La saggezza di Jessica Fletcher

Poiché sono una romantica, credo ancora che abbiamo il potenziale di essere più nobili di quanto sappiamo e migliori di quanto pensiamo, che l’oscurità che ho visto sia solo un’ombra sul cuore umano. […] Perciò vi esorto a tenere la bussola del vostro cuore rivolta verso il vero Nord dei vostri sogni. Sentitevi liberi di essere romantici, di rifiutare il cinismo, di credere che il bene possa prevalere e che quelli che sbagliano vengano puniti. Perché quando l’ora più cupa verrà, e verrà per tutti noi prima o poi, queste saranno le cose che ci sosterranno.

[Tratto da Appuntamento con la morte/A Story to Die For, il secondo dei film tv della Signora in giallo – Vagone letto con omicidio/South by Southwest, L’ultimo uomo libero/The Last Free Man, La ballata del ragazzo perduto/The Celtic Riddle – che si possono vedere in lingua originale su YouTube]

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Ricomincio da capo – racconto giallo

Il racconto che segue non è di genere giallo, ma è ispirato al giallo, come i racconti delle scorse settimane erano ispirati rispettivamente al rosso e al blu. Buona lettura!

Teresa Neele si svegliò, dopo alcune ore di sonno turbolento, e si trovava sul treno in corsa, ancora prossimo ad arrivare ad Harrogate. Fuori il cielo ero grigio e cadeva una fitta pioggia.
Si voltò a guardare la grande valigia gialla che aveva sistemato accanto a sé: era ancora lì. Davanti a lei stava seduto un uomo anziano, esile ed elegante, che distolse lo sguardo dal libro che stava leggendo e con un sorriso triste le diede il buongiorno.
“Qual è la data di oggi?”, gli domandò lei impaziente.
“Il 4 dicembre 1926, signora”.

La sua risposta non le piacque affatto. Era il 4 dicembre ormai da nove giorni. Arrivava la notte, i sensi la abbandonavano, e quando si ridestava era sempre lo stesso giorno.
Le prime volte era così convinta si trattasse di uno scherzo che si rese ridicola agli occhi degli altri passeggeri, ignari di quel che lei stava sperimentando. Appurato che nessuno le stesse tirando un brutto scherzo, tentò di investigare sulla faccenda, ma non riuscì a cavarne niente di utile.
Cercò allora di godersi il viaggio il più possibile, dapprima con atteggiamenti che rasentavano la follia, poi con una nuova calma, derivata dall’accettazione di una situazione che pareva dover rimanere statica. Nonostante ciò, era difficile non provare una certa frustrazione nel sapere che la destinazione restava in questo modo irraggiungibile.

Vedendola sospirare, l’uomo poggiò il libro sul sedile e le rivolse nuovamente la parola. “Signora, posso domandarle una cosa?”
Lei, lievemente sorpresa dalla novità, gli fece cenno di sì.
“Qual è il motivo del suo viaggio?”
Quella domanda la colpì, più di quanto si sarebbe potuta aspettare.
“Oh be’, non saprei… – rispose – credo per una vacanza”.
Si rese conto in quel momento che la sua mente non era del tutto lucida. Non ricordava cosa l’avesse spinta a partire, né cosa si stava lasciando alle spalle.
L’uomo sorrise di nuovo con quella sua aria un po’ malinconica. “Ne è sicura?” Attese qualche secondo, poi continuò:
“Deve sapere che io ho perso mio figlio durante la Grande Guerra. Era il mio unico figlio. Poi, dopo tanti anni di malattia, se n’è andata anche la mia amata moglie e sono rimasto solo. È da allora che viaggio, proprio su questo stesso treno, e credo non scenderò mai. Capisce cosa voglio dire, vero?”

Teresa Neele comprese allora di non essere l’unica a vivere ripetutamente lo stesso giorno. Quel treno li intrappolava entrambi, e allo stesso tempo li proteggeva da una realtà troppo penosa da sopportare.
“Non si può scappare da una tale sofferenza… Ma per lei potrebbe essere diverso”. Mentre l’uomo le diceva queste parole, Teresa sentì il suo petto straziato da un dolore ineffabile. Si sentì annegare in un mare di aria densa, che non le arrivava ai polmoni, e la vista cominciò ad annebbiarsi.
Aveva perso due delle persone che le erano più care: sua madre era andata via per sempre, e il suo caro marito l’aveva lasciata per una donna più giovane.
In quell’istante fu tentata dal nulla che la avvolgeva. Che senso aveva continuare a vivere senza amore?

Ma la voce gentile dell’uomo giunse ovattata a risvegliare la sua coscienza.
“Ricordi chi è! Agatha! Lei è Agatha Christie! E ha ancora tanto per cui vivere”.
Con un’improvvisa boccata d’aria, la donna riemerse dall’oscurità, e istintivamente cinse con le sue braccia il petto ossuto dell’uomo che l’aveva salvata.
Come aveva potuto dimenticare chi fosse? La sofferenza era stata così forte da confonderle i sensi e annichilirla completamente; certo non se n’era andata, bruciava ancora nelle sue vene, ma non le avrebbe permesso di distruggere la sua identità.
Era Agatha Christie, tra qualche ora sarebbe iniziato un nuovo giorno, e lei aveva già in mente una nuova storia da raccontare, ambientata interamente su un treno.

[Per saperne di più: Agatha Christie e il mistero della sua scomparsa]

Quella sagoma di Albus

“Questa cicatrice se la terrà per sempre.”
“E lei non può farci niente Silente?”
“Anche se potessi, non lo farei. Le cicatrici possono tornare utili. Anche io ne ho una, sopra il ginocchio sinistro, che è una piantina perfetta della metropolitana di Londra.”

[Harry Potter e la pietra filosofale]

Ultimo giro di giostra – racconto blu

La signora Noble saliva ogni notte sulla collina per guardare le stelle. Non era mai stata un’esperta di astronomia, ma aveva più che altro “un affare in sospeso lassù”, come diceva spesso a suo nipote Wilfred. Lui non capiva cosa intendesse e si limitava a sorriderle, come si fa con i bambini quando lavorano di fantasia. La nonna, in effetti, non sapeva cosa ci fosse in sospeso e perché sentisse – giorno dopo giorno, anno dopo anno – il bisogno irrefrenabile di osservare il cielo.

A volte faceva dei sogni molto strani, in cui si trovava in un’altra epoca o addirittura in un pianeta diverso dalla Terra, e parlava con creature straordinarie e mostruose, ma non aveva mai paura. In mezzo alle fornaci più roventi o ad immensi paesaggi di ghiaccio, lei sentiva che sarebbe stata al sicuro. Anziché di incubi, si trattava sempre di sogni avventurosi e bellissimi.

Una sera, in cui il cielo era particolarmente limpido e sembrava una tela di seta blu puntellata da una miriade di paillettes, nonna Noble era sulla collina in compagnia di Wilfred. Sedevano su delle seggioline da campeggio, lei avvolta in una pesante coperta a quadri, lui in un cardigan di lana grossa. Si passavano un thermos che conteneva del tè caldo. La temperatura era piuttosto bassa lassù a quell’ora, nonostante fosse piena estate.

La nonna iniziò a raccontare di un sogno fatto la notte precedente, uno di quei sogni bizzarri e meravigliosi. “C’era un uomo con me”, disse quasi in un sussurro. Poi continuò, visibilmente eccitata: “ Era un uomo affascinante, anche se non ricordo il suo volto. Forse non aveva un unico volto… forse non era neppure un uomo. Ricordo però la forza che mi trasmetteva… con lui tutto sembrava possibile.”

Wilfred l’ascoltava con il suo consueto sorriso. “Magari assomigliava al nonno, no?”

Ma lei non ripose. Continuò a puntare il suo sguardo tra le stelle, come se si aspettasse di trovare qualcosa di diverso dal solito. Pensava al suo sogno e a quel compagno di avventure che la faceva sentire così giovane, piena di energia vitale ed entusiasmo.

Intanto il nipote, un po’ sorpreso dal silenzio prolungato della nonna, ritentava di catturare il suo interesse. “Non credi che i sogni siano sempre residui della realtà che abbiamo vissuto? Pensa a tutti i film di fantascienza che hai visto, ai libri che hai letto… è facile pensare che sia tutto lì, mischiato nel subconscio.”

Nonna Noble non lo stava ascoltando. Aveva tenuto gli occhi aperti così a lungo che le lacrimarono, e dovette stropicciarli e asciugarli con la mano, per poter rischiarire la vista. Non appena lo ebbe fatto, notò un bagliore nel cielo scuro, una meteora, una stella cadente.

In quello stesso istante rivide chiaramente le immagini dei suoi sogni. Rivide esseri alieni, alcuni dall’aspetto buffo, altri spaventoso, e luoghi misteriosi che non appartenevano a questo mondo, né a questa realtà. Risentì nella sua mente una canzone che aveva dimenticato, una canzone di un popolo che era stato a lungo schiavo degli umani, e sentì la voce di quell’essere che l’aveva accompagnata attraverso lo spazio e il tempo, infondendole coraggio e voglia di vivere. L’uomo delle stelle, così lo aveva chiamato. Ora ne era certa: non erano semplicemente sogni, ma ricordi di esperienze reali.

Aveva visto un passato difficile e uno sconcertante futuro per l’umanità, aveva rischiato di morire tante volte, e aveva sofferto, nel corpo e nella mente. Ma era stata così coraggiosa, più di quanto avesse mai creduto di poter essere. Aveva combattuto, fino a perdere le forze.

“Tutto ciò che desidero è un’ultima, grande avventura”, disse nonna Noble con gli occhi bagnati di nostalgia.

Wilfred la osservò preoccupato, non l’aveva mai vista così. “Si è fatto tardi, che ne dici? Andiamo a letto.” E solo quando le poggiò una mano sulla spalla, lei si voltò verso il nipote e rise, com’era solita fare spesso, per togliersi dall’imbarazzo. “Sì, andiamo caro, sono tanto stanca”.

La sera successiva la signora Noble tornò sulla collina, da sola. C’era un affare lasciato in sospeso lassù, una promessa, un’avventura ancora da vivere. Scrutava il cielo blu, oramai sicura di ciò che stava cercando.

Un ultimo giro sulla giostra dell’uomo delle stelle.

Wilfred si inerpicò su per quella collina, con una torcia in una mano e un thermos con del tè caldo nell’altra. La notte prima sua nonna le era sembrata un po’ strana, e non voleva che passasse troppo tempo da sola. Ma quando raggiunse il solito punto, di nonna Noble non c’era alcuna traccia.

A step you can’t take back

Ti ritrovi in questa stazione della metro, tutto il tuo mondo in un borsone al tuo fianco…

Inserendo la canzone nel contesto del film da cui è tratta, direi che sì, resta una canzone triste, ma voglio interpretarla così: è necessario un passo verso l’ignoto per poter ricominciare, dopo che la vita ci ha buttati a terra, un passo totalmente azzardato, per poter cambiare.

Ritorno a casa [racconto rosso]

“Non ricordavo quanto fossero belli i tramonti qui”, pensò Mary mentre percorreva sulla sua decappottabile la strada che l’avrebbe riportata nella cittadina in cui era cresciuta, dopo tanti anni di assenza. Mary era quella che si può definire una donna in carriera, ed era certa che mai lo sarebbe diventata se fosse rimasta legata troppo stretta a quei tramonti spettacolari.

Era estate inoltrata e il sole stava calando velocemente, il calore del giorno era rimasto nell’aria e questo non faceva che aumentare la stanchezza di Mary, che aveva viaggiato per diverse ore. Aveva una gran fame, anche, e il rumore lamentoso del suo stomaco glielo ricordò.

“Spero non sia troppo tardi per un salto alla tua gelateria, Anna, potrebbe essere l’unica occasione in cui mi farebbe davvero piacere vederti…” e pensando questo ad alta voce e visualizzando il volto fin troppo amichevole della sua vecchia collega Anna, provò una leggera nausea. Quando erano entrambe più giovani, avevano lavorato assieme per un paio di stagioni in alcuni villaggi turistici, ma quello si era rivelato un lavoro poco adatto per Mary, che preferiva passare il suo tempo libero in compagnia di un bel libro, mentre Anna era sicuramente più a suo agio a contatto con il pubblico. Per questo, Mary non si era stupita più di tanto quando aveva ricevuto l’invito da parte di Anna nella nuova gelateria artigianale da lei gestita, poteva dirsi, anzi, quasi contenta per l’intraprendenza avuta dalla sua conoscente. Solo si sentiva un po’ in imbarazzo, come spesso le accadeva, al pensiero di un incontro non troppo desiderato con qualcuno a cui non si sentiva affine: si era sempre definita un pesce fuor d’acqua tra i suoi compaesani.

Nel frattempo, persa così nei suoi pensieri, era giunta a destinazione. Il paese era esattamente come lo ricordava, forse solo più silenzioso di quanto si sarebbe aspettata in quel periodo dell’anno.

Ma appena svoltò a destra, nella strada principale che portava alla grande piazza, notò subito un punto animato, laddove un discreto gruppo di persone chiacchierava davanti a grandi coppe di gelato, illuminato da una diffusa luce giallastra.

“Eccola lì…” disse Mary, scorgendo Anna aggirarsi tra i tavoli con il suo sorriso migliore. Non si accorse di aver quasi fermato l’auto proprio di fronte alla gelateria e di avere il suo sguardo fisso su quella donna, che sembrava non essere invecchiata di un solo anno da quando si erano separate.

Fu Anna ad interrompere quel momento d’incanto e ad irrompere tra il brusio generale con un saluto squillante. “Hey tuuu?! Da quanto tempo!!!” e si avvicinò svelta alla macchina, per afferrare poi il bordo della portiera del lato passeggero con le sue mani bianche e mostrare le sue unghie-artiglio rosso scarlatto. “Devi venire assolutamente ad assaggiare la mia specialità: il miglior gelato che potrai mai mangiare.” Scandì lentamente quelle ultime parole e cambiò persino il tono di voce, che divenne più basso e suadente. Mary pensò che ci fosse qualcosa di diverso in lei, forse solo nel suo atteggiamento, forse nei suoi occhi, ma non ebbe il tempo di elaborare un tale sospetto.

Poco più di trenta secondi dopo era già mano nella mano con Anna, che la guidava tra i tavolini, indicandole nel frattempo alcune creazioni della casa: amarena graffiti, strawberry cream forever; Mary non poteva credere che la sua ex collega avesse avuto l’idea di nominare i gelati ispirandosi a classici del cinema e della musica, lei avrebbe potuto fare una cosa simile, se solo avesse gestito una gelateria.

Sul bancone, all’interno, la attendeva una maestosa composizione, che comprendeva una cima di panna montata e una decorazione sinuosa di un bel rosso cupo. “L’ho chiamato la lettera scarlatta, in onore della tua passione per la lettura”, affermò Anna, visibilmente fiera del suo lampo di genio.

Mary afferrò il cucchiaino che le era stato offerto e lo affondò lentamente, come per un rituale, nella morbida nuvola venata di sciroppo vermiglio.

Sulle prime le sembrò di sentire un sapore strano, che tentò di identificare, poi, cucchiaino dopo cucchiaino, si convinse di mangiare il gelato più buono che avesse mai provato prima, diverso da qualsiasi altro e irresistibile.

Travolta dall’estasi di quel nuovo gusto, Mary non riusciva più a formulare un pensiero completo e logico. Continuò a non capire cosa stesse succedendo persino quando vide la sua amica con il polso sanguinante, la bocca aperta in un ghigno che lasciava ben scoperti dei lunghi e affilati canini, e due occhi gialli, infuocati, rivolti a lei come due lame appuntite. “Non ti sentirai mai più un pesce fuor d’acqua, mia cara Mary… Sei come tutti noi, adesso.” Mary cominciò a sentirsi come svuotata e percepì un improvviso, travolgente desiderio di sangue. Anna le rivolse uno dei suoi migliori sorrisi, prima di dirle: “Bentornata a casa”.

Tipi psicologici in sala d’attesa

Ci sono moltissimi luoghi e altrettante situazioni particolarmente adatti all’osservazione dell’essere umano. Gli autobus e in generale i mezzi pubblici, per esempio, offrono infinite possibilità di studio e di stimolo per l’immaginazione. “Quel tipo è arrabbiato con la vita e cerca il litigio… Quella signora ha voglia di chiacchierare… Quel ragazzo lo riconosco, fa parte del club dei nerd.” E così via, fino a supporre mestieri, gusti e passatempi segreti.

Altro posto stimolante per l’individuazione dei cosiddetti “tipi psicologici“, sono sicuramente le sale d’attesa: gli uffici postali, le banche, i centri per l’impiego, i vari studi medici. L’altro giorno ho partecipato ad una selezione di un’agenzia di formazione e mi sono ritrovata in una bella sala spaziosa e rinfrescata assieme a un gran numero di persone, in attesa come me del colloquio individuale. Ho scambiato un po’ di parole con diversi di loro e oggi posso dire di aver individuato alcuni “tipi”, che catalogherò in questo modo:

IL COMICO DI COLORADO, quello che vuole rompere il ghiaccio ed essere divertente a tutti i costi (e spesso non ci riesce)

L’ELLEN DEGENERES, quello che è simpatico in modo naturale e riesce davvero a rompere il ghiaccio

IL CAPITAN AMERICA, quello timido e un po’ insicuro, ma che mostra di volersi aprire (e lo fa)

L’EDWARD CULLEN, quello che appare timido, ma in realtà non vuole “mischiarsi” con la plebe

L’ALBUS SILENTE, quello che ne sa più di tutti gli altri ma non lo fa pesare, perché affabile e modesto

IL LEGOLAS, quello che fa il modesto per un attimo, poi ne approfitta per mettersi in mostra

Ed io, che tipo sono? Sono quella che ha stilato questa lista, quindi… il tipo strano!

 

Un attore sottovalutato – Hot like summer

Oggi voglio tessere le lodi di un attore a lungo sottovalutato. In molti film interpreta ruoli minori e spesso lo troviamo protagonista o comprimario in pellicole indipendenti, poco conosciute al vasto pubblico. Eppure, sempre, le sue interpretazioni sono memorabili. Sto parlando di Sam Rockwell: attore per vocazione, per attitudine un gran figo.

Io mi sono goduta pian piano quasi tutta la sua filmografia, piuttosto sostanziosa, e ne ho tratto cinque pellicole che, a mio parere, rappresentano al meglio la sua duttilità e intensità come interprete, pellicole di valore ma poco note (rispetto ad altre come Il miglio verde o Confessioni di una mente pericolosa).

 

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Lawn Dogs (1997). Qui Sam interpreta il tipico sempliciotto degli Stati Uniti del sud (per niente stupido, a dire il vero), un ragazzo che vive in una roulotte nel bosco e che si mantiene falciando l’erba delle ville del quartiere “bene” vicino. Un giorno la piccola e ribelle Devon (una brava Mischa Burton, al suo debutto cinematografico) decide di inoltrarsi nel bosco e fare la conoscenza dell’interessante “falcia-erba”. La loro amicizia avrà delle conseguenze sorprendenti per entrambi. COMMOVENTE.

 

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Snow Angels (2007). In questo film ultra-drammatico si intrecciano le storie di Arthur (Michael Angarano), un adolescente un po’ insicuro alle prese con le prime cotte e la separazione dei suoi genitori, e della cameriera, sua collega, Annie (Kate Beckinsale), che cerca di rifarsi una vita dopo essersi separata da un marito profondamente problematico. Quest’ultimo, interpretato da Sam Rockwell, non riesce a sopportare l’idea di aver perso sua moglie e sua figlia. INTENSO.

 

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Soffocare (2008). Il film è tratto dal romanzo omonimo di Chuck Palahniuk. Racconta la storia di Victor, un sesso-dipendente depresso che lavora in un parco di rievocazioni storiche e arrotonda lo stipendio fingendo di soffocare nei ristoranti e approfittando della generosità dei suoi salvatori. C’è da dire che i soldi gli servono anche per sostenere le cure della madre malata (Anjelica Huston), ma resta un personaggio disastroso, che si auto-definisce uno stronzo. DIVERTENTE.

 

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Moon (2009). Sam Bell lavora in una base lunare completamente da solo; la sua unica compagnia è l’intelligenza artificiale GERTY (Kevin Spacey). È addetto all’estrazione di elio-3, fonte energetica mandata periodicamente sulla Terra. Il suo contratto triennale sta per scadere, ma Sam inizia ad avere allucinazioni e a stare sempre più male, fino a compiere un irrimediabile errore. In questo film indipendente di altissima qualità, Sam ha il ruolo di un uomo comune alle prese con una situazione straordinaria. SORPRENDENTE.

 

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7 psicopatici (2012). Una commedia nera divertentissima, dove Colin Farrell è uno sceneggiatore in crisi che cerca la giusta ispirazione per scrivere un film, dal titolo “7 psicopatici”. Sam Rockwell è il suo migliore amico, un attore in declino con qualche rotella fuori posto, che rapisce cani assieme al misterioso Christopher Walken. Le cose si mettono maledettamente male quando i due rapiscono il cagnolino di un gangster (Woody Harrelson), che sacrificherebbe pure sua madre pur di riprenderselo. ESILARANTE.

Buona visione ^_^

 

 

giveaway, illustrazioni e progetti estivi

buongiorno alieni! il mese scorso ho lanciato su questo blog il mio primo giveaway, nel quale ho messo in palio due bei libri: senza sangue, del famoso alessandro baricco, e il primo viaggio di selene tra le stelle, del nuovo autore alessandro frailis. ho pensato tanto se essere sincera e dire com’è andata davvero, e ovviamente, visto la premessa, ho deciso di esserlo. il giveaway è stato un immenso, stratosferico flop. nonostante le visualizzazioni al post non siano mancate, solo 2 persone hanno partecipato. sì, non due persone nel senso di 4 gatti, ma proprio 2 di numero! ecco, io non ho problemi a fare l’estrazione tra queste due persone e regalare i libri, anzi mi fa piacere, ma vorrei capire perché nessun altro ha partecipato. sarà perché chiedevo di inserire un indirizzo email? o perché non interessavano i libri? o dovevo fare più spam? mah.

comunque, bando alle ciance e ciancio alle bande, la vincitrice è… Loredana! mi dispiace per l’altra impavida concorrente, grazie per aver partecipato. per te posso pensare a un bel premio di consolazione. Loredana è stata contattata privatamente e riceverà i suoi libri non appena mi sarà possibile spedirli, credo abbastanza presto. intanto colgo l’occasione per pubblicizzare la sua pagina facebook, perché si dà il caso che Loredana sia una bravissima artista. potete vedere due sue illustrazioni proprio qui, ad abbellire questo semplice post di “comunicazioni di servizio”.

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in questo periodo ho pensato anche al futuro del blog e se eventualmente apportare delle modifiche. per il momento l’unica novità è che cercherò di scrivere quattro racconti per ognuna delle quattro settimane di agosto e ogni racconto sarà abbinato ad un colore: rosso, blu, giallo e nero (non so se in quest’ordine). fatemi sapere se voleste tentare la mia stessa missione

ci leggiamo presto!