Non solo Rain Man

Per la serie “se è in una top five è meglio”, ecco 5 film che consiglio sulla tematica dell’autismo, o meglio che hanno come protagonista un individuo le cui caratteristiche rientrano in qualche forma di autismo. Ci tengo a precisare il fatto che quando ho guardato questi film non ho pensato di poterne trarre chissà quali insegnamenti su questa sindrome, non li ho intesi come delle riproduzioni fedeli di situazioni legate a questo disturbo, che accoglie al suo interno una moltitudine di variabili. Non li reputo neppure una categoria a parte di pellicole, si tratta perlopiù di commedie drammatiche che raccontano una storia e i cui personaggi reputo empaticamente interessanti.

 

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Eccoli qui: Adam (2009). È la storia di un ingegnere molto dotato e con la sindrome di Asperger. Questa sindrome rientra tra le varie forme di autismo, in questo caso ad alta funzionalità, ovvero non impedisce la comunicazione verbale o di inserirsi in un contesto lavorativo, ma crea difficoltà nell’interazione sociale, per una mancata o diversa interpretazione e gestione delle emozioni. La routine di Adam cambia nel momento in cui conosce Beth, così come la realtà di Beth viene stravolta dall’incontro con Adam.

 

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The Story of Luke (2012). Racconta di un ragazzo al quale viene diagnosticata una forma di autismo e che cresce assieme ai nonni, dopo essere stato abbandonato dai genitori. Prima di morire, il nonno sprona Luke a farsi una vita propria, da adulto, e da quel momento il ragazzo, ospite dei suoi zii, cercherà con tutte le sue forze di trovarsi un lavoro e una fidanzata. Nonostante gli ostali, incontrati anche a causa della sua condizione, e le perplessità dei parenti, Luke mantiene sempre un certo ottimismo, una propositività e un’energia che lo rendono un vincente.

 

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X+Y (2014). È un film su una giovane mente brillante, Nathan. Anche a lui viene diagnosticato l’autismo, e sin da bambino sviluppa una passione e un talento particolari per la matematica, che diventa tutto il suo mondo, o meglio, si potrebbe dire, un rifugio che possa proteggerlo dal caos della realtà circostante. La partecipazione alle Olimpiadi internazionali della matematica, l’interazione con altri coetanei un po’ “strani” e il mettersi in gioco in nuovi contesti, smuoveranno qualcosa dentro di lui.

 

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Please Stand By (2017). Vede protagonista Wendy, una giovane ragazza autistica che vive in un istituto. Wendy – interpretata da una bravissima Dakota Fanning – ama soprattutto due cose: scrivere e Star Trek, ed è risoluta nel voler partecipare a un concorso per sceneggiature che ha come tema proprio la sua serie fantascientifica preferita. A pochi giorni dalla scadenza, si rende conto di non avere altra possibilità che scappare e intraprendere da sola il lungo viaggio verso Los Angeles, scontrandosi con i suoi limiti e puntando sulle sue risorse.

Ah sì, questa top five ha solo quattro titoli, speravo non ve ne accorgeste.

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And my heart goes to – Aspettando l’Oscar

Nonostante sia più una cinefila da Sundance Film Festival, anche l’Oscar ha una certa attrattiva per me, con la sua orribile statuetta dorata, le scelte mai troppo sorprendenti dell’Academy, e… Meryl Streep. Come ogni anno, non risulto essere una grande esperta dei film in concorso: molti non li ho visti e diversi non li vedrò probabilmente mai. Ma quest’anno, per quanto riguarda tre categorie specifiche, ho le idee ben chiare su chi vorrei che vincesse. Il mio – per la gioia di tutti i critici competenti – è un tifo spudoratamente di parte, mosso dalle emozioni positive che questi artisti con le loro opere hanno suscitato in me; un tifo basato, si potrebbe dire, sul “cuore”.

And my heart goes to…

MIGLIOR REGISTA: Guillermo Del Toro. Il regista messicano partecipa alla competizione con il film The Shape of Water – La forma dell’acqua, che ha sia diretto che scritto. In passato Il labirinto del fauno è stato candidato come miglior film straniero e per la migliore sceneggiatura originale, ma le statuette sono andate a un film tedesco e all’autore di Little Miss Sunshine. Quest’anno ha già ricevuto il Golden Globe come miglior regista.

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MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: Sam Rockwell. È candidato per la sua interpretazione dell’agente Dixon in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri – Tre manifesti a Ebbing, Missouri, la dark comedy, o meglio il dramma diretto da Martin McDonagh. Vincitore dell’Orso d’argento al festival di Berlino come migliore attore per il film Confessioni di una mente pericolosa, è considerato uno degli attori più sottovalutati di Hollywood. Quest’anno ha ricevuto il Golden Globe come miglior attore non protagonista.

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MIGLIOR FILM ANIMATO: Coco. Il film, creato dai Pixar Animation Studios e basato sulla tradizione messicana del Dìa de los Muertos, ha già ricevuto numerosissimi premi, tra cui il Golden Globe come miglior film di animazione. Agli Oscar compete anche per la migliore canzone originale con il brano Remember me – Ricordami, che nonostante non incontri affatto i miei gusti musicali  si aggiudica un pezzetto del mio cuore battente in quattro quarti. (AGGIORNAMENTO – MIGLIOR CANZONE ORIGINALE: Mistery of Love, da Call Me by Your Name)

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Buona notte e sogni elettrici

Electric Dreams è una serie antologica composta da dieci episodi, basati su altrettanti racconti di Philip K. Dick. Autore statunitense, Dick fu attivo dagli anni ’50 del secolo scorso – periodo della Guerra Fredda – fino al 1982, anno della sua morte, nonché dell’uscita del film cult Blade Runner, liberamente ispirato a un suo romanzo (Do Androids Dream of Electric Sheep? – Gli androidi sognano pecore elettriche?). Può essere annoverato tra gli  scrittori di fantascienza più prolifici; i suoi racconti offrono un gran varietà di spunti di riflessione e rappresentano un serbatoio prezioso di ispirazione per tutti gli amanti del genere.

Io sono stata a lungo una non-amante della fantascienza, ma l’aver scoperto il suo legame così forte con l’antropologia, la psicologia e tutto ciò che gira intorno all’essere umano, e il suo carattere riflessivo, visionario e a tratti rivoluzionario, ha fatto sì che mi appassionassi a questo genere come a pochi altri.

Electric Dreams è una serie che mi ha conquistato, seppur con il suo andamento altalenante. Ci si può trovare un bel condensato di elementi puramente fantascientifici (non mancano alieni, viaggi spaziali, e super-tecnologie) e altri più caratteristici della distopia e del filone post-apocalittico. Le tematiche preponderanti sono: ciò che ci rende umani, quindi le emozioni, la nostra individualità, i nostri desideri inconsci, i ricordi, la coscienza; la critica a una società che favorisce l’alienazione, l’omologazione, il controllo e la manipolazione tramite l’informazione; le conseguenze estreme del consumismo, la perdita di qualsiasi libertà, anche quella mentale, e i rischi di una virtualità che diventa sempre più reale. L’essere umano può schierarsi, combattere, dimenarsi, persino, per liberarsi dalle catene, e spesso ne uscirà comunque sconfitto.

Sembra proprio che man mano che il mondo reale si avvicina alle descrizioni surreali delle storie di Orwell, Bradbury, Dick… sentiamo sempre più il bisogno di assistere a rappresentazioni della nostra ascesa e caduta, rappresentazioni che portino ancora un po’ più avanti le lancette del tempo, che ci sconvolgano ma che ci lascino l’illusione che, in fondo, sia solo fantascienza.

 

Ecco, per chi fosse curioso, a quali racconti sono ispirati i singoli episodi:

The Hood Maker, da The Hood Maker – Il fabbricante di cappucci (1955)

Impossible Planet, da The Impossible Planet – Pianeta impossibile (1953)

The Commuter, da The Commuter – Il pendolare o Il sobborgo dimenticato (1953)

Crazy Diamond, da Sales Pitch – Vendete e moltiplicatevi (1954)

Real Life, da Exhibit Piece – Il padiglione del passato (1954)

Human Is, da Human Is – Umano è (1955)

Kill All Others, da The Hanging Stranger – L’impiccato (1953)

Autofac, da Autofac (1955)

Safe and Sound, da Foster, You’re Dead! – Foster, sei morto! (1955)

Father Thing, da The Father-Thing – La Cosa-padre (1954)

Visioni di gennaio

Visioni di gennaio, visioni di un inverno che crede di essere già primavera. I film che scelgo di vedere si preannunciano drammi adatti a risciacquare la patina di cinismo in fase di incrostazione con un mare di lacrime, e in parte mantengono la promessa. L’amore, l’amore assieme alla sofferenza danzano stretti in queste visioni, attorcigliati come due amanti sensuali e disperati allo stesso tempo. Nella danza incessante e apparentemente necessaria, percepisco le ombre e le luci dell’esistenza, e i pezzetti di ghiaccio ai lati degli occhi si sciolgono, nella nostalgia di qualcosa di sconosciuto.

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Dicono che dovresti fare sempre la cosa giusta, ma a volte non esiste la cosa giusta. A quel punto, devi scegliere il peccato con cui convivere. (Horns)

 

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Prima della guerra usavo la mia forza di volontà per cose stupide, come non mangiare il cioccolato. Credo che pensassi che se potevo controllare me stessa, allora forse il mondo intorno a me avrebbe iniziato ad avere un senso. Immagino che fossi piuttosto ingenua all’epoca. (How I Live Now)

 

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Quando lui mi guarda, il modo in cui mi guarda… Lui non sa cosa mi manca – o come io sia incompleta. Lui mi vede per quella che sono – come sono. È felice di vedermi, ogni volta, ogni giorno. Ora, io posso salvarlo… o lasciarlo morire. (The Shape of Water – La forma dell’acqua)

L’importanza dei finali

Da poco ho letto Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk dal quale nel 1999 è stato tratto il celeberrimo (almeno credo) film diretto da David Fincher. Prima di leggerlo non sapevo quanto fosse stato bravo Fincher, assieme allo sceneggiatore Jim Huls, a rendere l’intreccio del libro, il punto di vista del protagonista e il tono, l’atmosfera che si respira tra le pagine scritte da Palahniuk. Ci è riuscito, ovviamente, con tutti quegli accorgimenti tecnici che può e deve usare un bravo regista per trasporre un testo letterario in uno audiovisivo, quindi, in questo caso, con un montaggio particolare, un protagonista che parla al pubblico e racconta di sé senza risultare forzato o ridicolo, un’attenta costruzione delle immagini e una quasi ipnotica colonna sonora.

Il film ha comunque, come è normale che sia, alcune differenze, in parte di poco rilievo, in parte sostanziali, con il romanzo. Voglio soffermarmi qui su due elementi molto importanti: la caratterizzazione di Tyler Durden [SPOILER: l’alter ego del protagonista] e il finale. Quello che attua Fincher con il personaggio interpretato da Brad Pitt, cosa confermata dallo stesso regista, è un decisivo abbellimento. Tyler è un gran figo, c’è poco da aggiungere, filosofeggia, ha carisma, è forte e attraente, sia per le donne che per gli uomini. Inoltre, a differenza del personaggio nel libro, Tyler non uccide nessuno, sì è violento, cinico, e [SPOILER] per la causa di gettare nel caos il sistema benpensante e consumistico, muore il “commilitone” Bob, ma non uccide nessuno con le sue mani, né per sua volontà salta in aria qualcuno.

Probabilmente questo è uno dei motivi principali per cui, in seguito al film, si è sviluppato una sorta di culto di Tyler Durden, non solo tra i sostenitori dell’anarchia e della distruzione, ma anche tra i semplici detrattori del capitalismo, stanchi di piegarsi alle regole del mercato e di adattarsi alle etichette di questa società preconfezionata. D’altronde ci si può ribellare anche senza fare veramente del male a nessuno…

Ma veniamo al secondo punto, ancor più fondamentale. [SPOILER] Il romanzo termina con il narratore che si spara e che viene soccorso da Marla e dagli altri membri dei gruppi di sostegno per le malattie terminali, si risveglia in un luogo che sembra a tutti gli effetti un ospedale psichiatrico e qui diventa evidente la sua condizione seriamente problematica e si può intuire che il suo doppio, Tyler, non sia affatto scomparso. Il finale del film, lasciando le cose più appese, risulta più ottimista. Anche qui il protagonista/Edward Norton si spara e sopravvive, il suo alter ego si volatilizza, trasmettendo un senso di liberazione, e la scena finale ci mostra il nostro (anti)eroe che prende per mano la sua compagna di disavventure, mentre dalla vetrata dell’edificio osservano alcuni palazzi crollare, sulle note della canzone dei Pixies Where is my mind.

Paradossalmente Tyler – e Fight Club – è diventato un prodotto commerciale, con il suo merchandise. Paradossalmente, alla fine del film, molti spettatori vorrebbero che Tyler tornasse. Perché è un gran figo. Perché ha sovvertito le regole. Perché… cosa farà adesso il protagonista, tornerà a lavorare alla sua scrivania e si ricomprerà uno per uno i mobili Ikea precedentemente fatti saltare in aria? Sposerà Marla e avranno un bel bambino? Sembra che lo stesso Chuck Palahniuk, dopo il grande successo del film e l’idolatria del pubblico verso Tyler Durden, abbia contemplato questa possibilità, per poi [parziale SPOILER di Fight Club 2] distruggere ogni cosa e far fuori i suoi personaggi. Perché i lettori e gli spettatori avranno anche il diritto di interpretare e di amare ciò che vogliono, ma l’autore avrà sempre il sacrosanto diritto di uccidere le sue creature e di dare alla sua storia il finale che desidera – oppure no?

Black Mirror e gli interrogativi etici

Black Mirror è una serie tv che ha fatto molto scalpore. Quando vidi le prime due stagioni, e nessuno ne aveva mai sentito parlare, da buona amante delle produzioni britanniche particolari, ne andai subito pazza. Poi si è sparsa la voce dell’esistenza di una serie antologica capace di rivoltarti l’anima e tenerti sveglio la notte, senza mai sconfinare nell’horror vero e proprio, e Black Mirror è diventata la serie di culto che conosciamo. Il genere è quello fantascientifico, o ancor più precisamente distopico, e le riflessioni che scaturiscono dalle singole puntate riguardano sempre lo stretto legame dell’essere umano con le tecnologie e le conseguenze, spesso drammatiche e terrificanti, che possono derivarne.

Ultimamente si è sentito molto parlare della quarta stagione di Black Mirror. Come già era accaduto per la terza, che ha segnato il cambio di produzione, affidata ora alla grande azienda statunitense Netflix, anche questa stagione ha lasciato la maggior parte dei fan della serie parzialmente delusa, per non avervi ritrovato quel senso di devastazione, smarrimento e totale assenza di speranza che la caratterizzava in precedenza. In pratica nessuno ha da ridire sulla qualità altissima di questo prodotto, ma il pubblico, quasi unanime, ha gridato il suo disappunto per il cambiamento di tono, per la generale edulcorazione delle vicende narrate.

Ma non voglio soffermarmi su un dettaglio tanto evidente quanto irrilevante, quale è secondo me il cambiamento di Black Mirror. Nonostante la scontata influenza di mamma Netflix e di papà U.S.A., la scrittura della serie continua ad essere nelle mani di Charlie Brooker, ottimo sceneggiatore e profondo conoscitore del mondo dei mass media e di videogiochi. Quello che mi è sempre piaciuto di questa serie tv, e che continua a piacermi, è la capacità di portarmi all’interno delle storie che racconta e di suscitare degli interrogativi etici che non riguardano solo un ipotetico futuro, ma la vita che stiamo già vivendo e vedendo evolversi intorno a noi.

Quanto spazio ha la tecnologia nelle nostre vite? Quanto influisce sul nostro modo di pensare e di agire? Come sta cambiando la realtà attraverso l’uso che facciamo del web e dei social in particolare? A quali nuovi livelli di schiavitù stiamo andando incontro?

E anche la quarta stagione di Black Mirror offre buoni spunti di riflessione su questo tema.

Utilizzerei mai la realtà virtuale per prendermi una rivalsa su tutto ciò che non va nella mia vita? Per vendicarmi di qualcuno che non mi va a genio o che mi ha fatto soffrire? (USS Callister)

Imporrei il mio totale controllo su qualcuno che amo, con la convinzione di poterlo così proteggere? (Arkangel)

Accetterei che la privacy di tutti fosse costantemente violata, affinché la giustizia potesse punire incontestabilmente i colpevoli? (Crocodile)

Quanto vorrei che la tecnologia si spingesse oltre nel migliorare le nostre vite? Scegliendo i nostri partner (Hang the DJ), facendo tutto il “lavoro sporco”, trovando un espediente che ci permettesse di vivere per sempre (Black Museum)?

La maggior parte di questi quesiti etici (se non addirittura tutti) non riguarda un futuro immaginario, fantasioso e lontano da noi. Riguarda il nostro presente.

Nessun dove

Neil Gaiman è stata per me una bellissima scoperta. Una scoperta graduale e non un colpo di fulmine. Sono passata dal Gaiman “autore di Coraline” (che non ho letto), alla raccolta di racconti Cose fragili, che mi ha suscitato un pallido interesse, poi all’entusiasmante avventura con Terry Pratchett (Buona apocalisse a tutti!)), fino ad approdare al misterioso Oceano in fondo al sentiero. Eccomi infine giunta a Nessun dove, che mi ha conquistata fin dalle prime pagine.

Richard Mayhew è “uno di noi”, un ragazzo che si trasferisce a Londra per iniziare la sua vita da adulto, si trova un lavoro decente, una bella fidanzata, e la sua esistenza trascorre tranquilla, senza scossoni, e sembra che tutto vada bene così com’è. Ma poi Richard incontra Porta, un’esile ragazza ferita riversa su un marciapiede, e non può fare a meno di aiutarla. Non può fare a meno di accoglierla nella sua casa e, man mano, dentro se stesso. Perché Porta diventa il tramite per un’altra realtà: la Londra di Sotto. Questa realtà parallela, invisibile alle persone “normali”, è fatta di cunicoli, oscurità, personaggi bizzarri. Qui le paure sono palpabili e le prove da superare possono trasformare un semplice ragazzo di provincia, in un eroe, o quantomeno, in un uomo.

Gaiman ha creato una storia perfetta, che può piacere ai più giovani e contemporaneamente agli adulti. A meno che questi si sentano troppo adulti per leggere di persone che parlano coi ratti, di qualcuno che tiene la sua vita in una scatoletta d’argento, di angeli che offrono un vino che fa ubriacare con un sorso, e di cattivi che sembrano la versione terrificante del gatto e la volpe.

Il racconto segue con precisione lo schema delle fiabe, così come è stato studiato e analizzato dal linguista ed antropologo Vladimir Propp. Di questo infatti si tratta: di una fiaba, ambientata in una città moderna e con personaggi che possiamo facilmente riconoscere. E come ogni buona fiaba è principalmente un racconto di formazione, che ci svela un cambiamento interiore attraverso l’azione.

Un’avventura che riusciamo a vedere quasi fosse realmente davanti ai nostri occhi, che viviamo assieme al protagonista, che ci farà sorridere – e sognare – davanti a una porta chiusa.

 

I preferiti della fine del 2017

Prima di tutto il mio nuovo buon proposito per l’anno nuovo. Visto che ogni anno mi ripropongo di mettermi in forma, cioè in una forma decente per le mie potenzialità, e finisco sempre per avere una routine di allenamento che difficilmente si può definire tale, per quest’anno l’obiettivo è: sopravvivere.

Ed ora passiamo ai consueti argomenti di questo blog, con l’elenco dei migliori film e documentari, le migliori serie tv e il libro migliore dell’ultimo periodo di questo turbolento e curiosamente proficuo 2017.

Film:

To the Bone – Fino all’osso. La storia di una ragazza che lotta contro l’anoressia e di altre persone che, come lei e assieme a lei, cercano quotidianamente di affrontare i loro demoni interiori e di riaccendere la scintilla della voglia di  vivere. Un film intenso, e a mio parere onesto, che trasmette una buona dose di speranza.

La mafia uccide solo d’estate. Cosa nostra, i suoi crimini e gli interventi di contrasto alla mafia da parte di giudici e magistrati esemplari, visti attraverso il racconto di un palermitano doc, Pif, che li filtra attraverso il suo sguardo ironico e calorosamente umano.

The Book of Henry. Racconta la storia di un ragazzino dalle mente brillante che, consapevole delle violenze subite da una sua compagna di classe nonché vicina di casa, decide di escogitare un piano per salvarla. Il destino si metterà brutalmente contro di lui, ma questo non gli impedirà di lasciare un segno indelebile nella vita degli altri.

Dickens, l’uomo che inventò il Natale. Siamo nel 1843, Charles Dickens, scrittore di successo, è in crisi per il fallimento delle sue ultime pubblicazioni. Una nuova storia bussa all’improvviso alla sua porta e si insinua nel suo animo tormentato da celati ricordi d’infanzia, una storia sul Natale e su un uomo di nome Scrooge.

Coco. L’ultimo capolavoro della Disney Pixar. Il protagonista è Miguel, un ragazzino messicano con il sogno di diventare musicista. Nella sua famiglia però la musica è stata bandita da tempo e il piccolo dovrà ribellarsi per raggiungere il suo obiettivo, dovrà compiere una vera e propria odissea e coinvolgere persino i suoi cari estinti, per coronare il sogno e non perdere la sua famiglia.

Documentari:

Jim & Andy, The Great Beyond. Il documentario mostra i dietro le quinte dell’interpretazione intensa e totalizzante che l’attore Jim Carrey diede del personaggio controverso Andy Kaufman, nel film Man on the Moon.

Joan Didion, The Center Will Not Hold. Una icona della letteratura americana dagli anni ’60, antesignana del giornalismo narrativo, racconta dei suoi alti e bassi nella carriera e nella vita personale.

Minimalism, A Documentary About the Important Things. È un concetto molto semplice quello che due giovani americani, in questo documentario, cercano di trasmettere a più persone possibili: quanto si possa vivere meglio possedendo meno.

Raiders! The Story of the Greatest Fan Film Ever Made. Documentario per veri nerd d’annata, Raiders è la storia di un piccolo gruppo di amici che è riuscito – con molte difficoltà – a realizzare un’impresa epica: rigirare dall’inizio alla fine il film Indiana Jones – I predatori dell’Arca perduta.

Serie tv:

Crazy Ex-Girlfriend. Una serie che mi ha fatto impazzire, in senso positivo eh. Se anche a voi piacciono quelle serie tv che raccontano in modo divertente qualcosa che, a ben guardare, tanto divertente non è, e quelle canzoni che sembrano serie ma hanno testi sarcastici ed esilaranti, allora dovete vederla.

Dark. Serie “culto” del dicembre 2017, è stata anche per me una delle serie tv più coinvolgenti, non solo di quest’anno appena passato, ma degli ultimi anni. Un thriller drammatico, con protagonisti ragazzi e adulti, e arricchito da un elemento fantascientifico: consigliato agli amanti della suspense e dei ragionamenti ingarbugliati.

Libro:

Nessun dove. Romanzo di cui scriverò probabilmente una recensione, del mio nuovo amore letterario Neil Gaiman.

Conoscete qualcuno di questi titoli e cosa ne pensate? E quali sono le vostre cose preferite del 2017? Auguro a tutti i blogger e ai lettori un 2018 pieno di nuove scoperte e tanta buona energia!

 

A Nerdish Christmas Carol – Il mio Canto di Natale

A volte penso che non sarebbe male essere come Scrooge, uno stronzo tirchio pieno di soldi che, una volta rinsavito e in seguito a uno slancio di incredibile generosità, si ritrova circondato dall’affetto di un nipote fino al giorno prima trattato a pesci in faccia e di un impiegato – e famiglia – trattato in modo anche peggiore. Siano benedette le seconde possibilità, e le terze, e le quarte, che tanto non si smette mai di sbagliare (e di imparare).

Io stessa, la notte della Vigilia di Natale, ho ricevuto la visita di tre fantasmi. Ma, non essendo semplicemente una stronza cinica tirchia piena di soldi, ciò che mi hanno mostrato ha qualche sottile differenza con le visioni del vecchio Scrooge, e la lezione, ugualmente importante, è forse un po’ più difficile da imparare.

Michael JacksonIl fantasma del Natale passato era una figura luminosa, vestita elegantemente di bianco. Una chioma corvina incorniciava il suo viso pallido e il suo sguardo esprimeva molta dolcezza, ma anche altrettanta malinconia. Quando mi ha parlato, dicendomi “you are not alone”, non ho avuto più alcun dubbio: si trattava di Michael Jackson. Mi ha catapultato negli anni ’80, quando passavo il Natale dai miei nonni, assieme agli zii e alle cugine, e a un gatto cicciotto e pelosone che non riuscivo mai ad accarezzare. Con gli occhi da adulta ho visto delle cose che da piccola non avrei mai potuto capire, e credo che il bello di quei tempi sia proprio questo, essere avvolti dalla magia e credere che tutto sia possibile, che l’amore sia la normalità e che le famiglie debbano restare sempre unite, qualsiasi cosa accada. Il mio distacco dalla realtà si manifestava già in quegli anni. Mentre giocavo e cantavo con mia sorella e le mie cugine “we are the world, we are the children”, non pensavo che sarei realmente diventata una adulta, che avrei dovuto anch’io dare il mio contributo alla società. Pensavo ad un mondo invisibile, alle avventure che avremmo potuto vivere e alla musica, che rendeva sempre tutto più bello.

d932e231d92179fab92bbccc38b04041-christmas-gift-exchange-games-robin-williamsSulle note di Santa Claus is coming to town, il fantasma di Michael Jackson è scomparso e al suo posto, poco dopo, è apparso un uomo vestito da Babbo Natale: il fantasma del Natale presente. Mi sorrideva, ma i suoi occhi avevano un velo di tristezza. Nonostante il suo viso fosse in parte nascosto dal cappello e dalla folta barba bianca, ho impiegato un solo istante per riconoscerlo: era Robin Williams. Dopo averlo abbracciato forte per diversi secondi, piangendo come una scema, è iniziato il nostro viaggio, attraverso le case delle persone che occupavano i miei pensieri quella notte della Vigilia. Con ben poco stupore ho potuto vedere che pochissime di quelle persone mi hanno dedicato un pensiero a loro volta, un pensiero fugace e luminoso, come una stella cadente.

Allora forse sono anch’io come Scrooge – ho pensato – e c’è qualcuno che mi vuole bene NONOSTANTE tutto, nonostante i miei momenti da asociale, quelle volte in cui prendo tutto troppo sul serio, e tutte quelle occasioni in cui non riesco ad esprimere me stessa come vorrei e a trovare un canale di comunicazione autentico. “Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse restare soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo.” Robin ha detto questa frase mentre eravamo in visita nella mia stessa casa, osservando me e i miei familiari più stretti festeggiare la Vigilia di quest’anno. Capisco cosa volesse dire, ma non provavo esattamente la stessa cosa in quel momento, anzi. È stato proprio allora che ho sentito quanto sia fortunata a poter essere me stessa con la mia famiglia e con le persone che mi sono in qualche modo vicine, persone diverse da me e imperfette come me, che decidono, per qualche motivo, di non spezzare il filo che ci unisce.

p16naujavee8q1pu51q2279e8o80_47298Mentre ero intenta in questi ragionamenti e osservavo me stessa trascorrere i primi momenti del giorno di Natale in compagnia di Neil Gaiman e dei personaggi di Nessun Dove, il fantasma di Robin Williams era sparito. A quel punto sapevo cosa aspettarmi: la visita della Morte, il fantasma del Natale futuro, che senza proferire parola mi avrebbe mostrato la mia fine, sofferente e solitaria. Non è andata proprio così. Al mio fianco ho trovato un uomo anziano, vestito con un abito scuro di altri tempi. Aveva pochi capelli bianchi, indossava degli occhiali da vista tondeggianti e portava con sé una piccola pipa in legno. “Chi sei, Sherlock Holmes?”, gli ho domandato stupita. Lui mi ha risposto con un’altra domanda: “Pensi avrebbe senso ricevere la visita del fantasma di un personaggio di fantasia?” “Beh – gli ho detto – avrebbe più o meno lo stesso senso di ricevere la visita di qualsiasi fantasma!” Dopo aver annuito e avermi rivolto un sorriso furbetto, l’uomo si è presentato: “sono Carl Gustav Jung”.

Ciò che mi ha mostrato è il futuro che potrebbe essere. Un Natale nel quale mi entusiasmo ancora per le lucine colorate, in cui cucino per qualcuno, mi ritrovo a giocare con il figlio di un’amica, e a sorseggiare infusi aromatici con i miei cari, ridendo per tutte quelle volte che ci siamo disperati inutilmente. “Comincia sempre da te – mi ha detto Jung prima di volatilizzarsi nel nulla – in tutte le cose e soprattutto con l’amore. Amore è portare e sopportare se stessi. La cosa comincia così. Si tratta veramente di te; tu non hai ancora finito di ardere, devono arrivarti ancora altri fuochi finché tu non abbia accettato la tua solitudine e imparato ad amare.” Dell’ultimo fantasma, infine, non c’era più traccia e la mattina di Natale era ormai arrivata: una nuova giornata di sole, in cui ogni cosa poteva ancora succedere.