L’articolo che non scriverò mai

Vorrei parlare di qualcosa di personale. D’altronde questo blog è sì nato per condividere le mie passioni, ma anche come una sorta di terapia, per esprimere quello che ho dentro e stare a vedere dove va a finire.

Ma ci sono delle cose che, per quanto mi sforzi, non riesco a far uscire, rimangono incoĺlate dentro e vanno a disturbare i miei sogni, lasciandomi solo una strana sensazione al risveglio. Non posso scrivere un articolo su questo.

Così vi parlerò di una serie tv. L’ho guardata tutta d’un fiato un po’ di tempo fa su Netflix, e si intitola Love. Questa serie racconta della relazione improbabile tra Gus e Mickey. Lui è un tipo non proprio affascinante, impacciato, nevrotico, con tanti amici e interessi da nerd; lavora come tutor di una giovane attrice su un set televisivo (siamo in California) ed è molto frustrato da questa occupazione. Lei è una tipa piuttosto sexy, scontrosa, leggermente asociale e alle prese con diverse dipendenze, ma decisa a cambiare il corso della sua vita; lavora nell’ufficio di una stazione radiofonica, dove riesce a ottenere qualche soddisfazione.

Love è proprio una bella serie, perché, pur essendo di base una comedy romantica, non è troppo prevedibile, né forzatamente ottimista. Vuole essere il più possibile realistica nella sua tragi-comicità, con quel pizzico di follia che solo una persona problematica (indovina chi?) può trovare normale.

Ma anche se magari non vi immedesimerete con tanta facilità in entrambi i personaggi come è accaduto a me, sono sicura che ritroverete nelle loro storie, stranamente intrecciate e un po’ ingarbugliate, almeno un pezzetto della vostra. Se l’avete vista, fatemi sapere cosa ne pensate.

Per finire questo articolo – che ha sostituito quello che non scriverò mai – vi lascio una canzone sull’amore. Piccola curiosità: l’autore, Bo Burnham, è un giovane comico e cantautore statunitense, apparso anche in un film di Judd Apatow, uno dei creatori di Love.
Eh sì, tutto è collegato.

Vuoi un ragazzo che sia dolce
Un ragazzo che sia un duro
Un femminista a cui piace pagare per cose
Quel tipo di ragazzo che va d’accordo con le tue amiche
Senza essere attratto da nessuna di loro
Un ragazzo buono, un cattivo ragazzo, un buon cattivo ragazzo
Un mezzo ragazzo metà buono metà cattivo
Che adori tuo fratello, sensibile ma non debole
Che sia un grande amatore, che chiami tua madre nel week-end

Potresti pensare che un ragazzo del genere esista solo nella tua mente
Indovina un po’…
Hai ragione

Se desideri l’amore
Abbassa le tue aspettative di un po’
Perché il Principe Azzurro non si accontenterebbe mai di te
Se desideri l’amore
Prendi semplicemente un ragazzo e amalo
E se ha un feticismo per i piedi
Oh fanculo, fallo cadere ai tuoi piedi

Vuoi una ragazza che sia gentile
Una ragazza che non lo sia
Ossessionata dal suo aspetto ma incredibilmente sexy
Il tipo di ragazza che puoi esibire ai tuoi amici
Ami i film che ti piacciono e rida sempre alle tue battute
Una ragazza autentica, un ragazza sexy, una ragazza autenticamente sexy
Una nuova vera bambola veramente sexy
Vuole le tue attenzioni ma non gli interessa che tu la noti
Che ti usi solo per solleticargli la gola

Potresti pensare che questa ragazza esista solo nella tua mente
Esiste davvero…
Ma la scorsa settimana
È morta

Se desideri l’amore
Abbassa le tue aspettative di molto
Se pensi che il tuo pene sia un regalo ti assicuro che non lo è
Se desideri l’amore
Prendi semplicemente una ragazza e amala
Poi tira fuori il tuo pene e lascia che
La ragazza che ami declini la tua offerta

Non voglio qualcuno maniaco della pulizia o uno disordinato
O qualcuno con il cuscino attaccato alla faccia o in un lavoro senza uscita
Perché non mi accontenterò di meno che
Della perfezione
Vogliamo figli perfetti, una vita perfetta
Un marito o una moglie perfetta
Ma in fondo sappiamo
Che non lo meritiamo

Ma
Tutti meritiamo l’amore
Anche nei giorni in cui non siamo al nostro meglio
Perché facciamo tutti schifo
Ma l’amore può farci fare meno schifo
Tutti meritiamo l’amore
È la parte migliore dell’essere vivi
Io lo so di sicuro
E ho appena compiuto venticinque anni

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Kiseiju – chi sono i parassiti?

Kiseiju in giapponese significa “bestie parassite” ed è il titolo di un manga pubblicato per la prima volta tra il 1988 e il 1989, poi trasformato in serie tv animata nel 2014. Racconta la storia di Shinichi, un liceale diciassettenne che entra in contatto con una nuova forma di vita soprannominata da lui Destry, una sorta di verme parassita che, non riuscendo ad occupare e controllare il cervello del ragazzo, penetra nella sua mano destra, riuscendo così a sopravvivere.

Destry non è l’unico della sua specie a trovarsi sulla Terra: i suoi simili si sono impossessati dei cervelli di molti umani, vivono attraverso i loro corpi e si cibano di altri esseri umani. Quando gli omicidi aumentano, la presenza dei parassiti sanguinari non può passare più inosservata, e lo stesso Shinichi si ritrova a dover fare i conti con qualcosa di diverso da sé ma che allo stesso tempo gli ricorda costantemente cosa significhi essere umani.

Aldilà dell’azione e delle scene truculente che questa serie offre, la riflessione che emerge dai dialoghi tra il protagonista e il suo compagno-parassita è quella sulla natura umana e le sue contraddizioni. Da un lato il forte sentimento di compassione che lega le persone in relazioni che vanno oltre i legami di sangue, l’amore e l’amicizia e quel senso di protezione verso le creature indifese, verso i “cuccioli” della nostra e di altre specie. Dall’altro lato il cieco e incontrollato sfruttamento da parte dell’essere umano di qualsiasi risorsa del territorio, uno sfruttamento egoistico che non tiene conto, il più delle volte, del bene del luogo che ci ospita e delle altre creature, un atteggiamento distruttivo e utilitaristico che fa sorgere la domanda: chi sono i veri parassiti?

I preferiti della fine del 2017

Prima di tutto il mio nuovo buon proposito per l’anno nuovo. Visto che ogni anno mi ripropongo di mettermi in forma, cioè in una forma decente per le mie potenzialità, e finisco sempre per avere una routine di allenamento che difficilmente si può definire tale, per quest’anno l’obiettivo è: sopravvivere.

Ed ora passiamo ai consueti argomenti di questo blog, con l’elenco dei migliori film e documentari, le migliori serie tv e il libro migliore dell’ultimo periodo di questo turbolento e curiosamente proficuo 2017.

Film:

To the Bone – Fino all’osso. La storia di una ragazza che lotta contro l’anoressia e di altre persone che, come lei e assieme a lei, cercano quotidianamente di affrontare i loro demoni interiori e di riaccendere la scintilla della voglia di  vivere. Un film intenso, e a mio parere onesto, che trasmette una buona dose di speranza.

La mafia uccide solo d’estate. Cosa nostra, i suoi crimini e gli interventi di contrasto alla mafia da parte di giudici e magistrati esemplari, visti attraverso il racconto di un palermitano doc, Pif, che li filtra attraverso il suo sguardo ironico e calorosamente umano.

The Book of Henry. Racconta la storia di un ragazzino dalle mente brillante che, consapevole delle violenze subite da una sua compagna di classe nonché vicina di casa, decide di escogitare un piano per salvarla. Il destino si metterà brutalmente contro di lui, ma questo non gli impedirà di lasciare un segno indelebile nella vita degli altri.

Dickens, l’uomo che inventò il Natale. Siamo nel 1843, Charles Dickens, scrittore di successo, è in crisi per il fallimento delle sue ultime pubblicazioni. Una nuova storia bussa all’improvviso alla sua porta e si insinua nel suo animo tormentato da celati ricordi d’infanzia, una storia sul Natale e su un uomo di nome Scrooge.

Coco. L’ultimo capolavoro della Disney Pixar. Il protagonista è Miguel, un ragazzino messicano con il sogno di diventare musicista. Nella sua famiglia però la musica è stata bandita da tempo e il piccolo dovrà ribellarsi per raggiungere il suo obiettivo, dovrà compiere una vera e propria odissea e coinvolgere persino i suoi cari estinti, per coronare il sogno e non perdere la sua famiglia.

Documentari:

Jim & Andy, The Great Beyond. Il documentario mostra i dietro le quinte dell’interpretazione intensa e totalizzante che l’attore Jim Carrey diede del personaggio controverso Andy Kaufman, nel film Man on the Moon.

Joan Didion, The Center Will Not Hold. Una icona della letteratura americana dagli anni ’60, antesignana del giornalismo narrativo, racconta dei suoi alti e bassi nella carriera e nella vita personale.

Minimalism, A Documentary About the Important Things. È un concetto molto semplice quello che due giovani americani, in questo documentario, cercano di trasmettere a più persone possibili: quanto si possa vivere meglio possedendo meno.

Raiders! The Story of the Greatest Fan Film Ever Made. Documentario per veri nerd d’annata, Raiders è la storia di un piccolo gruppo di amici che è riuscito – con molte difficoltà – a realizzare un’impresa epica: rigirare dall’inizio alla fine il film Indiana Jones – I predatori dell’Arca perduta.

Serie tv:

Crazy Ex-Girlfriend. Una serie che mi ha fatto impazzire, in senso positivo eh. Se anche a voi piacciono quelle serie tv che raccontano in modo divertente qualcosa che, a ben guardare, tanto divertente non è, e quelle canzoni che sembrano serie ma hanno testi sarcastici ed esilaranti, allora dovete vederla.

Dark. Serie “culto” del dicembre 2017, è stata anche per me una delle serie tv più coinvolgenti, non solo di quest’anno appena passato, ma degli ultimi anni. Un thriller drammatico, con protagonisti ragazzi e adulti, e arricchito da un elemento fantascientifico: consigliato agli amanti della suspense e dei ragionamenti ingarbugliati.

Libro:

Nessun dove. Romanzo di cui scriverò probabilmente una recensione, del mio nuovo amore letterario Neil Gaiman.

Conoscete qualcuno di questi titoli e cosa ne pensate? E quali sono le vostre cose preferite del 2017? Auguro a tutti i blogger e ai lettori un 2018 pieno di nuove scoperte e tanta buona energia!

 

Mindhunter: viaggio nella mente dei serial killer

Mindhunter è una nuova serie televisiva statunitense, di genere thriller drammatico, diretta da David Fincher, regista di Seven, Fight Club, Zodiac e Gone Girl.  Racconta gli albori degli studi sugli assassini seriali e la loro “profilazione“, ovvero la definizione del profilo criminale.

La serie è basata sul libro Mindhunter: la storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto più di vent’anni fa da John E. Douglas e Mark Olshaker. John Douglas è stato un agente speciale dell’FBI ed è tuttora un autore di saggi sulla criminologia.

Iniziò la sua carriera nell’FBI nel 1970, prima come cecchino poi come negoziatore per gli ostaggi. Nel 1977 fu trasferito nell’Unità di scienze comportamentali, e da questo momento cominciò ad insegnare le tecniche di negoziazione e la criminologia agli agenti dell’FBI e a quelli di polizia in tutti gli Stati Uniti. Fu lui a creare e dirigere il Programma di Profilazione Criminale, un programma che si arricchì negli anni con le numerose interviste ad assassini seriali e perpetuatori di crimini particolarmente violenti; per citarne alcuni: David Berkovitz, Edmund Kemper, Charles Manson.

Lo studio, realizzato anche attraverso nuove ed efficaci tecniche di interrogatorio, riguardava la psicologia dei criminali più pericolosi, i retroscena dei loro crimini, i loro trascorsi familiari, il loro modus operandi. Questo ha permesso non solo di catalogare le diverse tipologie di assassino e di comprenderne meglio le scelte e le modalità di azione, ma ha portato l’investigazione ad un livello più profondo, assicurando un numero crescente di criminali alla giustizia. È nato proprio in quei primi anni di ricerca il termine serial killer, forse ad opera dello stesso Douglas, o più probabilmente coniato da un suo più anziano collega di nome Robert Ressler.

John Douglas sembra aver dedicato tutta la sua vita allo studio della mente criminale, e non molto tempo fa, nel suo libro The Forgotten Killer, si è espresso a favore dell’innocenza di Amanda Knox. Aldilà della verità dietro ogni singolo caso, credo ci sia ancora tutta una dimensione da scoprire all’interno della mente umana e che valga la pena continuare ad indagare.

My Nerd Upside Down

Stranger Things è la serie tv ambientata negli anni ’80 che ha avuto più successo in questi ultimi anni, una serie che unisce ad una ricostruzione perfetta dell’epoca e del suo immaginario popolare più nerd, una storia ricca di mistero, paranormale, esperimenti scientifici e personaggi iconici e divertenti.

La seconda stagione, rilasciata da Netflix il 27 ottobre, era molto attesa anche da me, che non vedevo l’ora di immergermi di nuovo nel mio personale “UpsideDown” (SottoSopra). Non starò qui a raccontare le evoluzioni della storia, né a scrivere una normale recensione, ripercorrerò solo alcuni punti di questa nuova stagione che sono stati per me dei veri e propri portali dimensional-temporali. Mi hanno riportato alla mia infanzia, quando, guardando quei film fantastici per la prima volta, una parte di me credeva che tutto fosse possibile.

Se avete guardato la prima stagione, sapete che Will, anche dopo essere stato salvato, ha mantenuto una speciale connessione con il SottoSopra. Le sue visioni preoccupano i suoi familiari, che decidono di monitorare il suo stato fisico e psicologico con l’aiuto di un nuovo medico del laboratorio di ricerca.

Quando Will disegna un’immensa rete di ramificazioni con cui la madre tappezza tutta la casa, Bob – interpretato da Sean Astin, Mikey del film I Goonies – chiede se si tratti di una mappa che porta al tesoro dei pirati.

Quando lo sceriffo Hopper viene tratto in salvo dai tunnel sotterranei, prima di tornare in superficie non può fare a meno di recuperare il cappello che gli era caduto.

Dopo che uno dei ragazzini, Dustin, ha trovato uno strano animaletto e lo ha adottato, questo inizia una graduale e inquietante metamorfosi (Gremlins!), che spinge Dustin ad escogitare un piano per intrappolarlo: un percorso fatto con il cibo.

La creatura non è l’unica della sua specie, ha tanti fratellini che, dopo aver accerchiato Steve in stile Velociraptor, si dirigono al laboratorio. Qui Bob cercherà sia di essere un eroe sia di sfuggire all’appetito delle creature, ma sarà messo in serio pericolo dal rumore di un oggetto che cade inavvertitamente.

Come un cavallo ti spiega l’autosabotaggio

BoJack Horseman è una serie animata statunitense arrivata ormai alla sua quarta stagione. L’ho conosciuta l’anno scorso, quando Netflix Italia me la suggerì ed io avevo appena iniziato a vedere Boris ed ero in vena di qualcosa di particolarmente ironico. Quello che ho trovato è stato qualcosa di diverso. Si potrebbe pensare che una serie in cui la maggior parte dei personaggi sono animali antropomorfi sia una serie assurda e con una demenzialità fine a se stessa, ma non è questo il caso. BoJack Horseman è una serie con un umorismo pungente che a volte ferisce, e con risvolti tutt’altro che frivoli.

Il protagonista è un cavallo, un ex-star della tv che vive la sua crisi di mezza età, tra la nostalgia delle passate glorie e i tentativi disperati di riempire vuoti creatisi ben prima della perduta fama. Infatti, lo si scopre man mano, BoJack è cresciuto in un clima familiare distruttivo, che lo condiziona persino adesso che è un adulto fatto e finito. È come se tutto quello che fa lo facesse per confermare una convinzione da sempre annidata nella propria mente: io non valgo niente.

E spinto da questo mantra continua a bere fino a perdere i sensi, a trattare male le persone, pentirsi e poi ricominciare d’accapo, cercare occasioni di riscatto per poi autosabotarsi irrimediabilmente.

Questo lo si vede qua e là nelle puntate che durano circa 20 minuti e che sono arricchite di personaggi secondari variegati, di situazioni al limite del paradossale, di un’ironia che si può godere a più livelli. Se non ci si ferma alle apparenze insomma, si apprezza una storia profonda, con i suoi momenti di commozione e di riflessione, e sorprendentemente e dolorosamente realistica. Il bello poi è vedere il protagonista che, seppur a fatica, evolve nel corso della quattro stagioni.

In un’epoca in cui tante, troppe persone ancora sono convinte che la depressione, l’autolesionismo e le altre patologie psicologiche non siano “vere” malattie (“Ma com’è possibile che si sia tolto la vita? Aveva tutto! Non poteva semplicemente prendersi una vacanza?!) una serie come questa non solo non è affatto banale, ma è persino utile.

il fascino degli strani (serie tv del periodo)

mi sono resa conto che le serie tv che ho deciso di guardare ultimamente hanno tutte un elemento preciso in comune: uno dei protagonisti è un personaggio problematico, diverso dagli altri, un reietto che, in un modo o in un altro, riesce a farsi valere. non c’è da stupirsi, immagino, che sia proprio questo elemento ad avermi attratto e ad avermi coinvolto maggiormente nella visione.

questi personaggi non sono né eroi né cattivi carismatici, ma hanno delle caratteristiche di entrambi i ruoli, possiedono quindi un fascino del tutto particolare, che unisce (con dosi e in modi variabili) la bontà e vulnerabilità dell’essere umano, con l’audacia e la supponenza dell’essere stronzo! come vedrai, questa tipologia di “carattere” può incarnarsi in personaggi all’apparenza molto diversi.

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rustin cohle è co-protagonista assieme al collega martin hart della prima stagione di true detective. la storia gira intorno ad una serie di strani omicidi avvenuti in lousiana nell’arco di circa due decenni e alle vite dei due poliziotti che indagarono per primi sul caso. i due sono molto diversi: se hart è quello che si potrebbe definire un medio-man, con tanto di pregi e difetti da manuale, cohle è la voce fuori dal coro, integro e fedele ai propri valori almeno quanto ossessivo e arrogante. notevoli le sue numerose perle di saggezza.

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il titolo di questa serie tv, sneaky pete, dice già tanto sul suo protagonista. pete è subdolo, pete è un truffatore, pete non è realmente pete: è marius josipovic, un professionista della truffa che, uscito dal carcere, ruba l’identità del suo compagno di cella per nascondersi dallo spietato creditore che gli dà la caccia. all’interno della sua nuova famiglia acquisita, i casini non faranno altro che moltiplicarsi, e verrà svelato man mano di quale pasta sia fatto davvero il finto pete. poker face o semplice faccia da schiaffi? ahimè, mi ha conquistata.

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la storia di anna dai capelli rossi è un classico nato nella letteratura dei primi del ‘900, rinverdito poi negli anni ’80 con la diffusione dell’anime (o cartone animato giapponese) in tv. sono contenta che netflix gli abbia dato nuova vita attraverso questa serie di altissima qualità: chiamatemi anna. la protagonista emerge con tutte le caratteristiche di un’anima messa a dura prova dalle circostanze avverse: fragilità, senso di inadeguatezza, estrema capacità immaginativa, e allo stesso tempo pragmatismo, generosità e sorprendente coraggio. un po’ torta e un po’ coltello – dolce e tagliente.

tutti loro sono strani, un po’ stronzetti e affascinanti, e questo senza dover essere dei vampiri. perfetto.

death note, il fascino di un quaderno nero

non sono un’assidua lettrice di fumetti, se alcune volte ho ceduto a questa forma d’arte è stato, nello specifico, grazie al genere umoristico. però, se c’è qualcosa per cui vado pazza sono gli anime giapponesi, ovvero quelle serie o film animati spesso tratti dai manga, fumetti della stessa origine geografica e culturale.

uno dei miei preferiti è death note, di cui forse avrai sentito  parlare ultimamente, dato che, per merito (o colpa) di netflix uscirà ad agosto di quest’anno una sua versione americana in lungometraggio live action. aspetto con curiosità di vedere questa nuova rivisitazione, nel frattempo voglio parlarti di quello che mi ha colpito di più di death note, una storia che ha avuto un incredibile successo, che ha portato alla realizzazione non solo dell’anime in 37 episodi e di ben quattro film live action giapponesi, ma anche due dorama (serie per la tv), un musical, vari videogiochi e un gioco di carte investigativo.

tutto ha origine dal ritrovamento di un death note da parte del liceale yagami light, studente modello cresciuto con il pallino della giustizia, anche perché figlio di un poliziotto. il death note è un quaderno nero all’apparenza normale, ma non dovrebbe trovarsi nel mondo degli esseri umani, infatti il suo vero proprietario è uno shinigami, una sorta di angelo della morte. basta scrivere il nome di qualcuno su quel quaderno, visualizzarne il volto, ed ecco che quella persona morirà. si potranno persino aggiungere i dettagli della sua morte, altrimenti, semplicemente, il suo cuore si fermerà.

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light decide di usare il death note per eliminare i criminali rimasti impuniti, per ripulire la società dalla malvagità, e non si rende conto, inizialmente, del pericolo che corre nel giocare al giustiziere assoluto. presto il delirio di onnipotenza lo travolge, e pur di perpetuare il suo potere, finisce per diventare crudele e cinico, ed uccidere chiunque si intrometta e cerchi di bloccare il suo progetto.

il suo principale oppositore è L, un giovane e geniale detective, che con kira (così viene chiamato light dalla gente) giocherà un’intricata partita a scacchi mentale, in cui i vari pezzi sono le persone e la posta in gioco è la vita e la libertà.

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non andrò oltre con il racconto e, se vuoi vedere la serie animata, ti consiglio di non andare a leggere wikipedia. riguardo il successo avuto da death note, a mio parere, è dovuto ad ogni suo elemento: la storia, che dà buoni spunti di riflessione sulla società, sul desiderio di potere e di controllo, sul concetto di giustizia; la narrazione, strutturata perfettamente per essere un thriller, nonostante lo spettatore conosca sin dall’inizio l’identità di kira; i personaggi, costruiti e caratterizzati con un’attenzione ai dettagli, sia dal punto di vista fisico che psicologico. la predilezione dello shinigami ryuk per le mele, come la postura e le piccole manie di L, sono elementi decorativi ma che restano indimenticabili, perché rendono personaggi così evidentemente fittizi quasi reali.

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e light, che si autoproclama dio del nuovo mondo, è davvero così assurdo? sono certa che preferirei possedere un life note, ma non lo sono altrettanto su ciò che farei con un death note tra le mani. tu cosa faresti?

belli, strani e interrotti

per il post di oggi ho deciso di selezionare tre telefilm, relativamente datati, che mi sento di consigliare nonostante abbiano avuto un finale inaspettatamente precoce. si tratta di telefilm non troppo conosciuti e speciali, ognuno in modo diverso.

 

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pushing daisies: è una serie tv statunitense andata in onda tra il 2007 e il 2009. il protagonista è ned (lee pace), un ragazzo che ha il potere di far rivivere ogni cosa morta solo con il suo tocco. la faccenda è ben più complicata, perché una volta riportato in vita qualcuno, al secondo tocco questo morirà all’istante. immagina allora come possa essere resuscitare la ragazza che ami e sapere di non poterla toccare mai più! la cosa migliore di questa serie è che ha tutta l’aria di essere un film di wes anderson: è fiabesca, colorata, surreale, divertente ed emozionante. purtroppo dopo sole due stagioni dovette chiudere. per l’occasione fu confezionato un finale solo parzialmente risolutivo e piuttosto frettoloso, anche se in armonia con il resto della serie. ovviamente se sono qui a suggerirla è perché credo sia fantastica (e chissà che mamma netflix non pensi di sfornare una nuova versione o un seguito).

 

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life on mars: oltre ad essere una bellissima canzone di david bowie, è anche una serie britannica, che andò in onda dal 2006 al 2007. l’ispettore capo della polizia di manchester, sam tyler (john simm), viene investito da un’auto e si ritrova inspiegabilmente nel 1973; qui lavora ancora per la polizia, ma sotto la supervisione dell’ispettore gene hunt. oltre a compiere le indagini, sam dovrà confrontarsi, e spesso scontrarsi, con le peculiarità culturali dell’epoca e, cosa ancora più interessante, dovrà cercare di fare chiarezza sulla sua condizione. l’ambiguità di questo telefilm è il suo ingrediente migliore, assieme alla giusta dose di ironia. dopo due stagioni si decise per la sua conclusione, si dice, per la mancata disponibilità del protagonista a continuare. in questo caso sono contenta di questa scelta, perché il finale, per quanto possa essere considerato aperto, resta per me uno dei migliori della storia delle serie tv.

 

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black books: si tratta di una sitcom britannica, realizzata tra il 2000 e il 2004, che ha vinto alcuni premi ma è quasi sconosciuta in italia. ruota attorno a bernard black (interpretato dal comico irlandese dylan moran, anche co-autore della sitcom), proprietario di una piccola libreria nel quartiere londinese di bloomsbury, alcolista trasandato ed eccentrico con un pessimo carattere. gli fanno compagnia l’assistente manny white e l’amica fran katzenjammer, non molto più normali di lui, che cercano a modo loro di ammorbidire la sua corazza da misantropo, ma finiscono per essere risucchiati sempre nella spirale perdi-tempo dell’amico black. il telefilm, per volontà del suo creatore, termina con la terza stagione, e non ha un vera e propria conclusione. nonostante questo, lo consiglio: i personaggi e l’umorismo, calato nella quotidianità ma con tratti surreali, meritano da soli la visione.

li conoscevi già? ce n’è uno che ti ispira?