare; per cinque anni la sua intera esistenza è stata racchiusa in quelle quattro mura e tutto ciò che ha conosciuto sono stati i semplici arredi all’interno. Ciao tappeto, ciao lavandino, ciao tv, ciao serpente di gusci d’uovo. E ciao lucernario. Il cielo non è qualcosa che si estende a perdita d’occhio, ma un quadrato sopra la testa: di giorno penetra la luce, di notte solo il buio. Qualcuno gli ha raccontato che il mondo è tutto lì, in quella stanza, il mondo in cui lui può vivere, in cui – nonostante tutto – è al sicuro. Tutto ciò che vede in tv è finto, gli alberi, il mare, gli animali, le persone. Come potrebbero altrimenti stare tutti in quella scatola? Se desidera un amico, un cagnolino, ne crea uno immaginario, di nome Lucky. Per lui Lucky è reale, almeno quanto la stanza, che è tutto il suo mondo.

Come sarebbe scoprire all’improvviso che esiste una realtà immensa al di fuori di quella stanza? Che esistono gli oceani, il cielo, gli alberi, e che i cani possono essere accarezzati? Che esistono migliaia, miliardi di persone, buone e cattive, ognuna con una propria storia e le proprie chiacchiere, e che c’è una grande confusione nel mondo? Ci adatteremmo subito, o avremmo più di un capogiro, sopraffatti da una dimensione fino ad allora sconosciuta?

Quella del bambino è una situazione estrema, ma non così anomala. Tutti cresciamo all’interno di realtà che noi e gli altri cerchiamo di delimitare, lo facciamo per proteggerci o semplicemente per percepirci come esseri distinti, vivi. Questa è la MIA cultura. Ancora alcuni studiosi lottano per far emergere l’illusorietà delle pareti tra le quali confiniamo le nostre vite e le nostre culture, per svelare una realtà ben più estesa, variegata, in movimento.

Capita a sempre più persone di sentirsi strette nella propria esistenza. A volte credo sia una semplice malattia chiamata insoddisfazione, per cui non si è mai soddisfatti della realtà in cui si vive, e si desidera sempre qualcos’altro, qualcosa di più. Altre volte però quella sensazione ci comunica un messaggio, spesso difficile da ascoltare. A volte diventa impossibile dire addio alla propria “stanza”, soprattutto se non si crede davvero a ciò che si sta perdendo, che potrebbe attenderci lì fuori. Ma il messaggio è chiaro: qualche porta va aperta e attraversata, per scoprire quello che si trova aldilà.

“It can’t really be Room if door’s open.”

[Tag] Conosciamoci un po’ meglio

Penso che mi prenderò un periodo di riflessione. Vorrei capire se questo blog ha ancora il senso che aveva all’inizio, se ne ha ancora uno in generale, se necessita, come la sottoscritta, di cambiamenti drastici o semplici aggiustamenti.

Prima di tutto ciò, però, ho piacere di rispondere al tag “conosciamoci un po’ meglio” e alle domande proposte da Chris Morand del blog BibioteFantasy. Le regole, per chi voglia partecipare, sono molto semplici:

  • Seguire il blog che ti ha nominato
  • Rispondere alle sue 10 domande
  • Nominare a tua volta altri 10 blogger
  • Formulare altre nuove 10 domande per i blogger nominati. Le domande possono essere su VITA PRIVATA, VIAGGI, CINEMA, ESTETICA, MUSICA, SERIE TV, LIBRI e CIBO
  • Informare i tuoi blogger della nomination
  • Taggare il blog che ti ha nominato

Ecco le mie risposte alle domande di Chris Morand:

1. C’è un’epoca in cui vi piacerebbe vivere?

Sì, il futuro. Vorrei vivere nel futuro e scoprire quanto la fantascienza e la fiction distopica si siano avvicinate alla realtà.

2. Una frase di un film o di un libro che vi motiva quando siete giù di morale?

Potrebbero essercene tante, ma se mi attengo alla verità penso a “non può piovere per sempre”, tratta dal film Il corvo. Mi viene in mente spesso!

3. Qual è la colonna sonora di film che preferite?

Non ne ho una sola preferita. Tra quelle che ho ascoltato di più posso citare la soundtrack di Amelie e la ost di The Boat that Rocked (I love Radio Rock).

4. Quale storia d’amore letteraria vi piacerebbe vivere al posto della protagonista?

Non ne ho proprio idea. I miei libri preferiti non contengono grandi storie d’amore, allo stesso tempo però non mi dispiacerebbe vivere una storia ricca di passione e avventura, nello stile dei grandi romanzi di fiction.

5. Quale super potere vi piacerebbe avere?

Nella mia top 3 dei super poteri c’è sicuramente quello del teletrasporto spazio-temporale – il potere che aveva Hero della serie tv Heroes – quello della super forza – come Jessica Jones – e il mutare forma – come Mystica degli X-men.

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6. Qual è il posto che vorreste visitare almeno una volta nella vita?

Direi il Giappone… e una marea di altri posti.

7. Che tipo di abito vi piacerebbe indossare per una serata di gala importante?

Qualcosa di semplice ma con un dettaglio particolare.

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8. Quale canzone potrebbe descrivere il vostro umore in questo periodo?

Everybody Knows di Leonard Cohen.

9. Quale animale vorreste fosse il vostro patronus?

Secondo il sito Pottermore il mio patronus è una volpe, e mi va più che bene. La volpe si sa adattare anche alle situazioni più difficili e ha un forte animo indipendente. Posso prendere ispirazione da lei.

10. Quale piatto vi riesce meglio in cucina?

Sicuramente i dolci, in particolare direi il plumcake o banana bread.

Ed ora le mie domande per chiunque voglia rispondere (con un post ma anche nei commenti):

1) Qual è o era la tua materia di studio preferita?

2) Sei vegano/a, vegetariano/a o onnivoro/a?

3) Se potessi fare da assistente ad un artista (vivo o morto) chi sarebbe?

4) Hai un attore comico/attrice comica preferito/a?

5) C’è un testo di una canzone che pensi avresti potuto scrivere tu, perché sembra proprio rispecchiare la tua vita?

6) C’è un film che ti ha commosso più di quanto avresti potuto immaginare?

7) Se dico “amore” quale altra parola ti viene in mente?

8) Viaggio on the road o albergo super lusso?

9) Se potessi essere un’altra persona per un giorno, chi saresti?

10) Nomina un libro che hai scelto o sceglieresti di leggere per il titolo.