The Christmas Cookie Book Tag

Buongiorno lettrice/lettore! Oggi do ufficialmente il benvenuto al mese di dicembre, alla stagione del respiro con nuvoletta di vapore, dei calzettoni e dei berretti di lana, e delle prorompenti festività natalizie. Lo faccio con un tag trovato per caso, creato dalla ragazza del canale youtube Share, Inspire, Journey, Dream: The Christmas Cookie Book Tag. Sono 10 domande che riguardano i libri, i biscotti e il Natale, alcune delle cose terrestri che preferisco.

Ecco le domande, che ho tradotto alla meglio dall’inglese, con le mie relative risposte.

1) Biscotti con gocce di cioccolato, ci confortano in tutte le stagioniIl libro preferito di sempre. 

La storia infinita, di Michael Ende. 

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2) Biscotti secchi con anice e mandorle, duri da mordere, ma ne vale la penaUn libro difficile da leggere all’inizio, ma che alla fine ti ha dato molta soddisfazione.

1984, di George Orwell. L’ho letto in lingua originale, ma non è stata tanto questa la difficoltà, quanto i contenuti. Nonostante la crudezza, è uno dei miei preferiti.

3) Biscotti glassati, di forme e dimensioni diverseConsiglia un libro “diverso”.

Invisible Monsters, di Chuck Palahniuk. Sono particolari sia la struttura, che la trama, che i personaggi.

4) Biscotti al burro di arachidi, che da sfavoriti diventano i preferiti delle festeUn personaggio che, anche se lentamente, hai imparato ad amare.

Direi in generale i personaggi dei romanzi di Haruki Murakami e in particolare il protagonista di Dance Dance Dance.

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5) Biscotti alla cannella, che solo a nominarli ci fanno sorridereUn libro che ti ha fatto ridere/sorridere.

Buona apocalisse a tutti! di Terry Pratchett e Neil Gaiman.

6) Biscotti con frutta candita, i biscotti che non dovrebbero esistereUn libro di cui potevi fare a meno.

Ricordo di aver rivenduto uno o due libri di Fabio Volo.

7) La casa di pan di zenzero, più di un biscotto, un capolavoroIl libro scritto meglio o con il mondo inventato migliore.

Non saprei sceglierne uno, ne nomino tre letti quest’anno: Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie; Harry Potter e la pietra filosofale di J.K. Rowling; qualsiasi racconto di Stephen King.

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8) Biscotti fatti apposta per Babbo NataleUn libro (o più di uno) che conti di leggere durante le vacanze.

La lista delle letture in sospeso è lunga, ma credo che opterò per Nessun dove, di Neil Gaiman.

9) Scambio di biscottiI tuoi biscotti preferiti per le feste (possibilmente con la ricetta).

Biscotti al cacao con cuore morbido di cioccolato fondente.

10) Un bicchiere di latte per mandare giù tuttoLa tua bevanda “natalizia” preferita.

Cappuccino con latte d’avena, zenzero e cannella.

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Questa era l’ultima. Spero di averti dato qualche spunto di lettura… tra un biscotto e l’altro. E se ti va, rispondi anche tu!

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Film strani (preferiti del mese)

Fantasticherie di un passeggiatore solitario

È un film italiano, diretto da Paolo Gaudio, uscito nelle sale nel novembre del 2015 e vincitore di vari premi internazionali. Lo studente Teo scopre per caso il manoscritto incompiuto dello scrittore Jean Jacques Renou, Fantasticherie di un passeggiatore solitario, che racconta di un bambino sperduto nel bosco e delle sue avventure avvolte di magia e di mistero. Teo ne diventa così ossessionato da credere che le fantasticherie contenute nel libro siano reali e tentare di portare a termine il viaggio incompiuto. Il film, caratterizzato da ambientazioni temporali e spaziali diverse ed elementi fantastici o semplicemente bizzarri, unisce le riprese dal vivo all’animazione “a passo uno; ha il sapore di un esperimento, ma di uno davvero ben riuscito, come un collage che si compone per raccontare una storia.

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The One I Love

È un film del 2014 del regista statunitense Charlie McDowell, che ha più recentemente diretto The Discovery (La scoperta). Entrambe le pellicole sono di un genere che potremmo accostare a Black Mirror, perché unisce al racconto di vite normali, forse solo normalmente tormentate, elementi soprannaturali, fantascientifici, misteriosi. In The One I Love, Sophie e Ethan sono una giovane coppia di coniugi in crisi, che tenta di riaggiustare le cose con l’aiuto di un terapista. Consigliati da quest’ultimo, i due si recano in un cottage fuori città che ha la fama di aver riportato l’armonia in numerose coppie, e qui, nella casa degli ospiti, li attende una sorpresa inspiegabile e sconvolgente. Un film che, sebbene mantenga i toni della commedia drammatica, riesce ad essere subdolamente terrificante.

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Handsome Devil

Questo film irlandese del 2016 non è poi tanto strano, ma rientra tra i miei preferiti. Racconta la storia di Ned , un adolescente sensibile e “diverso” dagli altri suoi coetanei, che viene costretto dal padre a stare in un collegio dove il rugby sembra essere l’unica cosa che conti davvero. Il ragazzo passa le sue giornate da solo ad ascoltare musica, e cerca come può di resistere alle continue prese in giro dei compagni, che si impuntano sulla sua incerta identità sessuale. La sua vita è un inferno di solitudine e scherno, fino a quando arrivano nell’istituto un nuovo insegnante di letteratura pronto a spronare i suoi allievi (interpretato da Andrew Scott, il Moriarty di Sherlock), e un nuovo studente che dimostra interesse nel creare un’amicizia con lui. Un bel film non pesante, ma emotivamente pieno, sull’importanza di esprimere se stessi con coraggio.

Horror, politica e lotta tra i sessi

La settima stagione di American Horror Story (la serie antologica dedicata all’orrore in tutte le sue manifestazioni) si è conclusa. Cult, ovvero Setta, si è rivelata sin da subito differente rispetto alle altre stagioni, per la mancanza di elementi paranormali; per quanto mi riguarda, questo dettaglio è stato fondamentale per renderla la più terrificante. Il mio livello di inquietudine e di interesse è variato molto nel corso delle 11 puntate, con alcuni picchi di angoscia nella prima metà e una curiosità incostante sulle svolte continue della trama.

Credo che proprio l’eccesso di colpi di scena (più o meno prevedibili) possa considerarsi uno dei difetti di questa stagione. Ciò che – se ben dosato – rende una narrazione più interessante, se arriva ad essere fuori controllo, rasenta il ridicolo. È l’effetto “Silenzio dei prosciutti, direbbe Federica Frezza. Almeno a me è sembrato che fosse così, ma non mi stupirei se anche questo elemento fosse stato sapientemente calcolato dagli autori della serie, che in effetti con AHS vogliono omaggiare il genere horror, un genere che ha sempre fatto dei colpi di scena la sua forza.

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Il finale di Cult ha lasciato molti spettatori a bocca aperta, confusi, o addirittura estasiati. Io non sono tra questi. Forse perché l’esposizione continua alla violenza tende ad anestetizzare, o perché nello stesso periodo della visione ho iniziato lo studio dell’antropologia e questo ha predisposto la mia mente a un certo tipo di ragionamento: relativista e distaccato.

Sta di fatto che ciò che ho apprezzato maggiormente dell’intera stagione – oltre all’usuale spettacolare messa in scena – è stata la trattazione del tema del potere e delle sue terrificanti sfaccettature. Mi ha fatto riflettere e ha lasciato il segno, non solo con le sue immagini potenti e provocatorie, ma anche con la forza e l’iconicità di molte battute.

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Il potere politico, che mira a controllare le masse sfruttando la paura e la frustrazione delle persone.

Kai: Credimi, Bevery Hope. Se rendi tutti abbastanza spaventati, saranno loro stessi a incendiare il mondo per noi.

Il potere mediatico, che controlla le masse tramite la manipolazione della realtà.

Sally: Nessuno crederà a questa roba!
Kai: Certo che ci crederanno – è su Facebook.

Il potere sessuale e quello carismatico, che esercita controllo sull’altro approfittando delle sue debolezze e dei vuoti dell’anima.

Meadow: Quando Kai mi guardava era meglio dello Xanax, era meglio del sesso. Mi faceva sentire speciale, come se fossimo le uniche due persone al mondo.

Il potere maschile e quello femminile, impegnati in una lotta costante e meschina per il dominio sull’altro.

Kai: Non sei un’eroina. Sei un simbolo, che io ho creato! Rappresenti la speranza che le donne un giorno vincano una discussione con i loro mariti; che non vengano fischiate quando camminano per strada; che i loro capi non parlino più delle loro tette; che guadagnino gli stessi soldi degli uomini; che possano vincere. Quando ti ucciderò, vedranno che non c’è speranza; le donne non possono comandare, non possono vincere; saranno sempre superate in astuzia e forza. Devono capire che quello che possono e dovrebbero fare è stare zitte, stare al loro posto, e prepararmi un dannato sandwich.

Ally: Non è triste che una donna forte spaventi le persone più dei clown?

E poi: Ti sbagliavi. In questo mondo c’è qualcosa di più pericoloso di un uomo umiliato… Una donna crudele.

Mindhunter: viaggio nella mente dei serial killer

Mindhunter è una nuova serie televisiva statunitense, di genere thriller drammatico, diretta da David Fincher, regista di Seven, Fight Club, Zodiac e Gone Girl.  Racconta gli albori degli studi sugli assassini seriali e la loro “profilazione“, ovvero la definizione del profilo criminale.

La serie è basata sul libro Mindhunter: la storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mindhunter: Inside the FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto più di vent’anni fa da John E. Douglas e Mark Olshaker. John Douglas è stato un agente speciale dell’FBI ed è tuttora un autore di saggi sulla criminologia.

Iniziò la sua carriera nell’FBI nel 1970, prima come cecchino poi come negoziatore per gli ostaggi. Nel 1977 fu trasferito nell’Unità di scienze comportamentali, e da questo momento cominciò ad insegnare le tecniche di negoziazione e la criminologia agli agenti dell’FBI e a quelli di polizia in tutti gli Stati Uniti. Fu lui a creare e dirigere il Programma di Profilazione Criminale, un programma che si arricchì negli anni con le numerose interviste ad assassini seriali e perpetuatori di crimini particolarmente violenti; per citarne alcuni: David Berkovitz, Edmund Kemper, Charles Manson.

Lo studio, realizzato anche attraverso nuove ed efficaci tecniche di interrogatorio, riguardava la psicologia dei criminali più pericolosi, i retroscena dei loro crimini, i loro trascorsi familiari, il loro modus operandi. Questo ha permesso non solo di catalogare le diverse tipologie di assassino e di comprenderne meglio le scelte e le modalità di azione, ma ha portato l’investigazione ad un livello più profondo, assicurando un numero crescente di criminali alla giustizia. È nato proprio in quei primi anni di ricerca il termine serial killer, forse ad opera dello stesso Douglas, o più probabilmente coniato da un suo più anziano collega di nome Robert Ressler.

John Douglas sembra aver dedicato tutta la sua vita allo studio della mente criminale, e non molto tempo fa, nel suo libro The Forgotten Killer, si è espresso a favore dell’innocenza di Amanda Knox. Aldilà della verità dietro ogni singolo caso, credo ci sia ancora tutta una dimensione da scoprire all’interno della mente umana e che valga la pena continuare ad indagare.

My Nerd Upside Down

Stranger Things è la serie tv ambientata negli anni ’80 che ha avuto più successo in questi ultimi anni, una serie che unisce ad una ricostruzione perfetta dell’epoca e del suo immaginario popolare più nerd, una storia ricca di mistero, paranormale, esperimenti scientifici e personaggi iconici e divertenti.

La seconda stagione, rilasciata da Netflix il 27 ottobre, era molto attesa anche da me, che non vedevo l’ora di immergermi di nuovo nel mio personale “UpsideDown” (SottoSopra). Non starò qui a raccontare le evoluzioni della storia, né a scrivere una normale recensione, ripercorrerò solo alcuni punti di questa nuova stagione che sono stati per me dei veri e propri portali dimensional-temporali. Mi hanno riportato alla mia infanzia, quando, guardando quei film fantastici per la prima volta, una parte di me credeva che tutto fosse possibile.

Se avete guardato la prima stagione, sapete che Will, anche dopo essere stato salvato, ha mantenuto una speciale connessione con il SottoSopra. Le sue visioni preoccupano i suoi familiari, che decidono di monitorare il suo stato fisico e psicologico con l’aiuto di un nuovo medico del laboratorio di ricerca.

Quando Will disegna un’immensa rete di ramificazioni con cui la madre tappezza tutta la casa, Bob – interpretato da Sean Astin, Mikey del film I Goonies – chiede se si tratti di una mappa che porta al tesoro dei pirati.

Quando lo sceriffo Hopper viene tratto in salvo dai tunnel sotterranei, prima di tornare in superficie non può fare a meno di recuperare il cappello che gli era caduto.

Dopo che uno dei ragazzini, Dustin, ha trovato uno strano animaletto e lo ha adottato, questo inizia una graduale e inquietante metamorfosi (Gremlins!), che spinge Dustin ad escogitare un piano per intrappolarlo: un percorso fatto con il cibo.

La creatura non è l’unica della sua specie, ha tanti fratellini che, dopo aver accerchiato Steve in stile Velociraptor, si dirigono al laboratorio. Qui Bob cercherà sia di essere un eroe sia di sfuggire all’appetito delle creature, ma sarà messo in serio pericolo dal rumore di un oggetto che cade inavvertitamente.

Un uomo d’altri tempi

Oggi mi ritrovo a pensare ad un incontro avvenuto due anni fa, che già allora giudicai alquanto singolare, ma che ora, alla luce di una nuova scoperta, acquista un significato ben più profondo.

L’incontro avvenne una sera di fine ottobre, mentre aspettavo l’autobus per tornare a casa, in una via abbastanza trafficata, ma dove non passa quasi mai nessuno a piedi. Avevo da poco subìto una delicata operazione agli occhi, e mi sentivo particolarmente insicura, oltre che dolorante per le ferite non ancora rimarginate.

Mi trovavo sovrappensiero, quando si avvicinò a me un giovane dall’aspetto bizzarro: era vestito con un completo scuro elegantissimo, con tanto di camicia bianca e cravattino dello stesso colore. Aveva una leggera stempiatura e, in compenso, una barba nera e foltissima, più lunga ai lati. Il tutto gli conferiva un aspetto maturo e d’altri tempi, ma non credo avesse superato di molto i trent’anni.

Persino il suo modo di parlare era bizzarro: per dirne una, si rivolse a me dandomi del “voi”, e già questo mi fece pensare ad uno scherzo. I suoi modi però erano così gentili, e il suo sguardo così serio, che io non me la sentii di negargli una risposta, né tanto meno di ridicolizzarlo con qualche commento sulla sua stranezza.

Mi chiese semplicemente di indicargli la strada per il mare.
Le mie indicazioni furono piuttosto semplici, dato che non ci trovavamo molto distanti dal porto, e lui ringraziò subito, ma rimase per alcuni istanti perso nei suoi pensieri, osservando un punto lontano.

Ciò che mi disse dopo, sarebbe difficile da dimenticare.
“Me ne andai da questa terra molto tempo fa, ma continuo a tornarci, mio malgrado. Pare che una forza divina mi trascini qui, per mostrarmi quanto le cose siano cambiate, e allo stesso tempo, in fondo, non siano cambiate affatto.”

Nonostante avessi difficoltà a sollevare lo sguardo, per via dei danni causati dalla recente operazione, osservai ugualmente i suoi occhi, che mi sembrarono lucidi e sinceri. “Siamo diversi – aggiunse – ma voi capite, in qualche modo, di cosa io stia parlando. E credo persino che avreste apprezzato me e le mie scoperte. Lo vedo dai vostri occhi, pieni di dolore, e speranza.”

Non capii affatto quello che mi disse, sentii solo che stava soffrendo e che aveva bisogno del conforto del mare. Mi rivolse un lieve sorriso e infine se ne andò, nella direzione che io gli avevo precedentemente indicato.

Solo oggi, dopo due anni da quell’incontro, ho rivisto per puro caso il volto dell’uomo elegante e triste che desiderava vedere il mare. L’ho visto in un libro che contiene antichi articoli di giornale della mia città, in una foto in bianco e nero che correda un articolo datato 1898.

Si tratta del “Pietrificatore”, uno scienziato – si potrebbe dire incompreso – inventore di una straordinaria tecnica per la conservazione dei cadaveri. Non fu ben accolto dai suoi concittadini, né preso in degna considerazione dalla comunità scientifica del tempo, e la sua formula, che ridava consistenza e colore ai corpi privi di vita, rimase per sempre un mistero.

Io non ho mai creduto ai fantasmi, e non so se l’uomo che incontrai quella sera di ottobre fosse realmente lo scienziato incompreso. Ma non dimenticherò mai i suoi occhi.

Racconti del terrore – tra fantasia e realtà

asdJohn William Polidori nacque a Londra nel 1795. Era un giovane brillante, infatti si laureò in medicina a soli 19 anni. In seguito divenne medico personale del poeta George Byron e lo accompagnò nei suoi viaggi attraverso l’Europa. Era con lui, e con la coppia Mary e Percy Shelley (non ancora sposata) e la sorellastra di lei, quando rimasti bloccati da una tempesta nella Villa Deodati presso il lago di Ginevra, decisero di passare il tempo scrivendo storie di fantasmi. È noto che da questo “gioco” nacque Frankenstein, ed ebbe vita anche Il Vampiro, scritto da Polidori ma erroneamente attribuito per lungo tempo a Lord Byron. Fu proprio a lui che il giovane medico si ispirò per creare quello che è considerato il prototipo del vampiro moderno, ovvero la creatura demoniaca ma allo stesso tempo elegante e affascinante che tutti conosciamo. Terminato il lavoro al fianco del poeta, non è chiaro quali furono le vicissitudini che portarono nel 1821 John Polidori, ancora giovanissimo, a togliersi la vita.

jb_nation_poe_1_mEdgar Allan Poe, considerato l’inventore del genere letterario “del terrore”, nacque a Boston, Stati Uniti, nel 1809. La sua vita fu affascinante e tormentata almeno quanto le sue opere. Rimase orfano a 2 anni e fu allevato dallo zio. Studiò per diversi anni in Inghilterra, in seguito, tornato in Virginia, fu espulso dall’università per la sua condotta dissoluta. Nonostante iniziò a scrivere molto presto, per lui fu difficile mantenersi con il solo lavoro di scrittore, per questo si dedicò per un periodo alla carriera militare, e poi fece ricorso spesso a prestiti e altre forme di assistenza. Nel 1835 sposò la cugina tredicenne Virginia, che più tardi si ammalò di tubercolosi e infine morì, lasciando un profondo segno nell’animo di Poe. Fu soprattutto da quel momento che lo scrittore si abbandonò all’uso di alcool e droghe, ma è proprio in questi stessi anni che nacquero i racconti del terrore che lo hanno reso famoso. La trilogia Eleonora, Ligeia e Morella rappresenta pienamente e in modo poetico quel sentimento di angosciosa sofferenza per la perdita di una persona amata. E.A. Poe morì diversi anni (e racconti) dopo, nel 1849 a Baltimora, in circostanze misteriose.

220px-william_hope_hodgsonWilliam Hope Hodgson nacque nell’Essex, in Inghilterra, nel 1877. A soli 14 anni si imbarcò, iniziando una faticosa carriera che lo tenne in mare per otto anni. In seguito si trasferì in Francia, dove prese l’avvio la sua produzione letteraria, influenzata dalla passata vita in mare e orientata profondamente al soprannaturale. Le sue opere, e in particolare il romanzo breve La casa sull’abisso, ispirò H.P. Lovecraft nella creazione del suo ciclo di Cthulhu. Durante la Prima Guerra Mondiale Hodgson decise di arruolarsi nell’esercito britannico, e infine morì, nel 1918, durante un bombardamento.

200px-howard_phillips_lovecraftHoward Phillips Lovecraft nacque nel 1890 a Providence, Rhode Island. La sua vita non fu affatto fortunata; cresciuto da una madre iperprotettiva (in seguito alla morte prematura del padre), ebbe spesso episodi di esaurimento nervoso che non gli permisero una crescita “normale” e soddisfacente. Solo dopo la morte di lei, Lovecraft si sposò e andò a vivere a New York, ma questa situazione non durò a lungo. Nonostante il talento dello scrittore fu ben presto riconosciuto, non riuscì mai a vivere dignitosamente solo del suo lavoro creativo, e fu costretto per tutta la sua vita a correggere opere altrui. Il matrimonio fallì e Lovecraft, tornato nella città natale, sfogò tutta la sua frustrazione nella scrittura, componendo la maggior parte dei suoi racconti più impegnativi e conosciuti, a partire da Il richiamo di Cthulhu, Il caso di Charles Dexter Ward, Il colore venuto dallo spazio, e la Storia del Necronomicon. La scrittura non gli rese la vita più facile e purtroppo nel 1937, all’età di 46 anni, morì a causa di un tumore all’intestino, ma da quel momento H.P. Lovecraft divenne un mito immortale della letteratura del terrore.

Nuovo Liebster Award

Il Liebster Award è un premio assegnato ai blogger dai blogger, un modo piacevole per conoscere nuovi blog e contemporaneamente gli autori che si celano dietro di essi. Sono molto contenta di essere stata nominata ancora e ringrazio per questo Fairylove, di Un libro per la testa.

Rispondo subito alle sue domande.

La vostra vacanza ideale. Mare, Montagna o altro? Un viaggio on the road, alla scoperta di città e luoghi inesplorati.

Il vostro romanzo preferito, quello del cuore? La storia infinita, di Michael Ende, che ho letto a 11 anni assieme a mia sorella.

Un romanzo che detestate? Non ce n’è uno, ma direi i romanzi rosa in generale.

Dolce o Salato? Ogni gusto ha il suo perché, ma non mi piacciono gli eccessi.

Potete entrare nel mondo di uno dei vostri libri preferiti. Quale scegliete? Gran Burrone (Terra di Mezzo).

Pausa relax, cosa preferite tra Caffè o Tè? Tè e infusi di tutti i tipi.

Che animale vi caratterizza? Il porcospino.

Un viaggio che volete assolutamente fare almeno una volta nella vita? In Giappone.

Il lavoro dei vostri sogni? Superstar e benefattrice (se posso sognare, perché non farlo in grande?)

Stagione preferita? L’autunno.

Cosa collezionate? Brutte figure!

Poi, ecco 11 cose random su di me:

  1. porto spesso le scarpe da ginnastica, nonostante sia la persona meno sportiva che conosca
  2. sono nata nel 1980
  3. ho una predilezione per il colore verde
  4. non ho ancora assaggiato la torta sacher
  5. ho scritto un libro che probabilmente non sarà mai pubblicato
  6. mi piace lo zenzero, ma non quello marinato della cucina giapponese
  7. faccio parte della congrega dei Corvonero
  8. amo l’Irlanda
  9. il mio Doctor preferito è il decimo
  10. invidio chi ha talento nel disegno
  11. avrei voluto un fratello

And the winners are

Take a book and drink a coffee with me

Il buon vecchio libro

Misunderstood Philosopher’s Library

NerdSaraiTu

La campana di vetro

Ho visto un film

CandidaNoise

The Anglophile Corner

Radical Ging

Fior7ella

Burabacio

Questi sono gli 11 blog scelti per il Liebster Award October 2017 Edition! Se qualcuno di voi nominati volesse continuare la tradizionale staffetta di questo premio, ricordi di citare il blog nominatore, rispondere alle 11 domande (che non ho ancora fatto), scrivere 11 cose di sé, premiare altri 11 blog e infine porre 11 nuove domande.

Le mie domande per voi sono:

  1. Avete un profumo/odore preferito?
  2. Un gioco della vostra infanzia.
  3. Qual è il senso della vita?
  4. Supereroe o anti-eroe?
  5. Romanticismo è…
  6. La vostra ultima invenzione.
  7. Quale romanzo secondo voi ha il finale sbagliato?
  8. Qual è l’ultimo film che avete visto al cinema?
  9. È sempre meglio la sincerità?
  10. Tè con Oscar Wilde o drink con Charles Bukowski?
  11. Com’è nato il nome del vostro blog?

British is my cup of tea

Benvenuta/o in quella che potrebbe diventare una vera e propria rubrica, ovvero il mio angolo delle meraviglie provenienti dal Regno Britannico. Qui si parla sempre principalmente di libri, film e serie tv, e così sarà anche questa volta.

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La mia ultima lettura è L’oceano in fondo al sentiero, dell’autore originario di Portchester, Neil Gaiman. La storia inizia con un uomo sulla quarantina che fa ritorno nel suo paese natale per un funerale e che, giunto presso la fattoria delle sue vecchie vicine, le donne Hempstock, si sofferma a ricordare il passato. Dai ricordi dell’uomo emergerà una realtà incredibile e oscura, abitata da entità antiche e fameliche, e da una ragazzina di undici anni (ma chissà da quanto tempo), che affermava che lo stagno in fondo al sentiero fosse un oceano.

Questa lettura, ancor prima di colpirmi per i suoi elementi fantastici – che vengono presentati in modo ineluttabile, come è giusto che sia, attraverso gli occhi di un bambino – mi ha catturato nel suo essere evocativa di quelli che sono stati anche i luoghi della mia infanzia. No, non sono vissuta nelle campagne inglesi degli anni ’60, ma anche nella Sardegna meridionale degli anni ’80, ho avuto la mia buone dose di stradine terrose, bocche di leone e luoghi ameni in cui immaginare l’esistenza delle fate.

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Mi è capitato, leggendo questo libro, di figurarmi la sua trasposizione cinematografica. E subito mi è venuto in mente Terry Gilliam, che sì è un regista americano, ma che ha rinunciato alla cittadinanza statunitense per quella britannica. Di recente ho guardato il suo Tideland – Il mondo capovolto. Si tratta di un film orribile e bellissimo, che ha ricevuto critiche molto contrastanti, su una ragazzina che, dopo la morte dei genitori tossicodipendenti, rimane sola in una catapecchia sperduta in una campagna sconfinata, e si rifugia nel suo mondo immaginario, tanto inquietante quanto la stessa realtà che la circonda. Se conoscete l’estetica dei film di Gilliam, dopo aver letto il romanzo di Gaiman, capirete perché ho immaginato facilmente una sua versione de L’oceano in fondo al sentiero.

In seguito a queste letture/visioni, proprio qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessante articolo di Luca Divelti, Il Monty Python’s Flying Circus, sullo show dei miei amati Monty Python, sulla collaborazione con l’allora animatore Terry Gilliam, sulla loro comicità irriverente, che ha avuto una così forte influenza sulla cultura britannica e non solo.