Come un cavallo ti spiega l’autosabotaggio

BoJack Horseman è una serie animata statunitense arrivata ormai alla sua quarta stagione. L’ho conosciuta l’anno scorso, quando Netflix Italia me la suggerì ed io avevo appena iniziato a vedere Boris ed ero in vena di qualcosa di particolarmente ironico. Quello che ho trovato è stato qualcosa di diverso. Si potrebbe pensare che una serie in cui la maggior parte dei personaggi sono animali antropomorfi sia una serie assurda e con una demenzialità fine a se stessa, ma non è questo il caso. BoJack Horseman è una serie con un umorismo pungente che a volte ferisce, e con risvolti tutt’altro che frivoli.

Il protagonista è un cavallo, un ex-star della tv che vive la sua crisi di mezza età, tra la nostalgia delle passate glorie e i tentativi disperati di riempire vuoti creatisi ben prima della perduta fama. Infatti, lo si scopre man mano, BoJack è cresciuto in un clima familiare distruttivo, che lo condiziona persino adesso che è un adulto fatto e finito. È come se tutto quello che fa lo facesse per confermare una convinzione da sempre annidata nella propria mente: io non valgo niente.

E spinto da questo mantra continua a bere fino a perdere i sensi, a trattare male le persone, pentirsi e poi ricominciare d’accapo, cercare occasioni di riscatto per poi autosabotarsi irrimediabilmente.

Questo lo si vede qua e là nelle puntate che durano circa 20 minuti e che sono arricchite di personaggi secondari variegati, di situazioni al limite del paradossale, di un’ironia che si può godere a più livelli. Se non ci si ferma alle apparenze insomma, si apprezza una storia profonda, con i suoi momenti di commozione e di riflessione, e sorprendentemente e dolorosamente realistica. Il bello poi è vedere il protagonista che, seppur a fatica, evolve nel corso della quattro stagioni.

In un’epoca in cui tante, troppe persone ancora sono convinte che la depressione, l’autolesionismo e le altre patologie psicologiche non siano “vere” malattie (“Ma com’è possibile che si sia tolto la vita? Aveva tutto! Non poteva semplicemente prendersi una vacanza?!) una serie come questa non solo non è affatto banale, ma è persino utile.

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il fascino degli strani (serie tv del periodo)

mi sono resa conto che le serie tv che ho deciso di guardare ultimamente hanno tutte un elemento preciso in comune: uno dei protagonisti è un personaggio problematico, diverso dagli altri, un reietto che, in un modo o in un altro, riesce a farsi valere. non c’è da stupirsi, immagino, che sia proprio questo elemento ad avermi attratto e ad avermi coinvolto maggiormente nella visione.

questi personaggi non sono né eroi né cattivi carismatici, ma hanno delle caratteristiche di entrambi i ruoli, possiedono quindi un fascino del tutto particolare, che unisce (con dosi e in modi variabili) la bontà e vulnerabilità dell’essere umano, con l’audacia e la supponenza dell’essere stronzo! come vedrai, questa tipologia di “carattere” può incarnarsi in personaggi all’apparenza molto diversi.

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rustin cohle è co-protagonista assieme al collega martin hart della prima stagione di true detective. la storia gira intorno ad una serie di strani omicidi avvenuti in lousiana nell’arco di circa due decenni e alle vite dei due poliziotti che indagarono per primi sul caso. i due sono molto diversi: se hart è quello che si potrebbe definire un medio-man, con tanto di pregi e difetti da manuale, cohle è la voce fuori dal coro, integro e fedele ai propri valori almeno quanto ossessivo e arrogante. notevoli le sue numerose perle di saggezza.

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il titolo di questa serie tv, sneaky pete, dice già tanto sul suo protagonista. pete è subdolo, pete è un truffatore, pete non è realmente pete: è marius josipovic, un professionista della truffa che, uscito dal carcere, ruba l’identità del suo compagno di cella per nascondersi dallo spietato creditore che gli dà la caccia. all’interno della sua nuova famiglia acquisita, i casini non faranno altro che moltiplicarsi, e verrà svelato man mano di quale pasta sia fatto davvero il finto pete. poker face o semplice faccia da schiaffi? ahimè, mi ha conquistata.

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la storia di anna dai capelli rossi è un classico nato nella letteratura dei primi del ‘900, rinverdito poi negli anni ’80 con la diffusione dell’anime (o cartone animato giapponese) in tv. sono contenta che netflix gli abbia dato nuova vita attraverso questa serie di altissima qualità: chiamatemi anna. la protagonista emerge con tutte le caratteristiche di un’anima messa a dura prova dalle circostanze avverse: fragilità, senso di inadeguatezza, estrema capacità immaginativa, e allo stesso tempo pragmatismo, generosità e sorprendente coraggio. un po’ torta e un po’ coltello – dolce e tagliente.

tutti loro sono strani, un po’ stronzetti e affascinanti, e questo senza dover essere dei vampiri. perfetto.

death note, il fascino di un quaderno nero

non sono un’assidua lettrice di fumetti, se alcune volte ho ceduto a questa forma d’arte è stato, nello specifico, grazie al genere umoristico. però, se c’è qualcosa per cui vado pazza sono gli anime giapponesi, ovvero quelle serie o film animati spesso tratti dai manga, fumetti della stessa origine geografica e culturale.

uno dei miei preferiti è death note, di cui forse avrai sentito  parlare ultimamente, dato che, per merito (o colpa) di netflix uscirà ad agosto di quest’anno una sua versione americana in lungometraggio live action. aspetto con curiosità di vedere questa nuova rivisitazione, nel frattempo voglio parlarti di quello che mi ha colpito di più di death note, una storia che ha avuto un incredibile successo, che ha portato alla realizzazione non solo dell’anime in 37 episodi e di ben quattro film live action giapponesi, ma anche due dorama (serie per la tv), un musical, vari videogiochi e un gioco di carte investigativo.

tutto ha origine dal ritrovamento di un death note da parte del liceale yagami light, studente modello cresciuto con il pallino della giustizia, anche perché figlio di un poliziotto. il death note è un quaderno nero all’apparenza normale, ma non dovrebbe trovarsi nel mondo degli esseri umani, infatti il suo vero proprietario è uno shinigami, una sorta di angelo della morte. basta scrivere il nome di qualcuno su quel quaderno, visualizzarne il volto, ed ecco che quella persona morirà. si potranno persino aggiungere i dettagli della sua morte, altrimenti, semplicemente, il suo cuore si fermerà.

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light decide di usare il death note per eliminare i criminali rimasti impuniti, per ripulire la società dalla malvagità, e non si rende conto, inizialmente, del pericolo che corre nel giocare al giustiziere assoluto. presto il delirio di onnipotenza lo travolge, e pur di perpetuare il suo potere, finisce per diventare crudele e cinico, ed uccidere chiunque si intrometta e cerchi di bloccare il suo progetto.

il suo principale oppositore è L, un giovane e geniale detective, che con kira (così viene chiamato light dalla gente) giocherà un’intricata partita a scacchi mentale, in cui i vari pezzi sono le persone e la posta in gioco è la vita e la libertà.

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non andrò oltre con il racconto e, se vuoi vedere la serie animata, ti consiglio di non andare a leggere wikipedia. riguardo il successo avuto da death note, a mio parere, è dovuto ad ogni suo elemento: la storia, che dà buoni spunti di riflessione sulla società, sul desiderio di potere e di controllo, sul concetto di giustizia; la narrazione, strutturata perfettamente per essere un thriller, nonostante lo spettatore conosca sin dall’inizio l’identità di kira; i personaggi, costruiti e caratterizzati con un’attenzione ai dettagli, sia dal punto di vista fisico che psicologico. la predilezione dello shinigami ryuk per le mele, come la postura e le piccole manie di L, sono elementi decorativi ma che restano indimenticabili, perché rendono personaggi così evidentemente fittizi quasi reali.

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e light, che si autoproclama dio del nuovo mondo, è davvero così assurdo? sono certa che preferirei possedere un life note, ma non lo sono altrettanto su ciò che farei con un death note tra le mani. tu cosa faresti?

belli, strani e interrotti

per il post di oggi ho deciso di selezionare tre telefilm, relativamente datati, che mi sento di consigliare nonostante abbiano avuto un finale inaspettatamente precoce. si tratta di telefilm non troppo conosciuti e speciali, ognuno in modo diverso.

 

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pushing daisies: è una serie tv statunitense andata in onda tra il 2007 e il 2009. il protagonista è ned (lee pace), un ragazzo che ha il potere di far rivivere ogni cosa morta solo con il suo tocco. la faccenda è ben più complicata, perché una volta riportato in vita qualcuno, al secondo tocco questo morirà all’istante. immagina allora come possa essere resuscitare la ragazza che ami e sapere di non poterla toccare mai più! la cosa migliore di questa serie è che ha tutta l’aria di essere un film di wes anderson: è fiabesca, colorata, surreale, divertente ed emozionante. purtroppo dopo sole due stagioni dovette chiudere. per l’occasione fu confezionato un finale solo parzialmente risolutivo e piuttosto frettoloso, anche se in armonia con il resto della serie. ovviamente se sono qui a suggerirla è perché credo sia fantastica (e chissà che mamma netflix non pensi di sfornare una nuova versione o un seguito).

 

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life on mars: oltre ad essere una bellissima canzone di david bowie, è anche una serie britannica, che andò in onda dal 2006 al 2007. l’ispettore capo della polizia di manchester, sam tyler (john simm), viene investito da un’auto e si ritrova inspiegabilmente nel 1973; qui lavora ancora per la polizia, ma sotto la supervisione dell’ispettore gene hunt. oltre a compiere le indagini, sam dovrà confrontarsi, e spesso scontrarsi, con le peculiarità culturali dell’epoca e, cosa ancora più interessante, dovrà cercare di fare chiarezza sulla sua condizione. l’ambiguità di questo telefilm è il suo ingrediente migliore, assieme alla giusta dose di ironia. dopo due stagioni si decise per la sua conclusione, si dice, per la mancata disponibilità del protagonista a continuare. in questo caso sono contenta di questa scelta, perché il finale, per quanto possa essere considerato aperto, resta per me uno dei migliori della storia delle serie tv.

 

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black books: si tratta di una sitcom britannica, realizzata tra il 2000 e il 2004, che ha vinto alcuni premi ma è quasi sconosciuta in italia. ruota attorno a bernard black (interpretato dal comico irlandese dylan moran, anche co-autore della sitcom), proprietario di una piccola libreria nel quartiere londinese di bloomsbury, alcolista trasandato ed eccentrico con un pessimo carattere. gli fanno compagnia l’assistente manny white e l’amica fran katzenjammer, non molto più normali di lui, che cercano a modo loro di ammorbidire la sua corazza da misantropo, ma finiscono per essere risucchiati sempre nella spirale perdi-tempo dell’amico black. il telefilm, per volontà del suo creatore, termina con la terza stagione, e non ha un vera e propria conclusione. nonostante questo, lo consiglio: i personaggi e l’umorismo, calato nella quotidianità ma con tratti surreali, meritano da soli la visione.

li conoscevi già? ce n’è uno che ti ispira?

il meglio visto a gennaio (film e serie tv)

eq9rq521hg4yrcpeg2ivkgcicczCAPTAIN FANTASTIC

è la storia di un uomo che decide di far crescere i suoi sei figli lontano dalla civiltà, nei boschi dello stato di washington. insegna loro a cavarsela nella natura selvaggia attraverso un’intensa preparazione fisica e offre loro, attraverso un’altrettanto intensa preparazione intellettuale, i mezzi per ribellarsi alla dominante cultura consumistica.

il meglio:

i paesaggi naturali immensi, che sono respiro per la mente, e i colori vivaci dei protagonisti, che spiccano sulla normalità un po’ spenta della società moderna.

viggo mortensen in tutto e per tutto, ma anche le interpretazioni degli altri attori e la caratterizzazione di ogni personaggio.

gli spunti di riflessione che offre sui diversi stili di vita, sulle ideologie e i principi per cui lottare e sul profondo concetto di libertà.

 

boy-and-the-beast1THE BOY AND THE BEAST

la storia narra di un bambino che, scappato di casa in seguito alla morte di sua madre, si ritrova suo malgrado in un altro mondo, abitato solo da bestie. qui l’orso più forte e scorbutico del paese lo accoglie come suo discepolo e inizia – a modo suo – a prendersi cura di lui.

il meglio:

i disegni, ricchi di particolari, e la dinamicità di tante scene (il regista e illustratore è lo stesso de la ragazza che saltava nel tempo, altro anime intenso e dinamico).

i dialoghi e le scene divertenti, che danno la giusta dose di leggerezza ad una trama dai vari risvolti drammatici.

i temi trattati, dalla rabbia all’accettazione dell’altro e di sé, dal concetto di famiglia alla natura stessa dell’essere umano, con i suoi bisogni e le sue lotte quotidiane.

 

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la storia racconta di un parco a tema western abitato da androidi, in cui i visitatori umani vivono avventure preconfezionate, liberi di agire secondo i loro più bassi istinti senza subire alcuna conseguenza. gli androidi, però, sempre più perfezionati ed umanizzati dai costruttori, sembra inizino ad avere “coscienza” delle loro vite e di ciò che ripetutamente subiscono.

il meglio:

il cast stellare, la scrittura, la regia, gli effetti speciali, direi ogni singolo aspetto tecnico di questa serie tv, assieme all’eleganza di certi dettagli, che contribuisce a renderla sensazionale e “vera” allo stesso tempo.

l’unione armoniosa di più generi diversi, la fantascienza e il western in primis, ma anche il thriller, il mistero, e il dramma, tutta una serie di sfumature che arricchiscono la trama fornendo man mano allo spettatore svariate chiavi di lettura, che vanno ben aldilà di un certo uso della tecnologia e delle sue conseguenze etiche.

 

le altre serie tv preferite del mese sono sherlock e una serie di sfortunati eventi, di cui penso parlerò in post dedicati. e tu hai qualche visione da consigliare?

 

 

 

il mio natale nerd

questo post forse farà un po’ di luce sul nome scelto per il blog: aliena come te. non una luce che come un faro puntato sul soggetto lo mostri nudo al centro della scena, ma più come un lumino intermittente da decorazione natalizia che ne faccia intuire i tratti.

ricordo i natali di quando ero bambina, erano gli anni 80, i gremlins erano delle creature nuove di zecca, io aspettavo babbo natale e nel frattempo cantavo e giocavo con mia sorella e le mie cugine mentre i grandi si occupavano della cena, i nonni c’erano ancora e facevano del loro meglio per festeggiare… ricordo i cambiamenti nel corso degli anni, quando sono diventata grande e i film erano più o meno sempre gli stessi, ma i nonni non c’erano più e così anche i cenoni, e non aspettavo più babbo natale ma l’augurio di una persona speciale che puntualmente arrivava e mi rendeva felice. alle abbuffate ho sempre preferito la musica e il bicchiere della staffa con quell’amico che pensavo ci sarebbe stato per sempre. gli addobbi sono invecchiati e hanno accumulato polvere, così come i brindisi e i buoni propositi. le cose cambiano… ma se davvero bastasse il pensiero, farei sempre regali bellissimi perché – lo so che sembra strano per un’aliena come me – non c’è cosa migliore che vedere qualcuno ricevere un regalo.

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quest’anno non sarà un natale coi fiocchi, ma so che sarà un natale migliore di quello dell’anno scorso, in generale un dicembre migliore. da brava nerd, continuerò a leggere e a guardare film e serie tv senza alcuna vergogna. devo concludere la lettura di l’ultima lacrima, vecchio libro di stefano benni, trovato in un mercatino dell’usato con tanto di dedica; leggere diversi ebook di alcune giovani case editrici che in questo periodo stanno facendo offerte sui loro cataloghi (nativi digitali, i sognatori, lettere animate); completare la visione dei film in lista su netflix, perlopiù non natalizi. una bella eccezione è stata miracolo nella 34a strada, nella versione del 1947, un vero classico sul trionfo dei buoni sentimenti, con un pizzico di ironia che lo rende veramente perfetto. tra i film di animazione che ho preferito, questo mese nessun anime, ma una pellicola americana in stop motion tratta da una storia di roald dahl e diretta da wes anderson: fantastic mr. fox.

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non poteva poi mancare la scorpacciata di serie tv. sorvolando su quelle che ho già lodato (shameless che si è appena conclusa e doctor who di cui aspetto lo speciale di natale) e quelle che mi hanno parzialmente deluso (una mamma per amica – di nuovo insiemeblack mirror – terza stagione e the returned), mi ritengo conquistata da due. la prima, bojack horseman, è una serie animata per adulti, che sulle prime può trarre in inganno perché può apparire più demenziale  di quanto non sia in realtà. lo è, ma è anche la storia profondissima di un attore fallito e autodistruttivo che cerca in tutti i modi (anche quelli evidentemente sbagliati) di riscattarsi. occhi lucidi, amaro in bocca e sorriso sulle labbra… l’ho sorseggiata come un buon cocktail di cui si voglia dilazionare la fine. la seconda serie tv, che si intitola per intero dirk gently – agenzia di investigazione olistica, è basata sull’omonimo personaggio creato dalla penna di douglas adamsun simpatico detective che risolve misteri seguendo il principio della “fondamentale interconnessione di tutte le cose”. conto di recuperare la trilogia libresca nel prossimo futuro, intanto la serie mi ha regalato una serata goduriosa al pari di un pandoro inzuppato nella cioccolata, perché non ne ho mai abbastanza di enigmi, humor e accento britannico.

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come ho già detto, quest’anno sarà un natale migliore di quello dell’anno scorso, e non perché sarà più nerd, ci tengo a precisarlo. prometto di vedere anche la parte mezza piena del bicchiere, e di svuotarlo in compagnia. buone feste a tutti!

l’evoluzione della famiglia nelle serie tv del mio cuore

genitori in blue jeans/growing pains (1985-1992)

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questo telefilm mi riporta inevitabilmente all’infanzia. mi basta ascoltare le prime note della sigla, as long as we got each other, e sono fiumi di lacrime. la famiglia seaver, che viveva in una bella casa a long island, era composta da papà jason, mamma maggie, lo sciupafemmine mike, la secchiona carol, ben la peste e infine la piccola chrissy. si trattava di una famiglia abbastanza progressista per l’epoca, con il padre psichiatra che lavorava a casa per accudire i figli e una madre reporter, ma pur sempre nei limiti della tradizione e del politically correct style. a un certo punto avevano inserito la figura del ragazzino problematico, un promettente leonardo di caprio: e fu subito amore.

dawson’s creek (1998-2003)

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quando iniziò questa serie tv ero appena maggiorenne, l’adolescenza non era ancora finita (è mai finita?!) e le vicende di questi giovani genuini e in vari modi problematici fecero breccia nel mio cuore. in un certo senso fu come se mi avessero accontentato e avessero creato una versione “campagnola” di beverly hills 90210, con la quale potessi meglio immedesimarmi. le disavventure di dawson, joey, pacey, jen, andie e jack, legate alle varie tappe della crescita, sono inserite in contesti familiari diversi, tutti ben lontani dalla perfezione: su cinque famiglie solo una è composta da madre e padre felicemente innamorati, e anche questa non sarà esente da tradimenti e sofferenze.

una mamma per amica/gilmore girls (2000-2007 + gran finale del 25/11/16)

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chiaramente questa serie si basa su un modello “diverso” di famiglia. le fantastiche gilmore girls sono una madre e una figlia che hanno fatto dell’indipendenza e della forza femminile il loro baluardo. lorelai ha dato alla luce rory quando aveva solo quindici anni, ha detto di no ad una famiglia che voleva controllarla, con i soldi e con il potere, e che voleva intrappolarla in una vita ordinaria di moglie per bene e ligia alle regole dell’alta società. ha creato man mano la realtà che desiderava per se stessa e per sua figlia e ha posto come basi del loro rapporto il dialogo, la fiducia e l’onestà. i toni sono quelli di una commedia, ma talmente brillante da non scadere nella banalità.

shameless U.S. (2011-in corso)

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questa serie tv si discosta decisamente dalle altre: prima di tutto ogni puntata dura circa 50 minuti, il livello di regia e recitazione è altissimo, ed ogni traccia di perbenismo è scomparsa. si tratta della vita disastrosa della famiglia gallagher, con frank alcolista, tossico, egoista e approfittatore, senza vergogna, che si aggiudica il titolo di peggiore padre del secolo. ovviamente non poteva non aver creato un branco di figli (fiona, lip, ian, debbie, carl e liam) sempre in lotta, incattiviti dalle difficoltà della vita, ma proprio per questo più forti, estremamente incasinati sì, ma combattivi e, apparentemente, indistruttibili. un modello sempre più individualista di famiglia, ma con tali picchi di emotività e realismo da farmi considerare shameless una delle più belle serie degli ultimi tempi.

i racconti della cripta – bloody mary challenge#1

iraccontivol11i racconti della cripta è una serie televisiva horror del 1989. ogni episodio è a sé stante, diretto da un regista diverso; vi sono nomi anche molto noti, sia alla regia (robert zemeckis, richard donner, tom hanks) che all’interno del cast (demi moore, michael j. fox, woopy goldberg, joe pesci). ma ciò che io ricordo meglio è il contesto in cui questi episodi venivano presentati. se non sbaglio, conobbi l’affascinante zio tibia (che vedete nella foto in alto) proprio durante l’estate del lontano 1989. lo scheletro, piuttosto arzillo, faceva da guardiano alla cripta di una sorta di castello decadente, un ambiente oscuro, macabro, illuminato dalla luce di grosse candele e decorato da ragnatele sparse qua e là. anche la musica che accompagnava l’intro della serie era in pieno stile horror, ed è composta nientepopodimeno che da danny elfman (il prolifico compare di tim burton). il mostruoso guardiano introduceva i singoli episodi e si lanciava poi in commenti perlopiù spiritosi riguardo a tematiche tutt’altro che allegre, terminando sempre con una stridula risata. il modo giusto, direi, per entrare nelle grazie dei più giovani, che vogliono sentirsi grandi e coraggiosi guardando storie di paura, ma apprezzano, in fondo, la sdrammatizzazione.

ricordo questa serie tv come il mio primo approccio al genere horror, e quindi il mio primo tentativo, inconsapevole, di affrontare paure molto profonde, che non sono di certo scomparse col passare degli anni, come la violenza, il sangue, la follia. questi elementi, soprattutto quando conditi da una storia e una resa realistica, rappresentano la mia paura più grande: l’essere umano che perde ogni controllo e fa del male ai suoi simili, privo di qualsiasi scrupolo. i racconti della cripta mi hanno permesso di avvicinarmi a questa tematica senza traumatizzarmi completamente, stemperando il tutto con una buona dose di black humor.

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con questa recensione partecipo con tutto il mio coraggio alla bloody mary challenge, sfida ideata dalla blogger bloody ivy. ecco qui riassunte le regole:

  • nomina il creatore della challenge e chi ti ha nominato
  • usa una di queste immagini (che si possono copia & incollare da qui PRIMA immSECONDA imm)
  • scrivi tre recensioni (una recensione = una invocazione a Bloody Mary) a libri o film horror spiegando il perché ti hanno colpito
  • avverti bloody ivy tramite un commento nel suo blog per la condivisione fb e inserimento link del post nell’indice
  • nomina per ognuna delle tre recensioni 6 blogger e… divertiti con l’horror!

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pensieri di una lupa solitaria

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lost new worlds

tell me, clarice

il grimorio della strega

(ovviamente nessuno obbliga nessuno a partecipare alla challenge!)

 

la mia estate nerd

quest’estate ho recuperato alcune serie tv, dando libero sfogo al mio animo nerd. forse anche tu nascondi nel tuo cuoricino un piccolo nerd pronto a divorare un’intera stagione in una manciata di giorni.

ecco le 3 serie tv che attualmente consiglio per risvegliare la tua nerditudine:

1 – doctor who, l’intramontabile. questa è sicuramente una serie cult, non devo certo pubblicizzarla io, trovo però tuttora curioso il fatto che prima di seguirla non amassi particolarmente il genere fantascienza e che la prima puntata mi sia sembrata addirittura ridicola, ma tutto ciò non mi abbia impedito di diventare un’accanita fan del dottore. puoi guardare tutte le 300000 stagioni, oppure solo le ultime 9 come ho fatto io. guardare il cielo stellato, dopo, avrà tutto un altro sapore.

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2 – stranger things, che te lo dico a fare. forse la serie più vista e amata dell’ultimo periodo, forse perché davvero fatta bene, sotto molti punti di vista. io, figlia devota degli anni 80, non potevo né volevo distinguermi e l’ho apprezzata sia a livello razionale che a livello emotivo. ragazzini e giochi di ruolo, walkie talkie, capanni degli attrezzi, la dimensione del sottosopra, esperimenti e telecinesi, figure femminili cazzute e attori icone degli anni della pubertà… mi aveva già conquistato con l’immagine delle biciclette.

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3 – jessica jones, a proposito di donne cazzute. questa serie, nata da un fumetto della marvel, potrebbe appassionarti oppure annoiarti a morte. se ti aspetti la tipica super eroina, o il ritmo serrato da action movie, rimarrai facilmente deluso. a me è piaciuta proprio per questo, a momenti mi dimenticavo di guardare una serie marvel e mi gustavo le atmosfere noir, la storia di vendetta personale verso un cattivo che, con stile impeccabile, controlla la mente delle persone facendole compiere le azioni più abiette, e un’eroina che è femme fatale e detective alcolizzato allo stesso tempo.

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che ne pensi di queste serie tv? credi che non si possa perdere tempo di questi tempi con distrazioni del genere, oppure ha ancor più senso proprio di questi tempi? *SPOILER* cosa accadrebbe se eleven (la ragazzina con i poteri in stranger things) incontrasse twelve (il dodicesimo dottore) e scoprissero che jessica non ha davvero ucciso ten (kilgrave, il cattivo nella serie marvel, interpretato da david tennant, che fu il decimo dottore in doctor who)?