Ritorno a casa [racconto rosso]

“Non ricordavo quanto fossero belli i tramonti qui”, pensò Mary mentre percorreva sulla sua decappottabile la strada che l’avrebbe riportata nella cittadina in cui era cresciuta, dopo tanti anni di assenza. Mary era quella che si può definire una donna in carriera, ed era certa che mai lo sarebbe diventata se fosse rimasta legata troppo stretta a quei tramonti spettacolari.

Era estate inoltrata e il sole stava calando velocemente, il calore del giorno era rimasto nell’aria e questo non faceva che aumentare la stanchezza di Mary, che aveva viaggiato per diverse ore. Aveva una gran fame, anche, e il rumore lamentoso del suo stomaco glielo ricordò.

“Spero non sia troppo tardi per un salto alla tua gelateria, Anna, potrebbe essere l’unica occasione in cui mi farebbe davvero piacere vederti…” e pensando questo ad alta voce e visualizzando il volto fin troppo amichevole della sua vecchia collega Anna, provò una leggera nausea. Quando erano entrambe più giovani, avevano lavorato assieme per un paio di stagioni in alcuni villaggi turistici, ma quello si era rivelato un lavoro poco adatto per Mary, che preferiva passare il suo tempo libero in compagnia di un bel libro, mentre Anna era sicuramente più a suo agio a contatto con il pubblico. Per questo, Mary non si era stupita più di tanto quando aveva ricevuto l’invito da parte di Anna nella nuova gelateria artigianale da lei gestita, poteva dirsi, anzi, quasi contenta per l’intraprendenza avuta dalla sua conoscente. Solo si sentiva un po’ in imbarazzo, come spesso le accadeva, al pensiero di un incontro non troppo desiderato con qualcuno a cui non si sentiva affine: si era sempre definita un pesce fuor d’acqua tra i suoi compaesani.

Nel frattempo, persa così nei suoi pensieri, era giunta a destinazione. Il paese era esattamente come lo ricordava, forse solo più silenzioso di quanto si sarebbe aspettata in quel periodo dell’anno.

Ma appena svoltò a destra, nella strada principale che portava alla grande piazza, notò subito un punto animato, laddove un discreto gruppo di persone chiacchierava davanti a grandi coppe di gelato, illuminato da una diffusa luce giallastra.

“Eccola lì…” disse Mary, scorgendo Anna aggirarsi tra i tavoli con il suo sorriso migliore. Non si accorse di aver quasi fermato l’auto proprio di fronte alla gelateria e di avere il suo sguardo fisso su quella donna, che sembrava non essere invecchiata di un solo anno da quando si erano separate.

Fu Anna ad interrompere quel momento d’incanto e ad irrompere tra il brusio generale con un saluto squillante. “Hey tuuu?! Da quanto tempo!!!” e si avvicinò svelta alla macchina, per afferrare poi il bordo della portiera del lato passeggero con le sue mani bianche e mostrare le sue unghie-artiglio rosso scarlatto. “Devi venire assolutamente ad assaggiare la mia specialità: il miglior gelato che potrai mai mangiare.” Scandì lentamente quelle ultime parole e cambiò persino il tono di voce, che divenne più basso e suadente. Mary pensò che ci fosse qualcosa di diverso in lei, forse solo nel suo atteggiamento, forse nei suoi occhi, ma non ebbe il tempo di elaborare un tale sospetto.

Poco più di trenta secondi dopo era già mano nella mano con Anna, che la guidava tra i tavolini, indicandole nel frattempo alcune creazioni della casa: amarena graffiti, strawberry cream forever; Mary non poteva credere che la sua ex collega avesse avuto l’idea di nominare i gelati ispirandosi a classici del cinema e della musica, lei avrebbe potuto fare una cosa simile, se solo avesse gestito una gelateria.

Sul bancone, all’interno, la attendeva una maestosa composizione, che comprendeva una cima di panna montata e una decorazione sinuosa di un bel rosso cupo. “L’ho chiamato la lettera scarlatta, in onore della tua passione per la lettura”, affermò Anna, visibilmente fiera del suo lampo di genio.

Mary afferrò il cucchiaino che le era stato offerto e lo affondò lentamente, come per un rituale, nella morbida nuvola venata di sciroppo vermiglio.

Sulle prime le sembrò di sentire un sapore strano, che tentò di identificare, poi, cucchiaino dopo cucchiaino, si convinse di mangiare il gelato più buono che avesse mai provato prima, diverso da qualsiasi altro e irresistibile.

Travolta dall’estasi di quel nuovo gusto, Mary non riusciva più a formulare un pensiero completo e logico. Continuò a non capire cosa stesse succedendo persino quando vide la sua amica con il polso sanguinante, la bocca aperta in un ghigno che lasciava ben scoperti dei lunghi e affilati canini, e due occhi gialli, infuocati, rivolti a lei come due lame appuntite. “Non ti sentirai mai più un pesce fuor d’acqua, mia cara Mary… Sei come tutti noi, adesso.” Mary cominciò a sentirsi come svuotata e percepì un improvviso, travolgente desiderio di sangue. Anna le rivolse uno dei suoi migliori sorrisi, prima di dirle: “Bentornata a casa”.

Annunci