Mindhunter: viaggio nella mente dei serial killer

Mindhunter è una nuova serie televisiva statunitense, di genere thriller drammatico, diretta da David Fincher, regista di Seven, Fight Club, Zodiac e Gone Girl.  Racconta gli albori degli studi sugli assassini seriali e la loro “profilazione“, ovvero la definizione del profilo criminale.

La serie è basata sul libro Mindhunter: la storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto più di vent’anni fa da John E. Douglas e Mark Olshaker. John Douglas è stato un agente speciale dell’FBI ed è tuttora un autore di saggi sulla criminologia.

Iniziò la sua carriera nell’FBI nel 1970, prima come cecchino poi come negoziatore per gli ostaggi. Nel 1977 fu trasferito nell’Unità di scienze comportamentali, e da questo momento cominciò ad insegnare le tecniche di negoziazione e la criminologia agli agenti dell’FBI e a quelli di polizia in tutti gli Stati Uniti. Fu lui a creare e dirigere il Programma di Profilazione Criminale, un programma che si arricchì negli anni con le numerose interviste ad assassini seriali e perpetuatori di crimini particolarmente violenti; per citarne alcuni: David Berkovitz, Edmund Kemper, Charles Manson.

Lo studio, realizzato anche attraverso nuove ed efficaci tecniche di interrogatorio, riguardava la psicologia dei criminali più pericolosi, i retroscena dei loro crimini, i loro trascorsi familiari, il loro modus operandi. Questo ha permesso non solo di catalogare le diverse tipologie di assassino e di comprenderne meglio le scelte e le modalità di azione, ma ha portato l’investigazione ad un livello più profondo, assicurando un numero crescente di criminali alla giustizia. È nato proprio in quei primi anni di ricerca il termine serial killer, forse ad opera dello stesso Douglas, o più probabilmente coniato da un suo più anziano collega di nome Robert Ressler.

John Douglas sembra aver dedicato tutta la sua vita allo studio della mente criminale, e non molto tempo fa, nel suo libro The Forgotten Killer, si è espresso a favore dell’innocenza di Amanda Knox. Aldilà della verità dietro ogni singolo caso, credo ci sia ancora tutta una dimensione da scoprire all’interno della mente umana e che valga la pena continuare ad indagare.

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My Nerd Upside Down

Stranger Things è la serie tv ambientata negli anni ’80 che ha avuto più successo in questi ultimi anni, una serie che unisce ad una ricostruzione perfetta dell’epoca e del suo immaginario popolare più nerd, una storia ricca di mistero, paranormale, esperimenti scientifici e personaggi iconici e divertenti.

La seconda stagione, rilasciata da Netflix il 27 ottobre, era molto attesa anche da me, che non vedevo l’ora di immergermi di nuovo nel mio personale “UpsideDown” (SottoSopra). Non starò qui a raccontare le evoluzioni della storia, né a scrivere una normale recensione, ripercorrerò solo alcuni punti di questa nuova stagione che sono stati per me dei veri e propri portali dimensional-temporali. Mi hanno riportato alla mia infanzia, quando, guardando quei film fantastici per la prima volta, una parte di me credeva che tutto fosse possibile.

Se avete guardato la prima stagione, sapete che Will, anche dopo essere stato salvato, ha mantenuto una speciale connessione con il SottoSopra. Le sue visioni preoccupano i suoi familiari, che decidono di monitorare il suo stato fisico e psicologico con l’aiuto di un nuovo medico del laboratorio di ricerca.

Quando Will disegna un’immensa rete di ramificazioni con cui la madre tappezza tutta la casa, Bob – interpretato da Sean Astin, Mikey del film I Goonies – chiede se si tratti di una mappa che porta al tesoro dei pirati.

Quando lo sceriffo Hopper viene tratto in salvo dai tunnel sotterranei, prima di tornare in superficie non può fare a meno di recuperare il cappello che gli era caduto.

Dopo che uno dei ragazzini, Dustin, ha trovato uno strano animaletto e lo ha adottato, questo inizia una graduale e inquietante metamorfosi (Gremlins!), che spinge Dustin ad escogitare un piano per intrappolarlo: un percorso fatto con il cibo.

La creatura non è l’unica della sua specie, ha tanti fratellini che, dopo aver accerchiato Steve in stile Velociraptor, si dirigono al laboratorio. Qui Bob cercherà sia di essere un eroe sia di sfuggire all’appetito delle creature, ma sarà messo in serio pericolo dal rumore di un oggetto che cade inavvertitamente.

Come un cavallo ti spiega l’autosabotaggio

BoJack Horseman è una serie animata statunitense arrivata ormai alla sua quarta stagione. L’ho conosciuta l’anno scorso, quando Netflix Italia me la suggerì ed io avevo appena iniziato a vedere Boris ed ero in vena di qualcosa di particolarmente ironico. Quello che ho trovato è stato qualcosa di diverso. Si potrebbe pensare che una serie in cui la maggior parte dei personaggi sono animali antropomorfi sia una serie assurda e con una demenzialità fine a se stessa, ma non è questo il caso. BoJack Horseman è una serie con un umorismo pungente che a volte ferisce, e con risvolti tutt’altro che frivoli.

Il protagonista è un cavallo, un ex-star della tv che vive la sua crisi di mezza età, tra la nostalgia delle passate glorie e i tentativi disperati di riempire vuoti creatisi ben prima della perduta fama. Infatti, lo si scopre man mano, BoJack è cresciuto in un clima familiare distruttivo, che lo condiziona persino adesso che è un adulto fatto e finito. È come se tutto quello che fa lo facesse per confermare una convinzione da sempre annidata nella propria mente: io non valgo niente.

E spinto da questo mantra continua a bere fino a perdere i sensi, a trattare male le persone, pentirsi e poi ricominciare d’accapo, cercare occasioni di riscatto per poi autosabotarsi irrimediabilmente.

Questo lo si vede qua e là nelle puntate che durano circa 20 minuti e che sono arricchite di personaggi secondari variegati, di situazioni al limite del paradossale, di un’ironia che si può godere a più livelli. Se non ci si ferma alle apparenze insomma, si apprezza una storia profonda, con i suoi momenti di commozione e di riflessione, e sorprendentemente e dolorosamente realistica. Il bello poi è vedere il protagonista che, seppur a fatica, evolve nel corso della quattro stagioni.

In un’epoca in cui tante, troppe persone ancora sono convinte che la depressione, l’autolesionismo e le altre patologie psicologiche non siano “vere” malattie (“Ma com’è possibile che si sia tolto la vita? Aveva tutto! Non poteva semplicemente prendersi una vacanza?!) una serie come questa non solo non è affatto banale, ma è persino utile.

il fascino degli strani (serie tv del periodo)

mi sono resa conto che le serie tv che ho deciso di guardare ultimamente hanno tutte un elemento preciso in comune: uno dei protagonisti è un personaggio problematico, diverso dagli altri, un reietto che, in un modo o in un altro, riesce a farsi valere. non c’è da stupirsi, immagino, che sia proprio questo elemento ad avermi attratto e ad avermi coinvolto maggiormente nella visione.

questi personaggi non sono né eroi né cattivi carismatici, ma hanno delle caratteristiche di entrambi i ruoli, possiedono quindi un fascino del tutto particolare, che unisce (con dosi e in modi variabili) la bontà e vulnerabilità dell’essere umano, con l’audacia e la supponenza dell’essere stronzo! come vedrai, questa tipologia di “carattere” può incarnarsi in personaggi all’apparenza molto diversi.

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rustin cohle è co-protagonista assieme al collega martin hart della prima stagione di true detective. la storia gira intorno ad una serie di strani omicidi avvenuti in lousiana nell’arco di circa due decenni e alle vite dei due poliziotti che indagarono per primi sul caso. i due sono molto diversi: se hart è quello che si potrebbe definire un medio-man, con tanto di pregi e difetti da manuale, cohle è la voce fuori dal coro, integro e fedele ai propri valori almeno quanto ossessivo e arrogante. notevoli le sue numerose perle di saggezza.

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il titolo di questa serie tv, sneaky pete, dice già tanto sul suo protagonista. pete è subdolo, pete è un truffatore, pete non è realmente pete: è marius josipovic, un professionista della truffa che, uscito dal carcere, ruba l’identità del suo compagno di cella per nascondersi dallo spietato creditore che gli dà la caccia. all’interno della sua nuova famiglia acquisita, i casini non faranno altro che moltiplicarsi, e verrà svelato man mano di quale pasta sia fatto davvero il finto pete. poker face o semplice faccia da schiaffi? ahimè, mi ha conquistata.

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la storia di anna dai capelli rossi è un classico nato nella letteratura dei primi del ‘900, rinverdito poi negli anni ’80 con la diffusione dell’anime (o cartone animato giapponese) in tv. sono contenta che netflix gli abbia dato nuova vita attraverso questa serie di altissima qualità: chiamatemi anna. la protagonista emerge con tutte le caratteristiche di un’anima messa a dura prova dalle circostanze avverse: fragilità, senso di inadeguatezza, estrema capacità immaginativa, e allo stesso tempo pragmatismo, generosità e sorprendente coraggio. un po’ torta e un po’ coltello – dolce e tagliente.

tutti loro sono strani, un po’ stronzetti e affascinanti, e questo senza dover essere dei vampiri. perfetto.

death note, il fascino di un quaderno nero

non sono un’assidua lettrice di fumetti, se alcune volte ho ceduto a questa forma d’arte è stato, nello specifico, grazie al genere umoristico. però, se c’è qualcosa per cui vado pazza sono gli anime giapponesi, ovvero quelle serie o film animati spesso tratti dai manga, fumetti della stessa origine geografica e culturale.

uno dei miei preferiti è death note, di cui forse avrai sentito  parlare ultimamente, dato che, per merito (o colpa) di netflix uscirà ad agosto di quest’anno una sua versione americana in lungometraggio live action. aspetto con curiosità di vedere questa nuova rivisitazione, nel frattempo voglio parlarti di quello che mi ha colpito di più di death note, una storia che ha avuto un incredibile successo, che ha portato alla realizzazione non solo dell’anime in 37 episodi e di ben quattro film live action giapponesi, ma anche due dorama (serie per la tv), un musical, vari videogiochi e un gioco di carte investigativo.

tutto ha origine dal ritrovamento di un death note da parte del liceale yagami light, studente modello cresciuto con il pallino della giustizia, anche perché figlio di un poliziotto. il death note è un quaderno nero all’apparenza normale, ma non dovrebbe trovarsi nel mondo degli esseri umani, infatti il suo vero proprietario è uno shinigami, una sorta di angelo della morte. basta scrivere il nome di qualcuno su quel quaderno, visualizzarne il volto, ed ecco che quella persona morirà. si potranno persino aggiungere i dettagli della sua morte, altrimenti, semplicemente, il suo cuore si fermerà.

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light decide di usare il death note per eliminare i criminali rimasti impuniti, per ripulire la società dalla malvagità, e non si rende conto, inizialmente, del pericolo che corre nel giocare al giustiziere assoluto. presto il delirio di onnipotenza lo travolge, e pur di perpetuare il suo potere, finisce per diventare crudele e cinico, ed uccidere chiunque si intrometta e cerchi di bloccare il suo progetto.

il suo principale oppositore è L, un giovane e geniale detective, che con kira (così viene chiamato light dalla gente) giocherà un’intricata partita a scacchi mentale, in cui i vari pezzi sono le persone e la posta in gioco è la vita e la libertà.

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non andrò oltre con il racconto e, se vuoi vedere la serie animata, ti consiglio di non andare a leggere wikipedia. riguardo il successo avuto da death note, a mio parere, è dovuto ad ogni suo elemento: la storia, che dà buoni spunti di riflessione sulla società, sul desiderio di potere e di controllo, sul concetto di giustizia; la narrazione, strutturata perfettamente per essere un thriller, nonostante lo spettatore conosca sin dall’inizio l’identità di kira; i personaggi, costruiti e caratterizzati con un’attenzione ai dettagli, sia dal punto di vista fisico che psicologico. la predilezione dello shinigami ryuk per le mele, come la postura e le piccole manie di L, sono elementi decorativi ma che restano indimenticabili, perché rendono personaggi così evidentemente fittizi quasi reali.

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e light, che si autoproclama dio del nuovo mondo, è davvero così assurdo? sono certa che preferirei possedere un life note, ma non lo sono altrettanto su ciò che farei con un death note tra le mani. tu cosa faresti?

belli, strani e interrotti

per il post di oggi ho deciso di selezionare tre telefilm, relativamente datati, che mi sento di consigliare nonostante abbiano avuto un finale inaspettatamente precoce. si tratta di telefilm non troppo conosciuti e speciali, ognuno in modo diverso.

 

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pushing daisies: è una serie tv statunitense andata in onda tra il 2007 e il 2009. il protagonista è ned (lee pace), un ragazzo che ha il potere di far rivivere ogni cosa morta solo con il suo tocco. la faccenda è ben più complicata, perché una volta riportato in vita qualcuno, al secondo tocco questo morirà all’istante. immagina allora come possa essere resuscitare la ragazza che ami e sapere di non poterla toccare mai più! la cosa migliore di questa serie è che ha tutta l’aria di essere un film di wes anderson: è fiabesca, colorata, surreale, divertente ed emozionante. purtroppo dopo sole due stagioni dovette chiudere. per l’occasione fu confezionato un finale solo parzialmente risolutivo e piuttosto frettoloso, anche se in armonia con il resto della serie. ovviamente se sono qui a suggerirla è perché credo sia fantastica (e chissà che mamma netflix non pensi di sfornare una nuova versione o un seguito).

 

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life on mars: oltre ad essere una bellissima canzone di david bowie, è anche una serie britannica, che andò in onda dal 2006 al 2007. l’ispettore capo della polizia di manchester, sam tyler (john simm), viene investito da un’auto e si ritrova inspiegabilmente nel 1973; qui lavora ancora per la polizia, ma sotto la supervisione dell’ispettore gene hunt. oltre a compiere le indagini, sam dovrà confrontarsi, e spesso scontrarsi, con le peculiarità culturali dell’epoca e, cosa ancora più interessante, dovrà cercare di fare chiarezza sulla sua condizione. l’ambiguità di questo telefilm è il suo ingrediente migliore, assieme alla giusta dose di ironia. dopo due stagioni si decise per la sua conclusione, si dice, per la mancata disponibilità del protagonista a continuare. in questo caso sono contenta di questa scelta, perché il finale, per quanto possa essere considerato aperto, resta per me uno dei migliori della storia delle serie tv.

 

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black books: si tratta di una sitcom britannica, realizzata tra il 2000 e il 2004, che ha vinto alcuni premi ma è quasi sconosciuta in italia. ruota attorno a bernard black (interpretato dal comico irlandese dylan moran, anche co-autore della sitcom), proprietario di una piccola libreria nel quartiere londinese di bloomsbury, alcolista trasandato ed eccentrico con un pessimo carattere. gli fanno compagnia l’assistente manny white e l’amica fran katzenjammer, non molto più normali di lui, che cercano a modo loro di ammorbidire la sua corazza da misantropo, ma finiscono per essere risucchiati sempre nella spirale perdi-tempo dell’amico black. il telefilm, per volontà del suo creatore, termina con la terza stagione, e non ha un vera e propria conclusione. nonostante questo, lo consiglio: i personaggi e l’umorismo, calato nella quotidianità ma con tratti surreali, meritano da soli la visione.

li conoscevi già? ce n’è uno che ti ispira?

il meglio visto a gennaio (film e serie tv)

eq9rq521hg4yrcpeg2ivkgcicczCAPTAIN FANTASTIC

è la storia di un uomo che decide di far crescere i suoi sei figli lontano dalla civiltà, nei boschi dello stato di washington. insegna loro a cavarsela nella natura selvaggia attraverso un’intensa preparazione fisica e offre loro, attraverso un’altrettanto intensa preparazione intellettuale, i mezzi per ribellarsi alla dominante cultura consumistica.

il meglio:

i paesaggi naturali immensi, che sono respiro per la mente, e i colori vivaci dei protagonisti, che spiccano sulla normalità un po’ spenta della società moderna.

viggo mortensen in tutto e per tutto, ma anche le interpretazioni degli altri attori e la caratterizzazione di ogni personaggio.

gli spunti di riflessione che offre sui diversi stili di vita, sulle ideologie e i principi per cui lottare e sul profondo concetto di libertà.

 

boy-and-the-beast1THE BOY AND THE BEAST

la storia narra di un bambino che, scappato di casa in seguito alla morte di sua madre, si ritrova suo malgrado in un altro mondo, abitato solo da bestie. qui l’orso più forte e scorbutico del paese lo accoglie come suo discepolo e inizia – a modo suo – a prendersi cura di lui.

il meglio:

i disegni, ricchi di particolari, e la dinamicità di tante scene (il regista e illustratore è lo stesso de la ragazza che saltava nel tempo, altro anime intenso e dinamico).

i dialoghi e le scene divertenti, che danno la giusta dose di leggerezza ad una trama dai vari risvolti drammatici.

i temi trattati, dalla rabbia all’accettazione dell’altro e di sé, dal concetto di famiglia alla natura stessa dell’essere umano, con i suoi bisogni e le sue lotte quotidiane.

 

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la storia racconta di un parco a tema western abitato da androidi, in cui i visitatori umani vivono avventure preconfezionate, liberi di agire secondo i loro più bassi istinti senza subire alcuna conseguenza. gli androidi, però, sempre più perfezionati ed umanizzati dai costruttori, sembra inizino ad avere “coscienza” delle loro vite e di ciò che ripetutamente subiscono.

il meglio:

il cast stellare, la scrittura, la regia, gli effetti speciali, direi ogni singolo aspetto tecnico di questa serie tv, assieme all’eleganza di certi dettagli, che contribuisce a renderla sensazionale e “vera” allo stesso tempo.

l’unione armoniosa di più generi diversi, la fantascienza e il western in primis, ma anche il thriller, il mistero, e il dramma, tutta una serie di sfumature che arricchiscono la trama fornendo man mano allo spettatore svariate chiavi di lettura, che vanno ben aldilà di un certo uso della tecnologia e delle sue conseguenze etiche.

 

le altre serie tv preferite del mese sono sherlock e una serie di sfortunati eventi, di cui penso parlerò in post dedicati. e tu hai qualche visione da consigliare?

 

 

 

il mio natale nerd

questo post forse farà un po’ di luce sul nome scelto per il blog: aliena come te. non una luce che come un faro puntato sul soggetto lo mostri nudo al centro della scena, ma più come un lumino intermittente da decorazione natalizia che ne faccia intuire i tratti.

ricordo i natali di quando ero bambina, erano gli anni 80, i gremlins erano delle creature nuove di zecca, io aspettavo babbo natale e nel frattempo cantavo e giocavo con mia sorella e le mie cugine mentre i grandi si occupavano della cena, i nonni c’erano ancora e facevano del loro meglio per festeggiare… ricordo i cambiamenti nel corso degli anni, quando sono diventata grande e i film erano più o meno sempre gli stessi, ma i nonni non c’erano più e così anche i cenoni, e non aspettavo più babbo natale ma l’augurio di una persona speciale che puntualmente arrivava e mi rendeva felice. alle abbuffate ho sempre preferito la musica e il bicchiere della staffa con quell’amico che pensavo ci sarebbe stato per sempre. gli addobbi sono invecchiati e hanno accumulato polvere, così come i brindisi e i buoni propositi. le cose cambiano… ma se davvero bastasse il pensiero, farei sempre regali bellissimi perché – lo so che sembra strano per un’aliena come me – non c’è cosa migliore che vedere qualcuno ricevere un regalo.

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quest’anno non sarà un natale coi fiocchi, ma so che sarà un natale migliore di quello dell’anno scorso, in generale un dicembre migliore. da brava nerd, continuerò a leggere e a guardare film e serie tv senza alcuna vergogna. devo concludere la lettura di l’ultima lacrima, vecchio libro di stefano benni, trovato in un mercatino dell’usato con tanto di dedica; leggere diversi ebook di alcune giovani case editrici che in questo periodo stanno facendo offerte sui loro cataloghi (nativi digitali, i sognatori, lettere animate); completare la visione dei film in lista su netflix, perlopiù non natalizi. una bella eccezione è stata miracolo nella 34a strada, nella versione del 1947, un vero classico sul trionfo dei buoni sentimenti, con un pizzico di ironia che lo rende veramente perfetto. tra i film di animazione che ho preferito, questo mese nessun anime, ma una pellicola americana in stop motion tratta da una storia di roald dahl e diretta da wes anderson: fantastic mr. fox.

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non poteva poi mancare la scorpacciata di serie tv. sorvolando su quelle che ho già lodato (shameless che si è appena conclusa e doctor who di cui aspetto lo speciale di natale) e quelle che mi hanno parzialmente deluso (una mamma per amica – di nuovo insiemeblack mirror – terza stagione e the returned), mi ritengo conquistata da due. la prima, bojack horseman, è una serie animata per adulti, che sulle prime può trarre in inganno perché può apparire più demenziale  di quanto non sia in realtà. lo è, ma è anche la storia profondissima di un attore fallito e autodistruttivo che cerca in tutti i modi (anche quelli evidentemente sbagliati) di riscattarsi. occhi lucidi, amaro in bocca e sorriso sulle labbra… l’ho sorseggiata come un buon cocktail di cui si voglia dilazionare la fine. la seconda serie tv, che si intitola per intero dirk gently – agenzia di investigazione olistica, è basata sull’omonimo personaggio creato dalla penna di douglas adamsun simpatico detective che risolve misteri seguendo il principio della “fondamentale interconnessione di tutte le cose”. conto di recuperare la trilogia libresca nel prossimo futuro, intanto la serie mi ha regalato una serata goduriosa al pari di un pandoro inzuppato nella cioccolata, perché non ne ho mai abbastanza di enigmi, humor e accento britannico.

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come ho già detto, quest’anno sarà un natale migliore di quello dell’anno scorso, e non perché sarà più nerd, ci tengo a precisarlo. prometto di vedere anche la parte mezza piena del bicchiere, e di svuotarlo in compagnia. buone feste a tutti!

l’evoluzione della famiglia nelle serie tv del mio cuore

genitori in blue jeans/growing pains (1985-1992)

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questo telefilm mi riporta inevitabilmente all’infanzia. mi basta ascoltare le prime note della sigla, as long as we got each other, e sono fiumi di lacrime. la famiglia seaver, che viveva in una bella casa a long island, era composta da papà jason, mamma maggie, lo sciupafemmine mike, la secchiona carol, ben la peste e infine la piccola chrissy. si trattava di una famiglia abbastanza progressista per l’epoca, con il padre psichiatra che lavorava a casa per accudire i figli e una madre reporter, ma pur sempre nei limiti della tradizione e del politically correct style. a un certo punto avevano inserito la figura del ragazzino problematico, un promettente leonardo di caprio: e fu subito amore.

dawson’s creek (1998-2003)

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quando iniziò questa serie tv ero appena maggiorenne, l’adolescenza non era ancora finita (è mai finita?!) e le vicende di questi giovani genuini e in vari modi problematici fecero breccia nel mio cuore. in un certo senso fu come se mi avessero accontentato e avessero creato una versione “campagnola” di beverly hills 90210, con la quale potessi meglio immedesimarmi. le disavventure di dawson, joey, pacey, jen, andie e jack, legate alle varie tappe della crescita, sono inserite in contesti familiari diversi, tutti ben lontani dalla perfezione: su cinque famiglie solo una è composta da madre e padre felicemente innamorati, e anche questa non sarà esente da tradimenti e sofferenze.

una mamma per amica/gilmore girls (2000-2007 + gran finale del 25/11/16)

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chiaramente questa serie si basa su un modello “diverso” di famiglia. le fantastiche gilmore girls sono una madre e una figlia che hanno fatto dell’indipendenza e della forza femminile il loro baluardo. lorelai ha dato alla luce rory quando aveva solo quindici anni, ha detto di no ad una famiglia che voleva controllarla, con i soldi e con il potere, e che voleva intrappolarla in una vita ordinaria di moglie per bene e ligia alle regole dell’alta società. ha creato man mano la realtà che desiderava per se stessa e per sua figlia e ha posto come basi del loro rapporto il dialogo, la fiducia e l’onestà. i toni sono quelli di una commedia, ma talmente brillante da non scadere nella banalità.

shameless U.S. (2011-in corso)

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questa serie tv si discosta decisamente dalle altre: prima di tutto ogni puntata dura circa 50 minuti, il livello di regia e recitazione è altissimo, ed ogni traccia di perbenismo è scomparsa. si tratta della vita disastrosa della famiglia gallagher, con frank alcolista, tossico, egoista e approfittatore, senza vergogna, che si aggiudica il titolo di peggiore padre del secolo. ovviamente non poteva non aver creato un branco di figli (fiona, lip, ian, debbie, carl e liam) sempre in lotta, incattiviti dalle difficoltà della vita, ma proprio per questo più forti, estremamente incasinati sì, ma combattivi e, apparentemente, indistruttibili. un modello sempre più individualista di famiglia, ma con tali picchi di emotività e realismo da farmi considerare shameless una delle più belle serie degli ultimi tempi.